Il mistero della Pasqua è la nostra speranza

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Alla XIII stazione della Via Crucis Gesù viene deposto dalla Croce: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala”. Siccome non bisogna essere letteralisti non conta che quest’anno alla XIII stazione le donne fossero due. Albina e Irina, due amiche, una russa e un’ucraina, ci hanno saputo testimoniare che nella loro amicizia confermata nonostante tutto l’odio scatenato da una terribile invasione, dai bombardamenti, dalle stragi efferate, fratricide, dalla cancellazione di intere città, il mistero della Pasqua è la nostra speranza. Di più, può essere la nostra realtà. Con loro infatti la fratellanza si conferma più forte del fratricidio, nonostante il fratricidio. E questo non è un messaggio che riguarda solo loro, ma tutta l’umanità.

C’è infatti una parte di noi che nel suo dolore, o nella sua sete di condanna, nega il diritto dell’altro a esistere. Chi mi ha aggredito, ferito, è il male. No, tu ti credi aggredito, ma in realtà insceni un falso racconto, quindi tu incarni in realtà l’eterna subdola natura del male, che si insinua sotto mentite spoglie per corrompere. Convinti di questo per noi, ne siamo convinti anche su tutto il resto che accade nel mondo. A me sembra che sia questo bisogno di trasformarci in giudici che tutto sanno e tutto dispongono a impedirci di sperare. Cosa e come può sperare chi sa tutto e tutto decide, inappellabilmente? Solo che arrivi il momento in cui proclamare la sua sentenza.

Albina e Irina recandosi insieme sotto la Croce in questo 2022 avranno avuto in mente racconti diversi, forse non convergenti. Ma hanno saputo riconoscersi come esseri umani, con l’umanità dei loro racconti. Facendolo hanno riconosciuto che esistono due popoli, quello che un racconto ideologico e vendicativo nega. E’ in questo loro gesto davanti al mondo che è cominciata la Pasqua nel giorno più cupo, quello in cui tutto sembra perduto. Per questa io vedo nel gesto della donna russa il coraggio più grande: lei ha riconosciuto l’esistenza di ciò che la sua parte ufficialmente nega. Ma forse è la donna ucraina ad aver avuto il coraggio che dovrebbe lasciarci di stucco: se sei qui io ti riconosco per quello che sei, non ti nego, non faccio lo stesso errore di chi voleva negarmi; anzi, ti abbraccio. Per chi, come noi, non crede più in nulla, Irina e Albina sono un’accusa tremenda della nostra pretesa di negare che ci sia qualcosa in cui credere, oggi.

La libertà, la democrazia, il vivere insieme, non sono parole che hanno perso qualsiasi significato sotto i colpi spietati di un sistema globale fatto di sopraffazione, di accaparramento, di accumulazione selvaggia, di ghettizzazione sociale. Perché? Perché la libertà, la democrazia, il vivere insieme sono quello che riusciamo a fare noi stessi di essi. Non abbiamo perso completamente la speranza di poter tornare a credere che possiamo liberamente vivere insieme come fratelli e quindi come persone diverse che per tali si riconoscono. Due donne hanno superato il frastuono delle bombe, la ferocia dei proiettili, dell’infierire su corpi inermi, o il fardello dell’essere all’indice, per dirci che hanno scelto di essere libere dalla propaganda che nega: e di volerlo fare insieme. E’ Pasqua! Ma quando è Pasqua?

Questa ingenua domanda non trova ancora una risposta da parte di tutti i cristiani. Oggi, in questo giorno che stiamo vivendo, è Pasqua per noi. Ma per Chiese importanti il calendario è diverso, la Pasqua deve ancora arrivare. 2000 anni dopo i discepoli di Gesù non sanno ancora dirci in che giorno Gesù sia risorto. E non sembra che tutti vogliano convenire, trovando una data comune. E’ dolce confermarsi di saperne di più. In questa semplice discordanza si può scorgere la conferma della necessità di non essere uno, ma tanti. C’era un tempo in cui le Chiese erano protette da un potere politico di fede diversa. E con loro erano protetti i loro aderenti. Non è una storia qualsiasi, afferisce al mondo dove il cristianesimo ha mosso i suoi primi passi. Quelle Chiese infatti erano il mondo, o i piccoli mondi, che tutto facevano e garantivano ai loro. Senza differenze importanti come giustificare la permanenza di questi piccoli mondi? Col passare del tempo qualcuno ha cominciato a notare che quei mondi non erano più indispensabili, non erano più eco incantevoli di liturgie nate nelle cattedrali, o nei monasteri del deserto. Certo, non era quello un ambiente che favoriva cambiamenti profondi: era la natura stessa del rapporto con il potere del tempo a richiederlo. Ma in tempi recenti è emersa una novità: il mondo è divenuto sempre più mondo, ma in quelle terre natie le Chiese restavano importante strumento comunitario di tutela di vecchi spazi sociali, come è stato per tutti i piccoli mondi. Ma non è strano che quando la storia ci ha confermato che il mondo è uno solo, moderno come è moderno il mondo, questa verità sia apparsa un problema a chi invece dovuto aiutare a rendere questo mondo unito anche riguardoso di tutti? Ma se il mondo continua ad essere fatto da tanti piccoli mondi rinserrati su stessi, a chi parla della Pasqua la singola Pasqua di ognuno? Irina e Albina hanno detto anche a loro che la Pasqua parla al mondo, tutto il mondo, non quello seguito da una specifica etnica, delimitante, chiusa. La Pasqua arriva per dirci che sotto la Croce siamo tutti fratelli, proprio perché siamo diversi, come Irina e Albina.

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