L’algoritmo della rabbia nei palazzi dell’ira

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Sei anni fa fui molto colpito nel sentire Papa Francesco canonizzare il predecessore Giovanni XXIII per la sua docilità allo Spirito Santo. Irascibile nell’antichità era colui che canalizzava la propria sovrabbondante energia vitale o verso la realizzazione di grandi attese oppure verso la rabbia autodistruttiva. Già prima delle Scritture, la condizione umana viene tratteggiata con caratteristiche antropologicamente plasmate di odio, di istintività, di ferinità. I miti fondanti della civiltà occidentale (lo scontro fratricida tra Caino e Abele e tra Romolo e Remo) poggiano su questo bivalente significato dell’ira, che da un lato edifica dall’altro demolisce.

L’uso scriteriato e banalizzante che viene fatto oggi dai mass media della parola “ira”, sembra ignorare che nei monoteismi questo sentimento forte e pericoloso è esclusiva pressoché universale della divinità. Il sacro timor di Dio affonda le radici proprio nella consapevolezza umana che il Creatore è benevolo ma al tempo stesso può condurre in battaglia gli eserciti: cioè, è lento all’ira ma implacabile nella Sua determinazione. Smettiamola quindi di sperperare un vizio capitale per descrivere quotidiani tafferugli partitici o trascurabili contrapposizioni su questioni tutt’altro che insolubili. E non funziona il trucchetto di camuffare un vizio diabolico da debolezza dell’animo perché la rabbia dell’uno alimenta e incontra quella dell’altro.

Ha sintetizzato tutto il flash dedicato dal Santo Padre ai disordini che infiammano gli Stati Uniti: “intollerabile il razzismo, sbagliate le violenze”. Ciò significa che una causa giusta trascolora nel suo opposto quando l’ira sfocia in saccheggi e devastazioni. Non sono immuni da questo tsunami devastante neppure i cristiani che, come denuncia San Paolo, sono sempre propensi a dilaniarsi e divorarsi tra loro. Fa tristezza pensare che, secoli dopo la predicazione di San Francesco di Sales (“vale più un grammo di esempio che un quintale di parole”), nell’ecclesia si litiga ancora sotto le bandiere della comunione e si stenta a conciliare le ragioni dell’ego con il bene comunitario.

Al tempo stesso è avvilente che in forma strisciante di odio e di invidia ci si compiaccia delle disgrazie e delle divisioni in casa altrui, non comprendendo che, come scrive Ernest Hemingway, la prossima campana può suonare per qualcun altro. Il Vangelo aveva previsto tutto raccomandando di valutare l’albero dai frutti, non bruciando il fico improduttivo ma mettendolo nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie potenzialità. Quante voci malevole abbattono i tanti “Abele”, vittime innocenti della bramosia di primato dei pavoni che in ogni ambito vorrebbero sottomettere persino la storia al personale tornaconto di potere e d’immagine. In qualsiasi contesto, invocare e scatenare la rabbia fa il gioco diabolico dell’apprendista stregone che evoca forze oscure dalle quali finisce egli stesso travolto.

Non è il momento per fomentare divisioni, altrimenti lo scenario che avremo davanti sarà quello delle macerie fumanti post belliche. Il dialogo non va predicato, bensì praticato. La testimonianza più efficace è l’esempio e, con saggezza da vescovo di strada, Bergoglio insegna che non c’è peggior disperazione dell’assenza di punti di riferimento. Tra i modelli più belli e non semplici da seguire c’è quello indicato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che ha insignito del cavalierato, accanto ad eroici martiri anti-covid e luminari della scienza medica, un “santo della porta accanto”, Pietro Floreno, malato di SLA, che ha donato all’ospedale del paese il suo ventilatore polmonare di riserva. “Non chi dice Signore Signore” è vero credente, ma chi fa la volontà del Padre. Se ne ricordino nei Palazzi di ogni potere dove la dignità umana rischia di finire in un algoritmo.

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