“La diversità non è un handicap”: riflessioni sull’autismo

I consigli a genitori ed insegnanti del dott. Luca Bruseghini psicologo della Onlus “Ragazzi oltre” che si occupa di autismo e integrazione

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:35

L’autismo è un disturbo dello sviluppo neurobiologico che impedisce a chi ne è affetto di interagire in maniera adeguata con le persone e con l’ambiente che lo circonda. Ma capita che, ad interagire in maniera non adeguata, siano le persone cosiddette normodotate che vivono, giocano, lavorano o studiano con una persona autistica.

Un po’ di chiarezza sull’autismo

Il disturbo autistico si manifesta con un’ampia gamma e livelli di gravità: si parla infatti di spettro. Questo concetto è molto importante poiché lo spettro è un continuum di variabilità. Esiste infatti un’infinita configurazione di autismi.

La triade autistica

Permangono comunque delle tipicità, tutti coloro che ne sono affetti presentano tipiche difficoltà in tre aree, la così detta “triade autistica”. Nello specifico: alterazione e compromissione della qualità dell’interazione sociale. Alterazione e compromissione della qualità della comunicazione. Modelli di comportamento e interessi limitati, stereotipati e ripetitivi.

Alterazione e compromissione della qualità dell’interazione sociale

L’interazione sociale è il comportamento per il quale le persone agiscono o scambiano stimoli con l’altro. Può riguardare la parte verbale come le richieste, comportamenti non verbali come il saluto o tanti altri gesti che normalmente si emettono nella routine quotidiana. Questa è una delle aree molto spesso compromesse nell’autismo.

Alterazione e compromissione della qualità della comunicazione

Per comunicazione si intende lo scambio di informazioni tra due soggetti, la comunicazione può essere verbale e non verbale, come negli esempi citati prima. I soggetti che comunicano sono l’emittente o parlante e il ricevente o l’ascoltatore. Nell’autismo la comunicazione può essere compromessa sia nella parte dell’ascoltatore/ ricevente che dall’emittente/parlante. Nella specie umana una componente fondamentale della comunicazione è il linguaggio (cioè la comunicazione vocale). Nel soggetti autistici il linguaggio può esserci con uno sviluppo normale o può non svilupparsi affatto, può avere uno sviluppo ritardatario o può essere in forma stereotipata.

Modelli di comportamento e interessi limitati, stereotipati e ripetitivi

Questa parte della triade raccoglie moltissimi comportamenti. Rientrano in questa area, l’interesse limitato per gli stimoli circostanti ma anche la ritualità (la ripetizione di una serie di comportamenti sempre nella stessa sequenza) non funzionale.

I comportamenti stereotipati possono essere svariati, dal comportamento motorio, come il battere le mani o sfarfallio delle stesse, a quelli vocali, come la ripetizione continua di una stessa sillaba, parola o frase. Spesso questa terza area è quella maggiormente evidente agli occhi della società che stigmatizza questi comportamenti.

Adulti e bambini

Gli adulti riconoscono con una certa facilità un bambino autistico e se ben educati sanno come gestirlo o quantomeno ne comprendono la diversità. Non è così per i bambini. I loro criteri di discernimento sono diversi da quelli di un adulto e le loro categorie sulle persone sono semplici e duali: buono/cattivo, simpatico/antipatico etc. Da soli, non sono in grado di comprendere il perché dei comportamenti del loro compagno autistico. Vanno dunque educati in questo senso.

Genitori impreparati

La prima agenzia educativa è la famiglia. Ma spesso i genitori di bambini normodotati non conoscono essi stessi le dinamiche dell’autismo e non sono dunque in grado di aiutare i loro figli a rapportarsi e comprendere il bimbo “strano”: quello che non parla, sfarfalla le mani e a volte ha anche reazioni un po’ violente. Anche i genitori possono dunque essere impreparati alla presenza di un bambino autistico nella classe, nella squadra o nel gruppo estivo dei propri figli.

In merito, la giornalista Milena Castigli ha chiesto dei consigli a un esperto. Si tratta del dott. Luca Bruseghini, psicologo ed educatore. Il dott. Bruseghi collabora da tempo con la onlus “Ragazzi Oltre” di Ancona e segue un ragazzo autistico nell’inserimento lavorativo.

