“La mia vita
con don Oreste Benzi”

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Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicina dirà: 'E’ morto'. In realtà, è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio”. Queste le parole che don Oreste Benzi aveva scritto nel 2007 per commentare sul “Pane quotidiano” la prima lettura del 2 novembre. Non poteva sapere che pochi giorni dopo, proprio in occasione della commemorazione dei defunti, avrebbe concluso la sua esistenza terrena. Quest'anno l'Associazione comunità Papa Giovanni XXIII, per ricordare il suo fondatore nel decimo anniversario della sua scomparsa, ha organizzato il convegno una “Vita per amare” che si svolge al Palacongressi di Rimini.

Don Oreste nasce il 7 settembre 1925 a San Clemente, in provincia di Forlì. A soli sette anni decide di diventare sacerdote e nel 1937 entra nel seminario di Rimini. Viene ordinato il 29 giugno 1949. Nel 1968, l'apertura di un istituto per disabili a Rimini lo colpisce profondamente e decide di attivarsi per consentire loro di poter andare in vacanza come tutti. Lo stesso anno, con un gruppetto di giovani e alcuni sacerdoti, dà vita al primo nucleo di quella che, nel 1971, viene denominata Associazione per la formazione religiosa degli adolescenti Papa Giovanni XXIII, che poi diventerà Comunità Papa Giovanni XXIII. Dal 1969 al 2000 è parroco nella chiesa La Resurrezione, nel quartiere riminese di Grotta Rossa. Muore a Rimini il 2 novembre 2007 e dal 27 settembre 2014 è in corso la sua causa di beatificazione.

In Terris, in occasione del decennale della scomparsa dell'”infaticabile apostolo della carità” – come lo ha definito papa Benedetto XVI in un telegramma di cordoglio inviato in occasione della sua scomparsa – ha intervistato don Elio Piccari che, dal 1968, ha vissuto, nella canonica della parrocchia La Resurrezione con il prete “dalla tonaca lisa”.

Chi era don Oreste Benzi?
“E' sempre stato un contemplativo del Signore. E' questa la caratteristica che più mi ha colpito della sua vita. Ha fatto tanto nel mondo e il rapporto che instaurava con gli ultimi, i poveri, le ragazze che salvava dalla strada, nasceva proprio da questa unione profonda con Gesù. La sua vita è stata sempre incentrata sulla preghiera, la messa e l'adorazione quotidiana, recitava il rosario due volte al giorno. Faceva l'impossibile per non saltare questi momenti che considerava fondamentali. E da qui nasce tutto il resto. Se si ama Gesù, si amano anche quelli che sono di Gesù, ossia gli ultimi, quelli che la società considera i più 'disgraziati'. Se leggi i commenti del 'Pane quotidiano', questo aspetto di don Oreste emerge continuamente”.

Come era don Oreste in casa? Cosa faceva quando era qui?
“Uguale a come era fuori, non c'era nessuna differenza. Tanto lui amava fuori, tanto amava qui in casa. Aveva un rapporto molto speciale con la sua mamma. Quando tornava da uno dei suoi mille viaggi, appena entrava dal portone chiamava sua madre e sua sorella: 'Sono tornato', urlava da in fondo alle scale. Quando era con loro, magari anche solo per cinque minuti, vi si dedicava completamente, riempiva la loro vita del Signore e di sé. Le faceva sentire amate per quello che erano. Lui era attento alle persone che lo circondavano: le valorizzava al massimo e dava importanza ciò che facevano”.

Don Oreste nella sua vita ha incontrato e parlato con migliaia di persone. Stupisce molto la sua capacità di ricordarsi sempre di tutti e tutto. Come era possibile ciò?
“Questo è un dono che il Signore fa alle persone, ma non a tutte, solo ad alcune. Noi ci ricordiamo dei nostri cari, dei nostri amici, insomma di quelli con cui abbiamo una relazione più stretta. Lui invece aveva questo dono di ricordarsi di tutti, anche di persone che aveva incontrato 20 o 30 anni prima. Questa non è una cosa che dipende da noi, è un dono che viene unicamente dal Signore, perché umanamente è impossibile”.

Quando hai conosciuto don Oreste?
“Ci siamo visti per la prima volta il 7 ottobre del 1948. Io ero in prima media e lui all'ultimo anno di teologia. E' stato il mio insegnante di francese alle medie, poi il mio padre spirituale e dal 1968 fino a quando è morto nel 2007, siamo stati sempre insieme e abbiamo condiviso la casa. Io non gli ho mai dato del tu perché lo ho sempre sentito come il più grande, quello che ha più esperienza di Dio, della Chiesa, e quindi c'era questo rapporto di stima, di fiducia, di sicurezza”.

