Ius scholae: la presa d’atto sui minori che manca all’Italia

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Dal 1992, a regolamentare la concessione della cittadinanza italiana è lo ius sanguinis, in base al disposto della legge n. 91 del 5 febbraio 1992 (successivamente modificata dalla legge 94 del 2009 e vari regolamenti). Per essere considerato “automaticamente” italiano, un minore deve essere figlio di padre o madre italiani o essere in possesso di determinati requisiti espressamente specificati dalla legge (come matrimonio, “residenza in Italia” o, nel caso di minore nato in Italia, avervi risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età).

Il 29 giugno, questa situazione potrebbe cambiare: la Camera dovrà decidere se modificare questa legge introducendo il cosiddetto ius scholae. Più volte il Parlamento ha cercato di aggiornare questa legge. Ma l’iter parlamentare si era sempre interrotto, fino ad arenarsi definitivamente. Il nuovo testo concentra l’attenzione “solo” sullo ius scholae, ovvero il riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori stranieri nati in Italia o arrivati entro il dodicesimo anno di età e che abbiano completato almeno cinque anni di percorso scolastico. La cittadinanza italiana “si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia”. Qualora ciò non dovesse essere possibile, potrà farlo direttamente “l’interessato” e acquisire “la cittadinanza se ne fa richiesta all’ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”. Ministero Dell’Interno – Legislazione

La nuova proposta di legge è stata approvata senza troppe difficoltà dalla Commissione Affari costituzionali, presieduta da Giuseppe Brescia (M5s). Il documento finale rappresenta una sintesi delle tre proposte di legge presentate da Matteo Orfini (Pd), da Renata Polverini (Fi) e da Laura Boldrini. “È una scelta di fiducia – ha detto Brescia – non solo negli stranieri che vogliono integrare i loro figli, ma nel lavoro della comunità didattica, nella dedizione dei dirigenti scolastici e degli insegnanti che in classe costruiscono la nostra Repubblica e insegnano i valori della nostra Costituzione”. Anche l’ex viceministro all’Interno Matteo Mauri, ha espresso “apprezzamento” per la proposta di legge: “Faremo di tutto per farla passare e perchè sia la più avanzata possibile”. Unica nota negativa quella di Igor Iezzi della Lega che ha parlato di “ius soli mascherato”.

Positivo il giudizio anche delle associazioni. Tra queste Amnesty International Italia e i partner della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio: “Lo ius scholae è un presupposto fondamentale per garantire i diritti inviolabili e i diritti di cittadinanza, e colmerebbe un vuoto che i nostri principi Costituzionali non possono più tollerare. L’Italia, infatti, rimane tra i Paesi più arretrati in Europa in materia di cittadinanza. Ed è giunto il tempo di dar voce alla volontà di un’ampia parte della società e, finalmente, un riconoscimento – non solo giuridico – a circa un milione di giovani”. “Come Rete, riteniamo il testo proposto un buon punto di partenza. Da giuristi, non possiamo però non evidenziare la mancanza di una norma transitoria, che disciplini lo statuto delle persone che abbiano maturato o stiano maturando i requisiti richiesti al di fuori dei rigidi parametri temporali dettati”. Ius Scholae: il Parlamento riconosca i diritti delle persone italiane di fatto, ma ancora discriminate per legge – Amnesty International Italia

Da anni si sentiva la mancanza non solo di un cambiamento come quello in discussione alla Camera ma di una presa d’atto della situazione dei minori stranieri in Italia. Sebbene con un tasso di natalità in leggero calo, in Italia, il numero di bambini e ragazzi CNI (con cittadinanza non italiana) è in aumento: sono oltre un milione, circa il 10% dei minorenni. La Lombardia è la regione con il più alto numero di studenti di origine straniera (un quarto del totale presente in Italia, circa 224 mila). L’Emilia Romagna, invece, è quella con la più alta percentuale di alunni stranieri sulla popolazione scolastica regionale (17,1%). Al secondo posto ancora la Lombardia (16%) e poi Toscana (14,5%), Veneto (14,1%), Umbria, Liguria e Piemonte. Le regioni del Sud presentano percentuali che variano tra il 7,6% dell’Abruzzo e il 2,7% della Sardegna.

La definizione di minori CNI è ampia. Comprende situazioni molto eterogenee: le “prime generazioni”, ovvero i bambini arrivati in Italia solo dopo la nascita; ma anche i minori stranieri non accompagnati, giunti in Italia senza i genitori; ma anche i giovani di seconda generazione, nati nel nostro paese da genitori stranieri. Sono loro a costituire la maggioranza degli alunni stranieri – il 65,4% – nati in Italia. Anzi proprio gli studenti di seconda generazione sarebbero gli unici ad essere in crescita nella popolazione scolastica. Ad accomunarli alcuni dati particolari e non sempre positivi: sebbene con alcune eccezioni di assoluto valore, rimane elevatissima la percentuale dei giovani senza cittadinanza italiana che lasciano la scuola prima di aver completato l’iter educativo o formativo (36,5%, a fronte di una media italiana del 13,5%). Una percentuale alta, ma soprattutto con valori assoluti che non si vedevano dal 2013. Una situazione che, forse, già di per sé, basterebbe a giustificare la scelta della modifica alla legge sul riconoscimento della cittadinanza (uno stimolo in più per rimanere a scuola e studiare).

Quello della dispersione scolastica era e rimane è un tema spinoso del quale non si parla mai abbastanza: alla dispersione scolastica “esplicita” (l’abbandono precoce degli studi vero e proprio), spesso si aggiunge la dispersione implicita, ovvero chi, pur completando il percorso di istruzione, non raggiunge un livello di competenze adeguato. Un problema che comporta anche un costo non indifferente per lo Stato in termini di misure di protezione sociale, oltre che di una minore ricchezza per il paese.

Secondo i dati diffusi dal MIUR (link pdf), a lasciare la scuola media e superiore sarebbero soprattutto maschi, stranieri e residenti nel Mezzogiorno (oltre a molti in ritardo scolastico). Un quadro confermato anche dai dati di Eurostat: nel 2020, il 13,1% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media. L’Italia si trova agli ultimi posti della classifica europea e ben lontana dalla media europea che è del 9,9%. Anche in questo caso le differenze sono legate al territorio, all’ambiente sociale di origine, al genere e soprattutto alla cittadinanza. L’Italia rimane lontana dagli obiettivi europei dell’Agenda Europa 2020, che prevedevano, entro il 2020, che i giovani tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) dovevano essere meno del 10% del totale. Povertà educativa – Openpolis la scommessa ora è capire se la modifica alla legge sul riconoscimento della cittadinanza in calendario alla Camera il 29 giugno sarà sufficiente per risolvere anche questo problema. O se, invece, saranno necessari altri interventi, magari più mirati.

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