Manuel: “Il Covid-19 e l’ansia di noi infermieri in una casa di riposo”

La testimonianza di un infermiere in una casa di cura. Abbiamo poche mascherine. Sentiamo tutto il peso della sicurezza verso i nostri anziani.

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Casa di riposo di Cadine Trento - Foto © Paolo Pedrotti

Il lavoro a Pieve Del Grappa per Manuel non è facile. Fa l’infermiere in una casa di riposo per anziani nella regione italiana fra le più colpite dall’epidemia di Covid-19. La sfida in questi tempi d’emergenza è preservare la quotidianità in un luogo che pare lontano dal marasma dell’emergenza, incastonato com’è tra i loricati della bruma trevigiana. Eppure è fra i più fragili, perché gli anziani che ci vivono lì sono i primi bersagli di un virus sconosciuto, di cui sappiamo solo il nome, costantemente ripetuto dai notiziari e dai giornali. Per molti anziani, spesso non autosufficienti, il coronavirus è un nome fra i tanti. Persino per coloro che hanno scolpito il ricordo della guerra e il fragore delle bombe, quell’infinitesima minaccia è un nemico troppo invisibile. Manuel avverte tutto questo peso, e vive il suo lavoro come una missione di alta responsabilità. Ora che le porte della casa sono chiuse, sente l’onere della sua vita, finanche di un piccolissimo gesto. Basta poco perché quella casa, nel cuore di Treviso, si trasformi in un luogo di morte.

Manuel, come vive questo periodo d’emergenza?
“Non è semplice. Abbiamo avuto la direttiva di chiudere la casa di riposo. Entriamo solo noi dipendenti e tutti gli anziani non possono vedere i parenti e i cari, come avviene di solito”.

Spiegate agli anziani cosa sta succedendo?
“Sì, per quanto possibile glielo spieghiamo anche adesso. Ma non sempre è semplice. Non tutti sono autosufficienti, e chi lo è spesso sottovaluta il problema. Per molti di loro, per esempio, la passeggiata è il momento di svago nella giornata. Togliendo loro questa, si toglie loro tutto. E non lo accettano sempre di buon grado”.

Come vi comportate, quindi?
“La cosa più difficile è cercare di far vivere loro la vita come se non fosse successo niente. Infatti ci siamo organizzati con l’aiuto delle figure, attraverso il supporto psicologico e consentendo le videochiamate”.

E lei, come la vive a lavoro?
“Avverto il peso di tutto questo. Anche noi, esclusi gli spostamenti per andare al lavoro, restiamo a casa il più possibile con tutte le cautele del caso. Sappiamo che l’unico vettore potremmo essere noi per chi vive nella casa di riposo”.

Ne parla con gli altri colleghi?
“Sì, con gli altri colleghi ne parliamo, con i medici che sono molto competenti ne discutiamo giornalmente. Però la vita tra colleghi la teniamo come prima, cerchiamo di scherzare per tenere alto il morale, sennò è la fine”.

Quali criticità riscontra?
“Innanzitutto, non abbiamo in dotazione mascherine chirurgiche, che sono quasi insufficienti. Ci servirebbero altri presidi, ma il problema è che non arrivano, nonostante gli ordini. Siamo un po’ in difficoltà per questo, perché vorremmo garantire la sicurezza dei nostri pazienti”.

E i familiari dei pazienti come vivono la distanza?
“Ci chiamano più volte al giorno, quasi metà del turno la passiamo con familiari che chiedono aggiornamenti. A volte ci chiedono di poter parlare con un loro caro e si fanno una chiacchierata tramite videocall”.

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