Ponte Morandi, le ferite aperte a due anni dal crollo

A 24 mesi dalla tragedia di Genova, la città torna a raccogliersi, nonostante la pandemia. Un dovere verso le 43 vittime ma anche un monito a preservare la responsabilità del ricordo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 3:45

Il nuovo ponte unisce, vero. Ricorda che l’ingegno umano può fare miracoli, realizzare un’opera imponente, sicura, con l’attenzione dovuta. Unisce sì, ma non lenisce. Questo no. Perché il Ponte San Giorgio non è il Morandi, ma è come se quei tiranti, spezzati sotto il cielo plumbeo del 14 agosto 2018, fossero ancora lì, a ricordare cosa è stato. E quello che accadde fu atroce.

La piovosa mattinata di Genova fu squarciata dal rombo del tronco centrale del Morandi, con una città che osservava impotente una delle sue principali infrastrutture collassare su se stessa. Trascinando con sé 43 vite. Una tragedia che avrebbe segnato indelebilmente il volto di un Paese che, in quel disastro, vedeva concretizzarsi le conseguenze più estreme del risanamento mancato.

Il Parco della Memoria

Incidenti, crolli e altre tragedie erano già accadute. La catastrofe del 14 agosto, però, si è imposta come un punto di non ritorno. Il prezzo pagato da un’Italia che ha aspettato troppo. I cumuli di macerie, piombate nel letto del Polcevera, hanno spezzato l’utopico incanto di un’opera che gli stessi cittadini avevano più volte invitato a tenere d’occhio. “Lo scopo del nostro comitato è il Parco della Memoria, un monumento alla memoria stessa: se non abbiamo quella commettiamo gli stessi errori”.

A ricordarlo, giusto alla vigilia del secondo anniversario del disastro, è Egle Possetti, presidente del Comitato Vittime del Ponte Morandi. Un’associazione nata per far fronte comune al dolore, composto da persone che, su quel viadotto, hanno perso un familiare o un amico. E che insieme premono per far sì che la luce della memoria non venga mai spenta su di loro.

Il dovere del ricordo

Alcune frazioni di secondo, apice, sembra, di decenni di logoramento progressivo, bastarono per spazzare via un’opera di ingegneria che, nel 1967, fu inaugurata nientemeno che dall’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Nonostante la bruma che avvolgeva Genova quella mattina, un filmato amatoriale riuscì a mostrare la tragedia compiersi, indistintamente ma inesorabilmente, inghiottendo vite, sogni, speranze e anche quei semplici desideri di tranquillità che accompagnano la vigilia di Ferragosto.

Tutto in qualche attimo, tutto precipitato decine di metri più in basso, consegnando all’Italia intera un 15 agosto di lutto e di rimorso. Ma anche di solidarietà, con la macchina dei soccorsi che si mette subito in moto, uomini e mezzi, impiegati per giorni a scavare fra i resti della sezione sopra Sampierdarena. “Speriamo che la giornata di venerdì sia un ricordo sincero – ha fatto sapere ancora Egle Possetti – e che tutti gli anni possa esserci questa commemorazione, con una presenza importante. Finché le persone si ricorderanno dei nostri cari non sarà dimenticato tutto. Non dobbiamo far calare l’attenzione”.

L’inchiesta

Un monito che è anche un appello. Perché la realizzazione del Viadotto San Giorgio, nuovo collegamento fra Levante e Ponente, arteria che ha ricucito, perlomeno materialmente, quella recisa del Ponte Morandi, non oscuri il dovere della memoria. Un impegno dovuto, alle vittime ma anche alle loro famiglie che, 24 mesi dopo il disastro, attendono ancora una risposta definitiva. “Noi speriamo ovviamente che, visto che l’indagine è stata molto complessa, poi ci sia una velocità maggiore nell’iter processuale, avendo fatto indagini così precise speriamo possa accelerare il processo“.

Delle indagini, un paio di giorni fa, aveva parlato il colonnello della guardia di finanza di Genova Ivan Bixio, secondo il quale i risultati sulla documentazione fin qui acquisita (60 terabyte in tutto) saranno consegnati “prima che scadano le indagini preliminari e comunque prima del secondo incidente probatorio”. Quindi, probabilmente, entro i primi di ottobre.

Scongiurare un nuovo Ponte Morandi

Nell’attesa, e mentre le auto hanno iniziato a riprendere il loro via vai giornaliero sul nuovo ponte, resta il cordoglio. Perché fare memoria è anche una responsabilità, specie quando il ricordo abbraccia idealmente coloro che, come i familiari di chi perse la vita nel crollo del Morandi, continuano ad attendere giustizia.

E, del resto, la memoria diventa anche dell’Italia intera, posta di fronte al grande interrogativo irrisolto dell’ammodernamento infrastrutturale che, ancora oggi, ci parla di una lunga serie di dossier aperti. Per far sì che non vi sia un nuovo Morandi naturalmente, ma anche che le importanti risposte ingegneristiche non richiedano per forza un tragico tributo di morti per poter essere attuate.

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