Pietro e Paolo: l'unità oltre le differenze

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Indubbiamente sarebbero rimasti estranei l’uno all’altro il galileo Simone, pescatore del lago di Tiberiade, e il giudeo Saulo della tribù di Beniamino, nativo di Tarso di Cilicia, ma colto rabbino dimorante a Gerusalemme, abile tessitore di tende e cittadino romano di nascita. Mai si sarebbero incontrati, e nell’ipotesi del tutto improbabile che ciò avvenisse, non avrebbero di certo sviluppato un’amicizia, quella secondo i parametri umani.

Agli antipodi

Due personalità molto diverse, sia come temperamento, sia come cultura, sia come storia. Simone era sanguigno ed emotivo. Saulo era di carattere forte, intransigente, decisionista. Rozzo e poco istruito il pescatore di Cafarnao. Dotto e acuto il pensatore rabbinico di Tarso, dimorante a Gerusalemme. Adattato alla vita quotidiana senza rilievi, e plasmato dalle incertezze del nel lago Simone. Audace sognatore di grandezza il cittadino romano Saulo. Eppure, ecco che nella solennità odierna la Chiesa li celebra uniti, cogliendo in essi una unione profonda.

Il cammino verso Roma

Unione in Cristo, nella Chiesa, che pur avendo una struttura gerarchica, e perciò di non pari grado, è principalmente fondata sulla comunione. Pietro il primo Pontefice, che accoglie l’apporto di Paolo, quale ammonitore in una situazione estrema –  di solo comportamento pastorale -, come quella di Antiochia (Gal  2,11s). Paolo, inviato da Cristo ai pagani, ha assoluto bisogno di Pietro per sigillare l’autenticità della sua missione, e non correre così invano (Gal 2,2s). Pietro, apostolo dei giudei e Paolo dei pagani (Gal  2,7). Due direzioni che convergono verso Roma, capitale di un immenso impero. La città odiata dai giudei belligeranti, ma non da Pietro e Paolo, entrambi a Roma cittadini romani, non in virtù del censo, posseduto solo da Paolo, ma in virtù di Cristo, che ha abbattuto il muro di divisione tra i due popoli, e ha consegnato il regno al nuovo popolo costituito nella fede, che lo farà fruttificare. Gerusalemme già città gloriosa di Israele, ora contiene nelle sue mura la condanna a morte del Cristo, e la persecuzione di coloro che sono di Cristo. 

Cambiati da Dio

Pietro a Roma c’era andato più volte da uomo libero, Paolo ci andò due volte da prigioniero. Ma le catene non fermarono Paolo, anzi diventarono un segno eloquente del suo amore per Cristo. Entrambi gli apostoli furono inarrestabili, poiché trasformati dalla misericordia di Dio. Pietro perdonato dopo il rinnegamento. Paolo folgorato e perdonato, mentre violento, correva a colpire. Cosa sarebbe stato Pietro se Dio non avesse permesso quella caduta? Certo non un pastore in mezzo alle pecore, ma un lupo in mezzo alle pecore. Cosa sarebbe stato Paolo senza la misericordia ottenuta lungo la strada di Damasco? Sarebbe stato un distruttore di se stesso e degli altri, perché conoscendo Cristo nei cristiani, sarebbe diventato sempre più buio, perdendo quello che di umano aveva, poiché a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). La misericordia di Dio per afferrare un tale uomo usò luce folgorante, e parola trafiggente (At  9,3). Per essere umile evangelizzatore dei pagani  doveva intendere di quale immisurabile misericordia è capace il Signore (Ef 3,18). Pietro e Paolo, apostoli della misericordia di Dio, che ha un nome, Gesù Cristo, fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Le persecuzioni

