In frenata l’integrazione economica. “E’ colpa della pandemia”

Il coronavirus rallenta la corsa degli imprenditori stranieri. I riflessi negativi dell'emergenza sanitaria sull'integrazione economica. La testimonianza a Interris.it di Kirenia Rodriguez, immigrata cubana sposata con un italiano

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Sos integrazione. Il coronavirus frena la corsa degli imprenditori stranieri in Italia. Gli ultimi dati di Unioncamere e InfoCamere riguardano il periodo tra gennaio e giugno. E registrano un saldo di 621.367 imprese di stranieri. Il saldo tra le nuove aziende e quelle che hanno chiuso i battenti si è attestato a 6.119 unità. Interris.it ha raccolto la testimonianza di Kirenia Rodriguez, immigrata cubana sposata con un italiano. “La pandemia ha ristretto opportunità e spazi di mercato per intraprendere attività economiche e ciò è particolarmente gravoso per chi come me tenta di integrarsi economicamente in Italia – spiega-. Prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria, con l’aiuto di mio marito Gianluca stavo pianificando di avviare una lavanderia biologica ad Ancona. La crisi economica generale mi ha indotto a rinviare il progetto. Ho il fondato timore che aprire un negozio in questa situazione possa essere un rischio eccessivo e un peso troppo gravoso per le mie spalle”. 

Effetto frenata

La pandemia accresce le difficoltà di integrazione economica, quindi. Lo stock di imprese fondate da stranieri è quindi l’1% in più rispetto allo scorso dicembre. Se confrontato con lo stesso dato del 2019, il progresso evidenzia però un forte “effetto-frenata” dovuto al Covid-19: nei primi sei mesi dello scorso anno, infatti, il bilancio tra aperture e chiusure di imprese di stranieri aveva fatto segnare 10.205 imprese, il 40% in più rispetto al dato di quest’anno. Resta invariata la classifica delle regioni a maggiore concentrazione di imprese di stranieri. Al primo posto si mantiene stabile la Toscana, dove il 14,2% di tutte le attività economiche ha origini fuori dall’Italia. Liguria (13,7) e Lombardia (12,6) sono le regioni che seguono da vicino, insieme a Lazio, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia (tutte oltre il 12%). Con più del 10% anche il Veneto e Piemonte. “Per noi stranieri quella di avviare una nostra attività imprenditoriale è un mezzo per integrarci economicamente in Italia. ma è anche l’occasione di una svolta esistenziale. Una via per superare le difficoltà che spesso incontriamo nel  trovare lavoro- osserva a Interris.it Kirenia Rodriguez-. Io voglio pensare che sia solo un rinvio. Spero di poter aprire la mia lavanderia non appena la pandemia sarà superata. Adesso l’accesso al credito è complicato e tante attività stentano a tirare avanti. Non mi arrendo, ne ho superati tanti di ostacoli nella vita. E’ un momento complicato per tutti, ancora di più per noi immigrati”.

Imprenditoria e integrazione

Per quanto riguarda le province, quella a maggior tasso di imprenditoria straniera resta saldamente quella di Prato con una quota del 30% sul totale delle iniziative imprenditoriali locali. Molto distanziata (con il 17,3%) segue Trieste, mentre altre quattro province (Firenze, Imperia, Reggio Emilia e Milano) si collocano oltre la soglia del 15%. Nei primi sei mesi del 2020, i progressi più sensibili hanno riguardato Roma (con 832 imprese di stranieri in più tra gennaio e giugno), Milano (+515) e Torino (+499) che occupano anche le prime tre posizioni in termini di numerosità assoluta di iniziative di stranieri (rispettivamente con 70.898 nella capitale, 58.316 nel capoluogo meneghino e 27.175 in quello sabaudo). I settori in cui si registrano il maggior numero di intraprese economiche di stranieri sono il commercio (circa 160 mila), l’edilizia (120 mila) e l’alloggio e ristorazione (48 mila). Guardando però all’incidenza di queste realtà sul totale delle imprese operanti in Italia, i settori con l’incidenza più elevata di imprese di stranieri sono le telecomunicazioni (32,9%) e la confezione di articoli di abbigliamento, dove si arriva al 32%.

Stranieri in difficoltà

E’ necessario, inoltre, limitare il campo di osservazione alle sole imprese individuali. L’unica forma giuridica per la quale è possibile associare univocamente la nazionalità del titolare a quella dell’impresa I dati, quindi, restituiscono un’immagine nettamente strutturata delle provenienze degli imprenditori stranieri. La comunità più numerosa (con 63.619 attività) è originaria del Marocco, seguita da quella cinese (52.727) e da quella romena (52.014). Più distanziata la coppia Albania (34.020) e Bangladesh (30.528). La comunità marocchina (la più numerosa in assoluto) è poco concentrata a livello territoriale con una presenza che raggiunge il massimo a Torino, dove ha sede il 7,1% dei tutte le attività originarie da quel paese.

Sos integrazione economica

All’opposto, comunità più piccole (come quella egiziana o del Bangladesh) si segnalano per una forte tendenza alla concentrazione territoriale. Al punto che nella sola Milano si raccoglie il 43,5% di tutte le imprese con un titolare nato in Egitto e a Roma ha messo le radici il 42,3% di tutti gli imprenditori provenienti dal Golfo del Bengala. Allo stesso modo l’85% della presenza senegalese è nel commercio, come anche il 70% circa di nigeriani, marocchini e albanesi, mentre opera nelle costruzioni il 59% dei romeni e il 40% degli egiziani. “Ho chiesto consiglio a parenti e amici. Tutti mi hanno sconsigliato di buttarmi negli affari proprio in questo frangente. Leggo la Bibbia e nell’Ecclesiaste è scritto che c’è un tempo per ogni cosa. Io ne sono sicura e non mi arrendo”, conclude Kirenia Rodriguez

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