Come il Covid influisce sui giovani: il grido d’allarme della Chiesa

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“Io sono estremamente preoccupato, dai bambini della scuola primaria agli adolescenti delle scuole superiori. Stanno sopportando sulle loro spalle il prezzo più grande di questa pandemia. Perché gli è stato tolto un pezzo della loro giovinezza, della loro vita, della loro crescita. Non c’è sviluppo umano completo, infatti, senza relazioni interpersonali”, così il presidente della Cei e cardinale, Gualtiero Bassetti, in un’intervista sulle pagine del Messaggero esprime tutto lo sconforto della Chiesa italiana per la condizione dei ragazzi in età scolastica che stanno pagano lo scotto più caro dell’isolamento sociale.

“Penso soprattutto agli adolescenti che vivono nelle grandi città, magari in piccoli appartamenti. È oggettivamente una condizione durissima di sradicamento e di chiusura – ha proseguito l’arcivescovo di Perugia -. Occorre ripensare il loro rientro nella vita quotidiana, farli sentire di nuovo protagonisti e non solo spettatori passivi di una crisi sanitaria così grave. Servirebbe una proposta innovativa per il prossimo anno scolastico”.

Nelle parole del porporato ci sono tutte le fragilità dei giovani, che hanno subito vissuto le restrizioni imposte per la sicurezza sanitaria come un intervallo forzato alla loro crescita emotiva e cognitiva. Si tratta di un danno inferto ad un’intera generazione, che tutte le componenti della società sono chiamate a riparare per evitare ulteriori ripercussioni nel tessuto sociale.

Il grido di dolore lanciato dal presidente della Cei ha trovato un’immediata conferma nei dati pubblicati ieri dall’Unicef. Secondo l’Agenzia per l’infanzia della Nazioni Unite, in tutto il mondo 168 milioni di bambini non sono potuti andare a scuola per quasi un anno a causa della chiusura degli istituti per il Covid-19 e 214 milioni – 1 su 7 – hanno perso più di tre quarti di scuola in presenza. L’Unicef intende richiamare l’attenzione sull’emergenza dell’istruzione e sensibilizzare sulla necessità dei governi di tenere le scuole aperte, o darvi priorità nei piani di riapertura. Alcuni Paesi infatti, soprattutto in America Latina e nelle aree in via di sviluppo, non hanno applicato restrizioni orarie agli spostamenti e alle attività commerciali ma hanno tenuto chiuse le scuole dall’inizio della pandemia, facendo ricorso solo alla didattica a distanza.

Nella sede della Nazioni Unite a New York è stata inaugurata l’installazione ‘Pandemic Classroom’, una classe composta da 168 banchi vuoti. Ogni banco rappresenta 1 milione di bambini che vive in Paesi in cui le scuole sono state quasi interamente chiuse. “Non vogliamo che porte ed edifici chiusi nascondano il fatto che il futuro dei nostri bambini sia stato messo in pausa a tempo indeterminato. Questa installazione è un messaggio ai governi: dobbiamo dare la priorità alla riapertura delle scuole e dobbiamo dare la priorità per riaprirle migliori rispetto a come erano prima”, ha spiegato Henrietta Fore, Direttore generale dell’Unicef. “Ogni giorno che passa, i bambini che non possono accedere all’istruzione in presenza rimangono sempre più indietro, e i più emarginati pagano il prezzo più alto”, ha aggiunto Fore, “non possiamo permetterci di passare a un secondo anno di apprendimento limitato o addirittura assente per questi bambini. Non si dovrebbe risparmiare alcuno sforzo per tenere aperte le scuole, o dare loro la priorità nei piani di riapertura”.

L’analisi sulla chiusura delle scuole condotta dall’Unicef mostra che, tra marzo 2020 e febbraio 2021, le scuole sono rimaste in gran parte chiuse in 14 paesi nel mondo, attualmente invece sono 26 i Paesi che stanno applicando le chiusure totali temporanee per far fronte a dei picchi di contagio. Due terzi di questi paesi sono in America Latina e nei Caraibi, colpendo circa 98 milioni di studenti. Di questi 14 paesi, Panama ha tenuto le scuole chiuse più a lungo, seguita da El Salvador, Bangladesh e Bolivia.

Questa catastrofe educativa ricade dunque ancora una volta sui più poveri ed emarginati e rischia di allargare ancora di più le diseguaglianze tra nord e sud del mondo. Privare un ragazzo della scuola significa portagli via l’unico ascensore sociale che ha a disposizione per migliorare le sue condizioni di vita e significa condannare intere popolazioni ad un’arretratezza senza sbocchi.

Ma le scuole non sono solo luoghi per l’apprendimento didattico e la formazione professionale ma soprattutto spazi in cui sono offerti servizi essenziali per l’infanzia: interagire con i propri coetanei, cercare supporto, accedere a servizi sanitari, di vaccinazione e per ricevere pasti nutrienti. Quindi la chiusura delle scuole ha delle conseguenze non sono sull’apprendimento ma anche sul benessere dei bambini e dei ragazzi. L’apprendimento da remoto poi è particolarmente complicato per i figli di famiglie numerose che fanno i conti con spazi limitati e dispositivi digitali da condividere con gli altri fratelli. Per non parlare del dramma dei bambini dei Paesi più poveri, per i quali l’interruzione della didattica a distanza può significare l’ingresso nel mercato del lavoro minorile e di sfruttamenti di ogni tipo.

Per tutti questi motivi la comunità internazionale deve porre tra le priorità planetarie i piani di riapertura delle scuole e le azioni per recuperare l’istruzione persa dei bambini. In questa cornice l’Unicef chiede ai governi provvedere subito ai bisogni individuali di ogni studente, con servizi completi che coprano il recupero di apprendimento, salute e nutrizione, e misure di protezione nelle scuole per lo sviluppo e il benessere dei bambini e degli adolescenti.

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