Gli angeli della pandemia. Intervista allo storico D’Angelo

Sul ruolo del volontariato nel fronteggiare la pandemia socio-sanitaria, intervista di Interris.it al professor Augusto D'Angelo dell'Università La Sapienza

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05

Siete degli angeli“, dicevano i malati di colera (a Torino nel 1854) ai giovani di don Bosco che li assistevano in ospedale rischiando il contagio. “Angeli del fango” furono un secolo dopo definiti i ragazzi che da ogni parte d’Italia si precipitarono a Firenze devastata dall’alluvione. Oggi gli angeli sono i volontari che soccorrono le vittime della pandemia socio-sanitaria.pandemia

Pandemia, storia e terzo settore

Il terzo settore come argine allo tsunami Covid. Sul ruolo del volontariato nel sostegno alle fasce più colpite dal coronavirus, Interris.it ha intervistato lo storico Augusto D’Angelo. Professore del Dipartimento di Studi Politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”, D’Angelo insegna Storia Contemporanea, è dottore di ricerca in Storia Religiosa, membro del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi e impegnato con la Comunità di Sant’Egidio nel sostegno degli ultimi.
PandemiaLa seconda ondata della pandemia, vista dalla prima linea dell’assistenza ai fragili, quali difficoltà e sfide pone?

“I numeri in aumento e l’espansione del virus sull’intero territorio nazionale moltiplica l’apprensione. E chiama tutti ad essere ferrei nel rispetto delle indicazioni di protezione. Si è capito che la crisi non durerà solo qualche settimana. Abbiamo davanti almeno un lungo inverno di difficoltà a cui rispondere con generosità”.Cosa non funziona nella rete di contrasto al Covid?

“I posti letto in cui accogliere chi ha bisogno non mi pare che siano aumentati. E questo chiama tutti ad essere più creativi per cercare soluzioni. Ma qualche dato positivo c’è. La prima ondata ha colto tutti di sorpresa. Ma i mesi di lockdown ci hanno insegnato molto”.pandemiaA cosa si riferisce?

“In quel periodo abbiamo moltiplicato nelle città i centri di distribuzione di generi alimentari. Per rispondere ai bisogni immediati di chi non aveva più il necessario. Quei centri sono sempre rimasti attivi. E in questa seconda ondata stanno moltiplicando le distribuzioni. Ma rappresentano anche un formidabile punto di osservazione”.Può farci un esempio?

“La sfida è quella di superare questa stagione amara. Perdendo meno persone possibile. E facendone occasione di maggiore fraternità con tutti”.Nell’enciclica sociale “Fratelli tutti”, Papa Francesco ha ribadito che nessuno si salva da solo. Nell’ emergenza sanitaria si diventa più egoisti o più solidali?

“L’indicazione di papa Francesco ha colpito il cuore di tanti. La paura del contagio spinge molti a chiudersi in se stessi, nella propria ristretta cerchia. Però la Comunità di Sant’Egidio si è trovata a fianco tanti nuovi amici. Persone normali che hanno compreso quanto si era indurita la vita per i più poveri. E e allora si sono rimboccate le maniche. Si sono offerte di dare una mano”.pandemiaIn che modo?

“C’è chi in condizioni di fragilità magari non può uscire, ma può cucinare. E chi invece passa a prendere i piatti cucinati e li porta a chi ha più bisogno. In strada ma anche in case in cui manca  un reddito anche minimo. C’è stato chi si è offerto di fare la spesa per chi non ha più un lavoro. E chi è stato aiutato con dei pacchi alimentari. Ne abbiamo distribuiti a migliaia in Italia”.

Pacchi alimentari

Poi?

“Poi quando ha ritrovato un lavoro ci ha detto: “Mi avete fatto provare quanto è stato importante essere aiutato. Adesso posso aiutare anch’io”. È un’esperienza di grande familiarità. Di fratellanza umana profonda. E riguarda migliaia di individui. A Roma, a Milano, Napoli, Genova, Bologna. In ogni luogo dove sono presenti le nostre comunità”.Quali disagi stanno affrontando le fasce più indigenti della società?

“Ad aver visto la loro vita farsi ancora più dura sono i più poveri. Quelli che vivono per strada. Che si arrangiano ogni notte in luoghi di fortuna. A rivivere la paura dei mesi del lockdown è chi non ha una casa in cui tornare. Ora che tutto chiude alle 18”.Perché?

“Rivive il lockdown. Quando tutto era sbarrato non si poteva chiedere un euro di elemosina. Era chiuso il panettiere che regalava un po’ di pizza avanzata. Si moltiplicavano i problemi per mantenere un minimo di igiene personale. C’è un altro, enorme problema”.Quale?

“Quello degli anziani in istituto. Ricoverati nelle Residenza Sanitarie Assistenziali (RSA). Che in molti casi si sono trasformati in focolai con centinaia di morti. Le strutture hanno vietato le visite. E per gli anziani ha voluto dire non vedere familiari e amici per mesi”.E’ l’emergenza-solitudine aggravata dalla pandemia?

“Molti dei giovani di Sant’Egidio che vanno a far visita ai loro amici anziani si sono ingegnati. Per mantenere i contatti con videochiamate, biglietti affettuosi. Ma la visita ha un valore immenso. Restituisce il senso della famiglia. Aveva ragione don Oreste Benzi quando diceva: ‘Dio ha inventato la famiglia e l’uomo invece ha fatto gli istituti'”. E gli effetti sociali della pandemia?

“C’è il gravissimo problema di quanti hanno perso il lavoro. O lavoravano senza contratto. E da un giorno all’altro si sono ritrovati senza un reddito per mettere qualcosa a tavola. C’è una domanda di aiuto immensa. Alla quale tutti siamo chiamati a rispondere con generosità”.pandemiaCome è cambiata durante la pandemia l’attività dei centri di aiuto a chi è più in difficoltà?

“Abbiamo dovuto rispettare tutte le misure precauzionali richieste. Distanziamento sociale, presidi sanitari, mascherine, guanti. Nelle nostre mense al tavolo dove si mangiava in 4 ora mangia uno soltanto. E dove si mangiava in 6 si mangia in 2. Ci vuole più tempo per permettere a tutti di mangiare. Ma si sono allungate le ore di apertura. E poi i numeri sono aumentati”.Come mai?

“Perché non tutte mense hanno potuto continuare ad operare. Quelle più piccole che non avevano la metratura necessaria a garantire il distanziamento hanno dovuto chiudere. O trasformare il loro servizio in distribuzioni all’aperto. I centri per le docce hanno dovuto diminuire un po’ i numeri. Perché non si possono utilizzare due docce vicine. E i locali vanno sanificati ogni volta. Questo diminuisce il numero delle docce che è possibile fare”.pandemiaQual è la possibile reazione?

“Si è riusciti, pur con tutte le difficoltà, a preservare i rapporti di amicizia con i nostri amici in difficoltà. E molti manifestano in maniera affettuosa la loro gratitudine. Talvolta fino a commuoverci. Quando senti dire ‘grazie, non so se senza di voi ce l’avrei fatta’ comprendi quanto ogni briciola di generosità contribuisca a fare la differenza. E la differenza in certi casi è quella tra la vita e la morte”.

 

 

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