La Pandemia da Coronavirus vissuta dietro le sbarre

Interris.it intervista don Raffaele Grimaldi, Capo dei Cappellani delle carceri italiane

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:02

“In questo tempo di grande smarrimento, paura, angoscia per tutti noi anche il carcere è stato coinvolto per ovvi motivi ma la mancanza di attività, di colloqui con i familiari, di assistenza religiosa e la solitudine hanno costretto a una sofferenza psicologica e quindi la paura ha preso il sopravvento. Ma nonostante questo limite psicologico, anche il carcere ha cercato di reagire a questa epidemia, avviando anche in diversi istituti attività lavorative come la produzione di mascherine protettive per fornire a molti dispositivi per difendersi dal contagio”. Così Don Raffaele Grimaldi, Capo dei Cappellani delle carceri italiane comincia il suo racconto ad Interris.it “non è facile gestire tra le mura delle nostre carceri questa difficile emergenza – sottolinea Grimaldi -, poiché questo è un luogo di grande sofferenza che da molti è ritenuto il posto giusto per punire chi ha sbagliato: i ristretti si sentono gli ultimi della fila abbandonati al loro destino”.

Cosa significa affrontare l’emergenza Covid19 dietro le sbarre?

Affrontare questo periodo di grande buio nei diversi istituti con problemi di mancanza di personale non è semplice – continua -. Con molta professionalità e spirito di sacrificio, le Direzioni stanno fronteggiando questo tempo di grande crisi attraverso il dialogo con i ristretti, l’aiuto nelle necessità primarie e offrendo loro più contatti telefonici con i familiari”.

Ci sono state alcune rivolte nell’ultimo mese, si sentono abbandonati?

“In quest’ultimo periodo ci sono state, come tutti sappiamo, diverse rivolte di marcata violenza con conseguenti decessi di detenuti. La situazione fortunatamente è rientrata dopo pochi giorni – dichiara Grimaldi a proposito delle turbolenti manifestazioni di rivolta che si sono avute in alcuni istituti di detenzione -. Molte sono state le ragioni: la mancanza di contatto con i familiari, una giusta attenzione in questo periodo delle loro ragioni personali, il terrore di essere contagiati e di non avere la giusta assistenza sanitaria. Il carcere, dunque, come d’altronde tutta la società, non era preparata a questa pandemia che ha sconvolto tutti i piani di una comunità avviata con i suoi programmi organizzativi”.

Cosa chiedono i detenuti in questo periodo, di cosa hanno bisogno?

“La prima richiesta è non essere abbandonati. In questi giorni i detenuti hanno gridato all’Indulto e all’Amnistia… Certamente questa soluzione non è prevista anche se il decreto emanato dal Ministro della Giustizia riguarda chi deve scontare ancora una pena detentiva di 18 mesi – spiega don Raffaele – Speriamo che la macchina burocratica sia più sciolta e più celere per evitare che altre manifestazioni violente possano scoppiare in altre carceri”.

A Voghera un detenuto è risultato positivo al Covid ed è stato trasferito in condizioni gravissime al San Carlo di Milano dove ora è in terapia intensiva. Com’è la situazione nel carcere ora, rischia di trasformarsi in una bomba sanitaria?

I diversi casi di contagio accertati sono stati isolati. Questo è il tempo che ci chiede grande impegno e uno sforzo comune. Come ha ribadito Papa Francesco “Bisogna remare insieme” se vogliamo affrontare quest’emergenza sanitaria. Questo è il tempo in cui ci siamo “ritrovati impauriti e smarriti” ma deve essere anche il tempo per capire le soluzioni da intraprendere. Prima di ogni cosa mettere in sicurezza tutti coloro che svolgono attività lavorativa nelle carceri e che si espongono quotidianamente al rischio contagio, per tutelare la loro salute e quella delle persone con cui entrano in contatto. È un dovere proteggersi per non arrecare danni a chi è ristretto. La situazione attuale nelle carceri non è facile da gestire. La popolazione detenuta a volte si sente stanca di non essere ascoltata, e il carcere potrebbe diventare ancora una polveriera di rabbia e di violenza. Nelle carceri – conclude Grimaldi – mai come in questo momento, i detenuti hanno bisogno di maggiore informazione, di un’attenta vicinanza ai loro bisogni primari. Il sovraffollamento può essere in molte strutture fattore di rischio di contagio: celle piccole che ospitano più detenuti non riescono a garantire il distanziamento sociale di sicurezza. Ci auguriamo che l’emergenza e l’isolamento “fitte tenebre che si sono impadronite della nostra vita” possano gradualmente rientrare perché possiamo tutti riprendere serenamente le nostre attività. Andiamo avanti con l’impegno di sempre e abbracciamo il Signore della Vita che risorge per noi per abbracciare la speranza di un cammino migliore. Questo tempo certamente ci ha fatto rientrare in noi stessi ponendoci interrogativi vitali per il nostro futuro”.

 

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