Quale era il dono più grande di don Oreste?
“Io credo l'amore verso Gesù e verso i poveri. Questo era il centro del suo essere. Inoltre era dotato di un'intelligenza tremenda, di una volontà 'feroce', l'attenzione per tutti, il suo sorriso che ti coinvolgeva e ti faceva andare avanti. Inoltre lui aveva il dono della fede. E' stato anche un grandissimo studioso. L'ultima sera che è stato qui in casa prima di lasciarci, lui stava commentando il Pane Quotidiano. Ma non lo faceva da solo: leggeva, chiedeva, si confrontava. E' sempre stato curioso, ma inteso in modo positivo. E' normale perché non si può sapere tutto, grazie all'aiuto degli altri acquisiamo sempre nuove conoscenze. 'Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto', questo lui lo faceva studiando, parlando, chiedendo e confrontandosi con gli altri. Lui ci ha arricchito con le sue caratteristiche, ma noi arricchiamo la chiesa e la comunità con quello che siamo noi”.

Don Oreste era un innamorato del Signore…
“Se noi pensiamo all'adorazione ci immaginiamo di rimanere in chiesa a pregare per un'ora. Don Oreste a volte, invece, mi diceva: 'Passo in chiesa a fare cinque minuti di adorazione, poi altri cinque li farò lì nella casa dove mi hanno chiamato'. Suddivideva quell'ora in tanti piccoli momenti per non abbandonare la preghiera. L'amore ti fa fare delle cose che neanche immagini. Come le mamme, che per i figli sono pazze, fanno delle cose che possono sembrare assurde. Si alzano la notte, controllano se il bambino è coperto, se dorme. E' una cosa che hanno dentro, è normale. Se la mamma sente la fatica di alzarsi, svegliarsi, non lo dà a vedere, ma lo fa con il sorriso perché è spinta dall'amore. Così don Oreste, che era l'uomo dell'amore che non ha mai pensato a se stesso. Diceva sempre una frase, ripresa da monsignor Pasolini: 'strapazzarsi per le anime'. Poi il vescovo di allora gli ha proibito di usare in pubblico questa frase perché metteva in difficoltà gli altri preti, ma gli ha anche chiesto di continuare a farlo, in silenzio. Lui faceva come me ora: io bevo ogni tanto un po' di acqua e l'acqua è Gesù”.

Noi abbiamo visto don Oreste sempre sorridente, allegro, ma ogni tanto si arrabbiava anche lui?
“Io lo ho visto una volta sola arrabbiato. Qui di sotto c'erano due genitori che avevano un figlio tossicodipendente e allora volevano dare dei consigli a don Oreste e lui si è infuriato. Ma generalmente non lo ho mai visto arrabbiato. Lui assorbiva su di sé il bello e il brutto degli altri. Quando a volte mi innervosivo e gli dicevo che per una settimana non gli avrei parlato, lui rispettava i miei spazi. In silenzio si faceva carico della mia rabbia e lo faceva amando. Per me rappresenta perfettamente quel brano di San Paolo che dice 'non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me'. Questo è possibile solo con Gesù”.

Don Oreste aveva un fede senza limiti, ma aveva anche un rapporto speciale con Maria. Si affidava molto a lei e alla sua intercessione… 
“Lui ha scritto un libro “Il sì di Maria”, sono dei commenti ai misteri del rosario. Quando lo ha finito ha detto: 'Questo è il regalo che io faccio alla Madonna. Lei è la mamma, in qualche modo le dobbiamo rendere omaggio. Allora io le dedico questo libricino”. Lui aveva con la Madonna quel rapporto che un figlio ha con la mamma. Fino a quando ha potuto, non è mai partito per uno dei suoi viaggi senza andare in chiesa a chiedere la benedizione di Maria. Questa è stata sempre una sua caratteristica. Poi quello che si dicevano loro due… lo sa solo il Signore. C'era questo abbandono totale in Gesù e Maria, per cui cose che per noi possono sembrare assurde, per lui erano normali. La sua sicurezza non era in se stesso, ma erano la fede, il Signore e la Madonna”.

Quale è l'eredità che don Oreste ha lasciato alla Comunità?
“Ci ha lasciato la fede in Gesù. Noi dobbiamo essere nel mondo segno segno dell'amore di Dio. Don Oreste ha voluto che in tutte le case della comunità ci fosse la cappellina. Quando andava in visita in una delle strutture, prima di tutto, se non sapeva dove era chiedeva dove fosse 'il padrone di casa' e si recava nella cappellina per salutare il Signore. Questo bisognerebbe ricordarselo. La Comunità non si regge se non è una comunità di adorazione e preghiera. La Messa, la Parola di Dio, l'adorazione sono importanti. Non c'è un'altra eredità. Se i membri dell'Associazione pensano che don Oreste debba diventare solo un 'santino', e lui non lo vorrebbe, allora finirà tutto prima di quanto pensiamo. L'eredità è cogliere quello che lui ci ha dato, rivederlo nel povero che ci è accanto, nella ragazza sfruttata sulla strada che ci chiede aiuto, nel tossicodipendente. Ma come diceva sempre don Oreste, per stare in piedi davanti al mondo bisogna stare in ginocchio davanti a Dio. Per me voleva dire che se non sappiamo pregare, non riusciremo a capire mai niente”.

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