Cura Italia, un decreto per tempi di guerra

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A leggere il testo diramato dal governo del decreto legge recante “misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19″, si ha la netta impressione di essere in guerra. La mia generazione è passata attraverso la Seconda guerra mondiale da bambini di pochi anni: conserva quindi una memoria frammentata di quella esperienza, dal versante della condizione della popolazione civile. Le generazioni dopo la mia, la guerra l’ha vista solo al cinema e in tempi più recenti – ma questa è guerra vera anche se si combatte altrove – tutte le sere nei tg.

I libri di storia, tuttavia, ci hanno trasmesso la drammaticità degli eventi bellici e il senso degli sforzi umani e materiali che vengono richiesti ad una comunità quando le frontiere sono in pericolo ed il nemico ha sfondato le nostre linee. Da ciascuna di quelle norme del decreto nominato Cura Italia, scritte ed assemblate, in una logica d’emergenza traspare la durezza della sfida e il sacrificio che viene chiesto al Paese, non solo alle generazioni di oggi, ma anche a quelle di domani. Durante le guerre non si fa caso all’incremento del debito pubblico; mobilitare in continuazione maggiori risorse per le esigenze belliche diventa una priorità assoluta, una ragione di sopravvivenza.

Con questo decreto – è stato detto – si sta facendo un’altra manovra, anzi la “vera” manovra per il 2020, per un ammontare (parziale) di 25 miliardi. La Ue ha fatto ‘’tana per tutti’’, le regole di bilancio sono sospese e tutti i governi sono autorizzati a correre ai ripari. Ma gli indebitamenti che si assumono oggi saremo sempre noi a portaceli appresso. Anche se riusciremo a sconfiggere il virus non potremo chiedergli i danni di guerra. Ovviamente, è la situazione ad imporci la regola del primum vivere. E’ importante, però, non perdere la lucidità, non lasciarci trascinare dal vortice delle psicosi che sta mettendo in ginocchio il mondo, in particolare la parte più sviluppata, che vive nel benessere e non è più capace di soffrire, che confonde la realtà con la percezione, la vita vera con quella che viene raccontata dai media. Il decreto rappresenta una prima risposta organica alle tante emergenze di questa fase nella speranza che presto ci appaia un bagliore ad indicare la fine del tunnel.

Il decreto, soprattutto nelle misure a sostegno del lavoro (il Titolo II) è importante perché è complementare (il sostegno al reddito, la cig in deroga per nove settimane, i congedi parentali, i bonus famiglia, ecc.) a quanto disposto dalle parti sociali, in presenza del governo, nel Protocollo del 14 marzo, che contiene misure per salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori nel contesto della continuità della produzione. Non esistono infatti due tempi: non si salva nessuno se si ritrova a vivere in un deserto. Anche in frangenti come questi l’economia non deve andare in quarantena. E le politiche pubbliche devono favorire questo obiettivo. Perché un Paese non può vivere chiuso in casa a consumare risorse che nessuno produce. E dopo il reddito di cittadinanza non possiamo permetterci un reddito da contagio generalizzato. Intanto, è passata quasi inosservata una norma del decreto che blocca le procedure per i licenziamenti collettivi e i licenziamenti individuali di carattere economico. A prova dell’eccezionalità della situazione una norma siffatta fu introdotta per un breve periodo nell’immediato dopoguerra.

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