Legge di Bilancio: inizia la partita

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Dopo l’infruttuoso primo tentativo di incaricare un governo di coalizione M5s-Lega e l’incarico a vuoto a Cottarelli, con la seconda indicazione di Giuseppe Conte a Premier si è riusciti, finalmente, a dare una guida all’Italia unendo, con un “contratto di governo” i due partiti che, insieme, contano la maggioranza assoluta sia dei suffragi sia dei seggi parlamentari.

Dopo una fase caratterizzata soprattutto dall’attivismo del neoministro dell’Interno, Matteo Salvini, comincia ad avvicinarsi il primo vero banco di prova per l’attuale maggioranza, cioè la Legge di Bilancio 2019. Quattro i passaggil’elaborazione e presentazione del Documento di Economia e Finanza (Def), entro fine settembre, la presentazione del Disegno di Legge di Bilancio, entro fine ottobre, i giudizio da parte della Commissione Europea, entro fine novembre, e, infine, la votazione e approvazione entro il 31 dicembre per non incorrere nell’esercizio provvisorio.

Non si può nascondere che la questione sia piuttosto importante, soprattutto con la scadenza del 1° gennaio 2019 e il relativo scatto automatico delle clausole di salvaguardia dei conti pubblici che, come primo effetto, spingerebbero l’Iva ordinaria al 24,2% rispetto al 22%, cosa di cui si era già parlato su queste pagine poche settimane fa.

I punti principali da trattare, quindi, saranno la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, appunto, le pensioni (scatti età pensionabile, APe Social, Quota 100), il sostegno al reddito (il promesso reddito di cittadinanza), i bonus fiscali, provvedimenti per il mercato del lavoro (sgravi assunzione giovani e a tempo indeterminato) e per le imprese (l’annunciata flat tax, incentivi e investimenti).

Se dal lato della flat tax per le imprese il cammino è molto agevole, visto che esiste già fin dal 1974 per le persone giuridiche (prima si chiamava Irpeg e oggi Ires) e da quest’anno anche per le Pmi come Iri, entrambe con aliquota al 24%, per gli altri “punti caldi” il percorso non sarà altrettanto facile.

Per sterilizzare l’aumento dell’Iva occorre trovare coperture alla spesa per circa 32 mld di euro nel biennio 2019-2020 e, precisamente, 12,5mld a copertura del 2019 e 19,1mld per il 2020. Questo perché il Decreto Salva Italia del Governo Monti mai pensò di agire dal lato della spesa ma solo da quello degli introiti, quindi invece di stabilire un virtuoso taglio automatico delle spese, come nel caso del fiscal cliff americano, prima di ricorrere a un aumento d’imposta si è previsto solo quest’ultimo inanellando, nella lunga lista dei “successi” di questo mai dimenticato esecutivo, l’ennesimo provvedimento recessivo che potrebbe compromettere la ripresa del Paese che ha ripreso a crescere, anche se lentamente, solo nell’ultimo triennio.

In questo solco si insinua anche il problema previdenziale perché i conti Inps vanno messi in equilibrio e la cosiddetta Riforma Fornero, al di là dei giudizi politici su di essa, fu assolutamente inefficiente poiché rappresentava una pezza che non avrebbe potuto risolvere in maniera strutturale le criticità di Inps e del modello a ripartizione della previdenza italiana. Il vero punto per poter giungere a una duratura stabilità nei conti sarebbe quello di scindere definitivamente previdenza da assistenza e porre la prima come mission esclusiva dell’istituto pensionistico.

Qui entrerebbe anche la questione del reddito di cittadinanza che, sicuramente, comporterebbe dei costi ben superiori rispetto a quelli ventilati nella lunga campagna propagandistica dei pentastellati (lo scrivente calcolava circa 34mld di euro annui di coperture necessarie anziché i 16mld che da sempre vengono indicati) ma, se visto in un’ottica di riforma complessiva degli ammortizzatori sociali, potrebbe anche essere una soluzione percorribile, magari prendendo il sistema svizzero che prevede un’indennità di disoccupazione a scalare nel tempo e, terminata questa, l’accesso al sussidio che potrebbe essere il reddito di cittadinanza in cambio di una prestazione sociale periodica come si sta indicando in questi giorni.

Ovvio che una struttura similare dovrebbe portare obbligatoriamente all’abolizione totale della Cassa Integrazione Guadagni e della mobilità – spostando la tutela dal mero posto di lavoro al reddito – che verrebbe sostituita dall’indennità di disoccupazione universale (che poi sarebbe un potenziamento della Naspi già esistente) e, in seguito, dal reddito di cittadinanza.

Restano i punti relativi alle politiche attive per il mercato del lavoro e per gli gravi fiscali a cittadini e imprese che passano tutti per la stessa via che è, inizialmente, quella di snellire la struttura dello stato e il suo costo per ridurre complessivamente le pretese fiscali. Non è solo una questione di pubblico impiego, argomento sensibile a livello elettorale, ovviamente, ma di provvedimenti mirati a rendere fluido il mercato del lavoro e attrattivo per le imprese il sistema Italia, cosa che passa obbligatoriamente, per riforme a costo zero o quasi, quali la semplificazione burocratica e fiscale con una diminuzione degli obblighi e dei controlli da una parte e una riduzione delle voci di prelievo e delle scadenze dall’altra, unita a dei provvedimenti di ampio respiro che devono per forza andare verso un contenimento della spesa e una riduzione del prelievo fiscale, magari partendo dall’energia che è uno dei punti più critici e onerosi per tutti.

Il punto principale da tenere in considerazione è che nell’ultimo ventennio gli introiti dello Stato sono aumentati del 53% mentre il Pil, invece, ha avuto un incremento di solo il 14,5%. E' evidente, quindi, dove sia il vero problema da risolvere per permettere all’economia di ripartire, creando lavoro e, volendo vedere, anche gettito.

Già si è perso il primo “treno” quando tra il 2005 e il 2007 il debito pubblico era stato riportato al di sotto del limite del 100% di rapporto debito/Pil. Allora si sarebbe dovuto sfruttare lo strutturale avanzo primario dei conti nazionali per spingere una politica seria di investimenti volti alla crescita, tra semplificazione e riduzione del fisco e investimenti infrastrutturali per rimodernare il Paese. Oggi la situazione è più grave ma non ancora irreversibile e, nonostante la crescita del debito anche in termini assoluti, l’unica via che rimane è quella della crescita perché l’indicatore vero di stabilità di un sistema economico è il già citato rapporto debito/Pil. Se anche si riducesse il numeratore a discapito del denominatore, come cercarono di fare sia l’ultimo governo Berlusconi sia, soprattutto, il governo Monti, si rischierebbe di aggravare la soluzione e portare all’esplosione del debito in valore assoluto spinto dal crollo di redditi, risparmi e investimenti (come è avvenuto). Specularmente se si cercasse solo di stimolare la crescita a debito si potrebbe generare un effetto simile per l’instabilità e l’onerosità della finanza pubblica, la vera sfida è cercare il compromesso per permettere di riagguantare un trend di crescita stabile contenendo i costi per lo stato che, contrariamente a una certa retorica, finiscono sempre per gravare sui redditi e i risparmi dei cittadini, ricordando, poi, il monito di Maffeo Pantaleoni, ignorato dalla maggior parte delle maggioranze parlamentari che si sono succedute in questi anni, e che dice testualmente “Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L'abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all'importo delle tasse.”

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