Un'opportunità chiamata voucher

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Qualcuno li aveva indicati come il mezzo per la precarizzazione totale del lavoro e altri, invece lo vedevano come un’opportunità per combattere il lavoro nero e andare incontro a varie esigenze, sia dei lavoratori sia dei datori di lavoro, parliamo dei voucher.

Spesso nominati e raramente compresi questi sono, o meglio erano, una modalità di retribuzione per lavoro occasionale di tipo accessorio introdotta nel 2003 dal governo Berlusconi con finalità di “regolamentare quelle prestazioni lavorative, definite appunto 'accessorie', che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario, e tutelare situazioni non regolamentate“, come li descriveva Inps sul suo sito istituzionale.

In pratica si trattava di buoni acquistabili in banca o presso emettitori autorizzati (anche i tabaccai) con cui si potevano pagare delle persone che svolgevano un lavoro saltuario e non contrattualizzato permettendo sia di retribuire la prestazione in maniera trasparente, lecita e conveniente per entrambe le parti, sia la contribuzione previdenziale e la copertura antinfortunistica Inail.

La convenienza stava nel bassissimo carico fiscale e contributivo per ambedue le parti che ammontava al 25% complessivo con nessun rischio di vertenze per la prestazione o stipulazione di contratti da parte del datore di lavoro e la possibilità di integrare le entrate attraverso prestazioni occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale, che non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato e, inoltre, è cumulabile con i trattamenti pensionistici e compatibile con i versamenti volontari dal lato del lavoratore.

È evidente come il voucher fosse un’iniziativa assai interessante, soprattutto se rivolta al settore agricolo o per le famiglie che avessero bisogno, ad esempio, di una colf o di una baby sitter saltuariamente, ma che, in effetti, ha avuto un certo abuso soprattutto in alcuni uffici per sopperire a carichi stagionali che, invece, avrebbe avuto senso contrattualizzare a termine (anche perché si parla di aree coperte da Ccnl di settore che, così, veniva eluso).

La prima grande offensiva contro i voucher venne, infatti, da uno dei principali sindacati italiani, la Cgil, il cui segretario nazionale Susanna Camusso arrivò a dichiarare “Il voucher è un rapporto di lavoro, ma se il modello è quello attuale allora significa che l'Italia è un Paese in declino”. Questo anche se i limiti imposti nell’uso dello strumento non avrebbero mai permesso di adottarlo come modello di riferimento per i rapporti di lavoro subordinato, visto che, complessivamente, nessuno avrebbe potuto essere retribuito mezzo voucher per più di 9.333 euro lordi, che vuol dire 7.000 euro netti, in un anno. Un po’ misera come Ral per qualsiasi tipo di prestazione di lavoro continuata.

Non si comprende, quindi, la netta opposizione a questo strumento, in effetti, assai utile, in diversi campi, dall’agricoltura al turismo ai lavori stagionali o temporanei. La possibilità di ricorrere ai voucher, economici e convenienti per entrambe le parti in un rapporto di lavoro, è uno mezzo formidabile per combattere il lavoro nero permettendo di avere un sistema efficiente per remunerare un collaboratore temporaneo al di fuori degli schemi e delle rigidità contrattuali e garantendo trasparenza e coperture assicurative alla prestazione richiesta.

Allineato alla posizione della Cgil, invece, sembrava essere (prima dell'apertura all'utilizzo dei voucher nei settori dell'agricoltura e del turismo) l’attuale ministro del lavoro e del welfare, Luigi Di Maio, che considerava questo strumento un modo per sfruttare e sottopagare la gente e, addirittura, un “ricatto del tipo o ci fate sfruttare i nostri giovani oppure noi licenziamo”. La posizione espressa in maniera così netta diventava, poi, quasi ondivaga quando affermava: “Se vogliamo discutere della natura per cui erano nati i voucher per specifici lavori che non sono a rischio sfruttamento ma richiedono un tipo di pagamento quotidiano specifico, non abbiamo mai detto di essere contrari anzi è nel contratto di governo”. E ancora: “Deve essere chiara una cosa: non permetteremo a nessuna forma giuridica di introduzione dei voucher che lasci aperte delle strade che portano poi allo sfruttamento dei nostri giovani e meno giovani. Questo è lo spirito con cui affronta il tema dei voucher come affronta il tema della precarietà”.

Cosa significa questo? Voucher sì o voucher no? Non si capisce esattamente perché venisse ammessa l’utilità dello strumento ma si affermasse la volontà di non reintrodurre qualcosa che potesse aumentare sfruttamento e precarietà del lavoro arrivando a dichiarare, infine, di aver assunto il dicastero del lavoro per abbassare il costo del lavoro e permettere l’utilizzo di contratti a tempo indeterminato più “economici” per le imprese. 

Ecco qui, probabilmente, sta tutta la questione l’equivoco, in cui è caduto Di Maio, sulla natura, cioè, del voucher e su quello che è un contratto a tempo indeterminato.

Il primo nasce per regolarizzare e far emergere quei lavoretti temporanei che, solitamente, venivano regolati in nero, fosse anche solo per questioni di praticità come nel caso della ragazza che per una o due sere viene a fare la baby sitter e basta. Il secondo, invece, è il contratto di lavoro subordinato base e più diffuso, checché ne dica la retorica sulla precarietà, ma che non vuol dire assolutamente la garanzia del posto fisso.

Quest’ultimo è un’immagine ormai quasi mitologica che deriva da una concezione antica del posto di lavoro che, oggi, è già di per suo estremamente flessibile per questioni anche solo meramente legate all’evoluzione tecnologica che obbliga a una formazione continua del personale e a un periodico rinnovamento delle modalità di lavoro se non anche del datore di lavoro stesso. Un contratto a tempo indeterminato non significa che possa essere “per sempre” come un diamante, nella pubblicità della De Beers, ma semplicemente che non è possibile ipotizzarne una durata al momento della stipula e che potrebbe essere rescisso da una o dall’altra parte in qualsiasi momento perché la mansione richiesta non è più necessaria oppure perché il dipendente ha trovato un’occasione migliore.

Non è il contratto in sé la vera garanzia per un contrasto efficace alla precarietà del mondo del lavoro ma è la fluidità dello stesso. Quindi ben vengano provvedimenti che rendano più economiche e convenienti le assunzioni ma attenzione a non limitarle a una sola tipologia contrattuale, meglio creare un mercato del lavoro dinamico che permetta di spostarsi da un impiego all’altro facilmente, permettendo l’incontro efficiente fra domanda e offerta di lavoro, che una maggiore regolamentazione e irrigidimento del settore per tutelare un totem ideologico che, probabilmente, ha fatto il suo tempo e che non è più garanzia né di stabilità né di reddito.

 

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