“Ragazzi oltre”

La onlus “Ragazzi Oltre” di Ancona è un’associazione attiva nel fornire sostegno a chi soffre di disturbi dello spettro autistico. Delle molteplici attività dell’associazione abbiamo parlato nell’articolo dello scorso 8 luglio “A Falconara uno zoo terapeutico pensato per aiutare i ragazzi autistici“. Più recentemente, abbiamo anche raccontato la storia incredibile di uno dei ragazzi seguiti dalla onlus, Leonardo Sestilli e del suo dono straordinario di riuscire a comunicare attraverso la musica.

Comunicare per vivere

La comunicazione è il fattore chiave per comprendere e far comprendere ai propri figli l’autismo. “Esistono tanti tipi di autismo e le espressioni possono variare molto da persona a persona – esordisce il dott. Bruseghi intervistato su In Terris -. Non esiste solo l’immagine un po’ stereotipata del ragazzo introverso che non parla mai con nessuno, ma anche soggetti estremamente socievoli, a volte anche un po’ troppo!”.

“E’ però vero che spesso i bambini con disturbi dello spetto autistico – prosegue – possono sembrare diversi agli occhi dei compagni di classe o di gioco. Sia per atteggiamenti esteriori particolari (movimenti del corpo stereotipati o il pronunciare una parola in continuazione) sia per le risposte agli stimoli che sono diverse da come ce le aspetteremmo”.

“Pensiamo – prosegue Bruseghi – a un bimbo che fa uno scherzo a un altro bimbo. Il bambino autistico non è detto che risponda sorridendo, guardandolo negli occhi o magari facendo una battuta. Potrebbe avere reazioni impreviste”. Questo potrebbe disorientare il compagno e influenzare in negativo i successivi rapporti tra i due. Infatti, si tende spesso ad evitare tutto ciò che non si capisce.

Educare per crescere

E’ a questo punto che l’intervento dei genitori (e degli insegnanti) fa la differenza. “E’ importante far capire ai nostri figli – spiega il dott. Bruseghi – che il bimbo autistico sensazioni e stimoli come gli altri bambini, ma il suo modo di comunicare con l’esterno è diverso”.

“Per esempio – aggiunge – un bimbo autistico, per far capire che ha l’emicrania, potrebbe iniziare a darsi delle botte in testa o a colpire allo stesso modo il suo compagno di banco. Non ha nulla contro se stesso né contro l’amico, ma è quello il modo che ha trovato per comunicare agli altri il suo malessere”.

“E’ dunque importante far capire ai nostri figli che esistono diversi modi di comunicare lo stesso concetto e che alcune persone hanno un modo diverso di farlo, ma non meno significativo”.

Diversità e inclusività

Il secondo aspetto rilevante è il valore che diamo alla diversità. “Questo – aggiunge – non riguarda solo i bambini autistici o le persone con una qualche disabilità. E’ invece un fatto culturale paradigmatico. E’ importante educare ed educarsi all’idea che ‘diversità’ non equivale a ‘menomazione’. Essere diversi non significa dunque non saper fare qualcosa rispetto alle persone normali. Questo è un pregiudizio molto radicato che limita la possibilità di dialogo e di entrare in comunione con il prossimo”.

“Invece, come dimostra chiaramente la storia di Leonardo Sestilli, le persone hanno ognuna i propri talenti. Tutti – nessuno escluso – ha talenti specifici che gli altri non hanno, perché ne hanno di diversi. Anche un bambino autistico ha dunque in sé una ricchezza che deve essere scoperta e fatta esprimere, anche se con modalità specifiche. La diversità dunque – ed è qui il cambio di paradigma – è sempre una ricchezza, mai una privazione”.

Educare ed educarsi al valore alla diversità è dunque il compito principale delle agenzie educative, dalla scuola alla famiglia. “Ognuno deve fare il proprio passo in questa direzione. Gli educatori nell’aiutare i soggetti con spettro autistico a crescere nelle proprie potenzialità; la scuola ad essere inclusiva; i genitori ad insegnare ai figli a vedere il bello e il buono della diversità, senza farla temere o a etichettarla come ‘strana’”.

Stima e autostima

“Far giocare i bambini tutti insieme, senza segregare quelli considerati ‘handicappati’ in dei ghetti (fisici o mentali) è la chiave dell’inclusione. Giocando o lavorando a dei progetti insieme, ognuno ha lo spazio per esprimere le sue specifiche potenzialità e fare squadra. In questo modo – conclude il dott. Bruseghi – si crea un circolo virtuoso di stima reciproca che sviluppa al contempo anche autostima. In tutti, nessuno escluso”.

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