Combattere la crisi con la vicinanza reciproca

Interris.it ha intervistato il dottor Stefano Castagna in merito al Fondo Lavoro della Caritas di Fermo

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La pandemia e la crisi economica degli ultimi anni hanno reso più grave la situazione adulti o giovani disoccupati, giovani inoccupati e dei giovani Neet – ossia i giovani che non studiano e non lavorano -, adulti o ragazzi in situazione di vulnerabilità e in situazione di svantaggio, donne sole e cittadini stranieri. Il “Fondo Lavoro” è una iniziativa, promossa dalla Caritas Diocesana di Fermo in collaborazione con la cooperativa sociale Tarassaco e con l’equipe Policoro, che ha lo scopo di favorire l’inserimento lavorativo di giovani e adulti disoccupati. Il progetto, finanziato con fondi Cei 8xmille, fondi della Diocesi e donazioni dai privati, prevede un sistema integrato di azioni che mettono al centro la persona e sviluppano la metodologia dell’accompagnamento e dell’empowerment del singolo e della comunità locale. Interris.it ha intervistato, in merito a questa attività, il dottor Stefano Castagna, collaboratore dell’equipe diocesana e coordinatore del progetto legato al Fondo Lavoro.

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L’intervista

Come nasce e che obiettivi si pone il Fondo Lavoro?

“Il Fondo Lavoro è un’iniziativa che ha preso vita già dal 2015/2016 utilizzando i fondi dell’8×1000 di Caritas Italiana con l’obiettivo di aiutare i giovani e gli adulti in difficoltà perché disoccupati o addirittura inoccupati in un percorso di inserimento lavorativo, sulla base della riflessione che – in quel periodo e in buona parte tutt’oggi – una parte del territorio della Diocesi – era stato ed è colpito dalla crisi del settore calzaturiero e, di conseguenza, c’erano molte persone di 40/50 anni che venivano espulse dal mondo del lavoro o si trovavano in situazioni di precarietà. Quindi, per accompagnare le stesse a reinserirsi nel mondo del lavoro, è stato attivato sia lo sportello informativo e di aiuto per la ricerca dello stesso, altresì un aiuto al fine di conoscere le modalità del mercato del lavoro il quale, nel frattempo, è mutato; per fare qualche esempio, il ruolo delle agenzie del lavoro, il fatto che ormai il curriculum si inoltra via e-mail ma, anche dare uno strumento per la riqualificazione. Di conseguenza, il Fondo Lavoro serve anche per accompagnare e stimolare le persone ad inserirsi in settori diversi rispetto a quelli dove avevano avuto esperienze in precedenza. Lo sportello della Caritas dà poi un contributo all’azienda che attiva il tirocinio riconoscendo una parte delle spese. Tale attività è iniziata per poi continuare negli anni anche con riferimento ai giovani e, in questo caso, c’è anche un coinvolgimento del progetto Policoro della Cei, che è attivo anche nella nostra Diocesi e si pone l’obiettivo di accompagnare gli stessi nel mondo del lavoro, sia tramite la ricerca attiva che l’autoimprenditorialità”.

In che modo la pandemia ha cambiato la vostra metodologia d’azione? Come ha influito sul vostro progetto?

“La pandemia ha cambiato la metodologia perché, per quanto riguarda le attività dello sportello e dell’orientamento, molti percorsi sono stati fatti attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. I colloqui individuali ad esempio sono stati svolti con strumenti di videotelefonia e, durante la pandemia, con i medesimi, abbiamo svolto colloqui di orientamento di gruppo. Un altro cambiamento molto forte che abbiamo registrato durante l’emergenza sanitaria e ancora oggi, è che ci sono arrivate richieste anche dalle zone dell’entroterra nelle quali, negli anni precedenti, la ricerca del lavoro era meno difficoltosa. In quel particolare frangente invece, soprattutto rispetto ai giovani, lo sportello ha registrato molte più preoccupazioni attraverso l’affacciarsi allo stesso di molte più persone che chiedevano informazioni e aiuti. Abbiamo quindi attivato un numero maggiore di tirocini, tenendo anche conto che, le zone dell’entroterra, sono quelle che – in parte – risentono ancora del terremoto. Un altro elemento è che stiamo aiutando i giovani e gli adulti nell’utilizzo delle nuove tecnologie perché, con il Covid-19, le modalità di ricerca attiva del lavoro sono cambiate in quanto, durante la fase più acuta dell’emergenza ma in parte anche ora, si fanno i colloqui online e, a volte, le persone non sono per niente preparate. Un colloquio di lavoro che spesso è una preselezione, anche se online, ha la medesima valenza di colloquio in presenza, quindi, bisogna comportarsi di conseguenza mentre invece abbiamo visto che, alcune persone, per esempio fanno il colloquio da luoghi non propriamente professionali. Ci sono delle trasformazioni in atto che noi cerchiamo di accompagnare e monitorare”.

Quali sono i vostri auspici per il futuro riguardo alle persone con fragilità che si rivolgono a voi?

“La preoccupazione e l’interesse maggiore che noi abbiamo è quello di accompagnare e attivare le persone affinché siano protagoniste, quindi aiutarle e stimolarle per far sì che siano loro che cerchino attivamente un lavoro. L’altro auspicio – visto che ci sono molti giovani che non studiano, non lavorano e sono scoraggiati nella ricerca dello stesso – è trovare delle modalità per accompagnarli e stimolarli. Un altro tema è quello di favorire la collaborazione con gli enti pubblici, in particolare i centri per l’impiego, ed il nostro auspicio in merito, è quello di potenziare la collaborazione che, proprio durante la pandemia, è iniziata e si è rafforzata con le associazioni di categoria e con i commercialisti perché, durante la stessa, in collaborazione con l’ufficio sociale e pastorale del lavoro, si sono attivati anche dei gruppi e dei tavoli di lavoro su suggerimento del Vescovo per capire quali erano le conseguenze dell’emergenza sanitaria ad esempio nel settore agricolo, turistico e dei servizi. Quindi auspichiamo di continuare e rafforzare questa collaborazione tra enti pubblici, enti del privato sociale, associazioni di categoria e commercialisti al fine di poter dare alle persone le informazioni aggiornate rispetto al mercato del lavoro che cambia”.

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