Invocare atti di morte, il paradosso dei tempi del Covid

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Confortati dai dati che mostrano in lieve calo l’espandersi della pandemia, nel mondo e nel nostro Paese, si prova sempre di più ad immaginare come sarà il “dopo Covid”, disegnando scenari di un’umanità nuova, forse un po’ più consapevole delle proprie fragilità e dei propri errori. Spesso si cita la storica frase di Cicerone “Historia magistra vitae”, la storia è maestra di vita, omettendo però un altro paio di qualità importanti che il grande oratore latino attribuiva alla storia: “testis temporum et lux veritatis”. Dunque, la storia è testimone dei tempi ed è luce di verità, ed è partendo da qui che può – o potrebbe – diventare maestra di vita.

Purtroppo è doloroso constatare che, nello scorrere dei secoli, noi uomini abbiamo imparato ben poco dagli eventi accaduti. Basti pensare alla tragica piaga della guerra: dopo ogni conflitto l’umanità ha giurato che mai più ci sarebbero stati morti e carneficine, mai più dolori, lutti e lacrime. Così dopo la Guerra dei Trent’anni, dopo l’epopea napoleonica, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, dopo la guerra nel centro Africa, dopo i Balcani… l’elenco è senza fine. Passata l’emozione del momento, tutto torna come prima. Perché? Perché la storia la scrivono gli uomini e solo un cambio di rotta radicale (metanoia, la chiama San Paolo) nel cuore di ciascun uomo è condizione necessaria perché ci sia un cambio di rotta nella storia.

Se questa è la griglia di lettura dei nostri giorni di epidemia per immaginare la società del dopo coronavirus, dobbiamo riconoscere che già ci sono segnali per nulla rassicuranti. Mentre su tutti i canali televisivi scorrono i lugubri numeri dei morti, mentre assistiamo attoniti alla processione di camion militari che trasportano innumerevoli bare, mentre si rimane senza fiato di fronte alla falcidia di persone anziane, e si lanciano appelli per trovare fondi per l’emergenza sanitaria e quella economica, mentre l’attività sanitaria cosiddetta “ordinaria” viene messa in lista d’attesa (sarebbe bene non dimenticare che ciò significa persone malate, sofferenti, bisognose di terapie cui viene negato il diritto alla salute!) si rimane letteralmente senza parole di fronte a spregiudicati appelli a garantire efficienza e rapidità per il servizio di IVG “in piena sicurezza e in un contesto adeguato sia per la tempistica che per la gestione dell’impatto psicologico”.

Così recita l’appello di quattro associazioni pro-aborto, fatto proprio dai consiglieri PD della Regione Umbria. Sulla medesima scia, la richiesta di promuovere su vasta scala l’aborto farmacologico (RU 486) allargando le maglie della legge 194. In uno scenario sociale di morte, che ci impedisce addirittura i più semplici gesti di amicizia e simpatia, come un abbraccio o una stretta di mano, si arriva al paradosso di invocare altri atti di morte, travestiti da diritto alla salute della donna. Solo una bieca e irragionevole determinazione ad eliminare piccole vite nascenti può rendere così insensati da non capire che la vera “salute” della donna è aiutarla ad avere il suo bimbo in braccio, garantendole tutti gli aiuti economici e sociali possibili ed immaginabili.

A rincarare la dose, ci si mette anche la SIGO (Società Italiana Ginecologi Ostetrici) a promuovere l’aborto chimico, facilitandolo al massimo, anche attraverso la “consegna a domicilio” della pillola abortiva, proprio come si fa – di questi tempi – con la pizza e le lasagne! Consumato il pasto, così come si getta il cartone, il bimbo può essere eliminato. Si arriva così a strumentalizzare l’emergenza epidemia, per far diventare ordinario l’aborto fai da te, con la “nobile” motivazione di non caricare gli ospedali impegnati a causa del COVID. La Regione Toscana, meno di un mese fa, in piena pandemia, ha destinato 80 mila euro per la cura della cosiddetta “disforia di genere”. Ottanta mila euro significano cinque ventilatori automatici di ultima generazione per i malati COVID, o circa 40 Progetti Gemma per aiutare la mamma a scegliere per la vita del suo bimbo.

Il semplice buon senso fa nascere una domanda: in questo tragico marzo 2020, che passerà alla storia per l’ombra di morte calata sul nostro Paese, dov’è più sensato mettere fondi? Ogni giorno sentiamo ripetere che la vita viene prima di ogni altra opzione, che salvare vite è una priorità assoluta, e poi le scelte di certa classe politica negano di fatto la possibilità di salvare qualche persona malata in più e il diritto di nascere a qualche bimbo in più. Pesa come un macigno un’altra domanda che una società che vuole essere davvero civile non può eludere: che cosa perdiamo, che danno ci arreca, se nasce un bimbo in più?

Nei giorni del Triduo Pasquale, in uno scenario di silenzio e di solitudine che non avevamo mai visto e che mai avremmo immaginato, immagine plastica della Passione di Cristo, la voce del Santo Padre si è nuovamente alzata in difesa della vita: “Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre … Cessino gli aborti che uccidono la vita innocente”. Un drammatico parallelo, quello proposto dal Papa, fra la morte inflitta dalle armi e dalla guerra e la morte provocata da scellerate scelte politiche contro la vita nascente. Com’era fin troppo facile prevedere, di questo appello per fermare l’aborto non c’è stata una sola parola sui media del pensiero unico, politicamente corretto.

Se non abbiamo il coraggio di affrontare e rimuovere le “strutture di peccato”, come le ha definite San Giovanni Paolo II, frutto di una stratificazione del male personale che diventa male sociale, risulta molto difficile pensare che il dopo Covid vedrà nascere una nuova era di pace e di vita. Passato l’incubo del contagio e della morte accanto, riprenderanno vigore l’arroganza e la stoltezza di chi ha allungato le mani sull’albero della vita, e tornerà di drammatica attualità il proverbio che la seconda lettera di Pietro ci ricorda: “Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango” (2 Pt. 2,22). Parole durissime che invocano una vera conversione personale e sociale come unica via di ravvedimento e di speranza. La speranza: virtù teologale ed umana. Dobbiamo parlarne.

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