Ancora un suicidio in carcere. E’ l’82esimo da inizio anno, mai così tanti

In totale, da inizio anno, si tratta dell'ottantaduesimo suicidio. Mai un numero così alto negli ultimi 10 anni

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Foto di jraffin da Pixabay

Ancora un suicidio in carcere. Un 30enne di origine bengalese si è impiccato nel carcere romano di Rebibbia; sarebbe uscito il prossimo luglio. Con la sua morte salgono a otto le morti registrate nelle carceri romane da inizio anno. In totale, da inizio anno, si tratta dell’ottantaduesimo suicidio. Mai un numero così alto negli ultimi 10 anni. Diverse le motivazioni che spingono un detenuto all’estremo gesto. 

Rebibbia: trentenne bengalese si suicida in carcere

Avrebbe finito di scontare la pena tra sei mesi ma stamattina si è tolto la vita nel carcere di Rebibbia a Roma. Si tratta dell’ottantaduesimo suicidio dall’inizio dell’anno, un numero mai così alto negli ultimi 10 anni.

L’uomo, 30 anni di origine bengalese, aveva una condanna a meno di due anni per concorso in rapina. In primo grado era stato lasciato fuori dal carcere, ma a luglio in appello per un residuo di pena di un anno era stato portato nel carcere di Rebibbia. Sarebbe dovuto uscire il prossimo luglio – scrive Ansa – ma stamattina si è impiccato in cella.

A Foggia il precedente

L’ultimo suicidio in ordine di tempo era avvenuto lo scorso 21 novembre nel carcere di Foggia. Il quinto da inizio anno nel solo centro pugliese. Forte l’appello dei sindacati di polizia penitenziaria.

“Sembra non voler finire la maledizione che avvolge il carcere di Foggia che ne ha fatto il
penitenziario con maggior suicidi (5) della nazione dall’inizio dell’anno – ha commentato a Interris.it a poche ore dal decesso Federico Pilagatti, del SAPPE Puglia – A tre mesi circa dall’ultimo suicidio, questa notte un giovane nigeriano di quasi 40 anni arrestato giovedì 17 novembre per concorso in estorsione, rinchiuso nel reparto accoglienza del carcere di foggia con il suo coimputato, si è impiccato”.

“Purtroppo l’agente in servizio nel reparto ha cercato di salvare il detenuto intervenendo prontamente, ma il nodo al collo fatto con le lenzuola che aveva appeso alle grate del bagno, non ha lasciato scampo. La cosa che ci lascia sgomenti è che questa mattina lo stesso doveva essere accompagnato in tribunale ove si sarebbe dovuta celebrare l’udienza di convalida dell’arresto, e forse avrebbe potuto ottenere anche la libertà”.

“Fa ancora più male sapere che Amas (questo sarebbe il nome del detenuto) – conclude amaramente Pilagatti – non sarebbe dovuto nemmeno entrare nel carcere di Foggia, poiché secondo la legge Severino (porte girevoli) vecchia di anni ma mai rispettata, un arrestato deve essere portato in carcere dopo l’udienza di convalida, e non prima”.