Da dove arriva il “rimbalzo” del Pil italiano

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Da qualche giorno sta rimbalzando la notizia che il Fondo Monetario Internazionale abbia alzato le stime di crescita del PIL italiano al 4,9% su base annua, cifra che non si vedeva, ormai da diversi anni, superando la Germania che si fermerà “solo” a un incremento del 3,6%.

Non si tratta di una cattiva notizia, ovviamente, ma non c’è nulla da festeggiare.

Se pur vero che osservando su base annua il risultato sia più che lusinghiero bisogna anche ricordare che nel 2020 il PIL italiano sia crollato dell’8,9% mentre quello tedesco del 5% che significa che per raggiungere i livelli pre-Covid l’economia italiana dovrebbe crescere a un ritmo proporzionalmente superiore a quanto stia crescendo la Germania.

Oltre a questo va ricordato, poi, che quest’ultima abbia avuto un tasso di crescita medio di circa l’80% superiore rispetto a quello italiano e che l’Italia ancora non si sia ripresa dal crollo del PIL avvenuto tra il 2008 e il 2009 e per queste ragioni non ci sarebbe nulla da festeggiare sul rimbalzo avvenuto dopo la caduta dello scorso anno anche se, ovviamente, sia un forte segnale di reattività del sistema Italia.

Andiamo a vedere, però, da dove arrivi questo risultato.

Più di una volta si è ricordato che il PIL, solitamente, viene calcolato partendo dall’identità keynesiana Y = C + I + G + (X –M) dove Y è il PIL, C sono i consumi, I gli investimenti, G la spesa pubblica, (X –M) il saldo della bilancia commerciale.

I dati ISTAT indicano chiaramente che i consumi italiani siano crollati di circa il 9% nel 2020 sul 2019, annullando vent’anni di crescita degli stessi, e il Q1 2021 non ha mostrato alcuna inversione di tendenza, con un ulteriore calo del 3,4% sul Q1 2020, prova ne è che sia aumentato il tasso di risparmio, in maniera ben superiore al crollo dei redditi, cosa dovuta all’incertezza e alla necessità di assicurarsi risorse per il futuro prossimo.

Non si può nascondere che i consumi siano una delle direttrici più importanti nell’analisi della sostenibilità di un sistema economico poiché rappresentano il tasso di assorbimento della produzione di beni e servizi interno che va a diminuire la dipendenza dei produttori di ricchezza dalle turbolenze dei mercati esteri ma, fin dal 2012 si è preferito spingere sull’export per sostenere il PIL, esattamente come fanno Germania e Cina, e, per il momento, sembrerebbe che la cosa paghi abbastanza.

Tra i fattori dell’identità sopraindicata in crescita sono, infatti, gli investimenti che sono spinti sia dall’aumentato tasso di risparmio, sia da un certo richiamo di un’economia dalle tante potenzialità inespresse, come quella italiana, che sono state frenate da un’azione statale ondivaga e penalizzante, dal lato fiscale e burocratico, che si è vista negli ultimi decenni.

È indubbio che l’autorevolezza dell’attuale premier in campo internazionale sia uno dei fattori che abbiano favorito questo afflusso di capitali nella Penisola ma è altresì vero che un suo eventuale fallimento nell’opera di riforma e rilancio del Paese potrebbe avere conseguenza ben peggiori causando la fuga degli investitori internazionali ma anche di quelli nazionali.

Per queste ragioni è bene sperare che il PNRR abbia successo e che il Governo Draghi riesca ad attuare quelle riforme strutturali che il Paese aspetta da anni e anni che, oggi, sono alla base del piano di finanziamento dell’UE, ma questo è un discorso che sarebbe bene approfondire in altri momenti.

La bilancia commerciale, X – M, è in forte attivo da anni, come già si è detto, ed è il fattore che più ha contribuito alla tenuta del sistema Italia ma, oggi, è in lieve decrescita dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime e, di qui, a una crescita delle importazioni (M) a livello di costi.

A questo punto, avendo C in crollo quasi verticale, I in buon aumento ma che compensa il pessimo andamento dei consumi e (X –M) in lieve calo sulla media degli anni passati, è evidente che buona parte della crescita del PIL sia da imputare a G, alla spesa governativa, quindi.

Non è un caso che il debito pubblico sia salito dal 134,6% del PIL del 2019 al 157,5 del 2020 al quasi 160% previsto per fine 2021.

Il rapporto debito/PIL è uno dei principali indicatori di stabilità della finanza pubblica, non l’unico ma sicuramente molto importante, però è abbastanza ingannatore in una struttura del bilancio pubblico per cassa come quella italiana, dove non c’è, di fatto, differenza tra investimenti e spesa corrente nella quantificazione delle componenti negative di conto economico.

Lo scorso anno G fu incentrato tutto sulla spesa corrente, tra assistenza (cassa integrazione straordinaria, reddito di cittadinanza, trasferimenti pensionistici), “ristori” e bonus vari, nel 2021, soprattutto nella seconda metà, dovrebbe essere incentrata soprattutto sugli investimenti volti al rilancio dell’Italia e che, quindi, dovrebbero avere un effetto volano sul PIL portandolo a uscire dalla stagnazione che la penisola ha vissuto in tutta questa prima parte di secolo.

Diciamo che se quest’anno, ancora, la crescita del PIL avrà come principale motore l’attività dello Stato, ovviamente spinta dai fondi provenienti dal programma NGEU, nei prossimi anni questa dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, stabilizzarsi su una composizione più armonica dovuta alla ripresa dei consumi e alla nuova forma strutturale degli investimenti interni ma questi, al momento, sono più desiderata che reali prospettive, dipendendo tutto dall’azione sia delle forze politiche sia delle forze produttive del Paese nei prossimi anni.

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