Pietro e Paolo a Roma, mentre divampò la prima persecuzione dell’impero contro i cristiani. Nerone si fece persecutore. La repressione era di tale entità da sradicare la Chiesa, non solo nel cuore dell'impero. Eppure ecco che la Chiesa cresceva, il sangue dei martiri era seme di nuovi cristiani, come dirà in seguito Tertulliano. Ogni colpo del persecutore invece di sgretolare rendeva più saldi i cristiani, più uniti a Gesù, più pervasi del suo Spirito. Più compatti sotto la guida di Pietro, costretto alle catacombe, ma pur con presenze audaci. Più profondi nella percezione del mistero di Cristo, per la forza luminosa di Paolo, non trattenuta dalle catene. Ma non pare giusto vedere Paolo sempre legato. Non lo fu nella prima prigionia (At  28,30), e non poté esserci nella seconda se si considera che il potere di Nerone ogni giorno si sgretolava, con l’apertura di grandi falle. C’era chi lo detestava, disgustato per quella Domus Aurea, destinata ai vizi, che stava costruendo con il lavoro di 40.000 schiavi. Poi Paolo non sarebbe mai diventato un latitante, in attesa di comparire davanti a Nerone. Potevano stare tranquilli i carcerieri se gli davano gradi di libertà, poiché proprio la grande occasione di parlare di Cristo davanti a Nerone era l’occasione principe della sua vita. Paolo veramente evangelizzava a Roma, se chiamò Timoteo accanto a sé, proprio per il Vangelo (2Tm 4,9s).

L'unità

La forza della Chiesa sta nell’unità in Cristo nell’adesione alle guide volute da Gesù. Sotto i colpi della persecuzione la Chiesa si cementava nell’unità, e la sua tempra cresceva. L’unità in Cristo è la forza della Chiesa. Se uniti i cristiani sono una potenza inarrestabile, disgiunti dal Salvatore, e quindi tra di loro, sono una nullità. Satana sempre vuole sgretolare l’unità della Chiesa, mai ci riuscirà, eppure tanto danno è riuscito a fare con gli scismi, più o meno ereticali, e gli antipapi, pastori idoli postisi al servizio dei vari incipienti Neroni. Fuori dubbio gli errori del passato il mondo li fa pesare sull’oggi della Chiesa. Non è bastato chiedere perdono degli errori passati, bisognerà annullarli con testimonianze pronte a ogni sacrificio.

Il ruolo del Papa

La Chiesa di Roma, a capo di tutte lquelle particolari, in virtù della sede di Pietro, irraggiò lo splendore della verità del Vangelo e l’ardore dello Spirito Santo, quando fu coraggiosa, lontana dai compromessi. Divenne debole quando si affievolì la radicalità evangelica, quando inseguì il favore dei potenti, illusa dei loro bugiardi ossequi, e con ciò si diffuse debolezza nella Chiesa universale. Ma il Vangelo è ancora nelle mani della Chiesa presente a Roma e in tutto il mondo. Gli scismi e le eresie avvennero per colpevole manipolazione della Parola, l’unità si mantenne per lettura autentica della stessa. L’unità della Chiesa, smembrata da tante divisioni, si ricomporrà per l’attrazione della Parola spiegata e testimoniata dal successore di Pietro, vescovo della Chiesa di Roma, e dal collegio apostolico in comunione con lui, spettando al successore di Pietro il carisma petrino dell’infallibilità e del governo diretto su tutta la Chiesa, pur nel rispetto del governo proprio delle Chiese locali. Annunciata pure in comunione col Magistero da tutti battezzati, poiché in vario modo la Chiesa è tutta ministeriale.

Le tre Mense

La solennità di oggi ci porta a considerare la forza della Chiesa che si nutre a tre Mense, come sottolineava sant’Antonio, dottore della Chiesa, (Sermoni, ed. Messaggero, pag. 981): la Mensa della Parola, la Mensa dell’Eucarestia e la Mensa della Penitenza. Cosa ci manca oggi della partecipazione alle tre Mense? Tutte e tre le abbiamo, ma la terza è poco partecipata. Mensa importantissima, connessa al Sacramento della Riconciliazione, ma anche fonte di nutrimento per una preghiera ardente. Non per niente al termine del Concilio Vaticano II Paolo VI, il 17 febbraio 1966, emanò la Costituzione Apostolica “Paenitemini”.

Paolo apostolo diceva di sé (1Cor 9,27): “Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù”. Cosi raccomandava Pietro (1Pt 5,8): “Siate sobri, vegliate”. Così pregava la comunità di Antiochia (At 13,3): “Dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono”. La tempra forte della Chiesa è il risultato della partecipazione delle tre Mense. Se così è, allora si avranno i testimoni coraggiosi della nuova evangelizzazione, condotta in territori disseminati da mine anticristiane, che dovranno essere rimosse. Partecipe delle tre Mense fu Pietro che coronò la sua vita morendo su di una croce. Fu Paolo, decapitato dopo avere subito la flagellazione. Entrambi grandi grandi messaggeri di invito alle tre Mense istituite da Cristo.

 

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