Dal rifiuto alla moda ecostenibile. La nuova sfida del millennio

Lo shopping sostenibile è aumentato di 1/3 negli ultimi mesi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:53

Ellen McHartur Foundation, in un celebre studio ha previsto che nel 2050, continuando con il ritmo odierno, nel mare ci sarà più plastica che pesci. La plastica nell’ambiente non si biodegrada, ma si frammenta sempre di più diventando un inquinante che ha già dimostrato, da qualche tempo, la sua presenza globale, le c.d. microplastiche. Alcuni tipi di plastica, però, possono essere riciclati un numero infinito di volte senza perdere proprietà e caratteristiche. Oggi, il basso impatto ambientale della plastica riciclata e la necessità di gestirla in maniera più oculata sono sempre più condivisi, da una parte c’è una necessità di educare all’economia circolare i cittadini, dall’altra c’è l’allarme inquinamento: entrambi spingono ad adottare soluzioni immediate.

Un’opportunità  di riscatto per la moda

E’ così che la plastica da “mostro”, con l’aiuto di una corretta raccolta differenziata, si trasforma nella soluzione più sostenibile che abbiamo dal punto di vista ambientale, cioè per produrre abbigliamento. Molti brand, per non perdere o conquistare nuovi segmenti di mercato, hanno iniziato a impegnarsi con campagne di responsabilizzazione e riduzione dell’impatto ambientale. L’ultima frontiera della moda è dunque il riciclo. Il fashion business recupera e trasforma i rifiuti in capi, accessori e filati belli quanto quelli prodotti con materie prime vergini. Riesce, infatti, a ottenere dei tessuti d’avanguardia, che considerate le loro caratteristiche tecniche, sono sempre più richiesti dalle grandi firme dello sportswear e del beachwear.
La moda rappresenta la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella del petrolio. In base a un rapporto delle Nazioni Unite, sarebbe, infatti, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua nella produzione di fibre e capi, oltre che del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Non dimentichiamo l’uso di agenti chimici per le tinture e i finissaggi altamente inquinanti e le microfibre rilasciate dagli scarichi delle lavatrici. Oltre a questo, le coltivazioni del cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi.

Un grazie ai visionari

Bisogna dire grazie per questo cambio di rotta nella moda, a quelli che venivano considerati dei visionari e che vedevano le discariche come miniere d’oro. Uno di questi è Giulio Bonazzi che  nel 2008 ha deciso di trasformare Aquafil, l’azienda di famiglia, in una realtà più vicina possibile ai principi dell’economia circolare, ossia in un sistema in cui il prodotto è progettato fin dall’inizio per essere riciclatoProduce un filo di nylon rigenerato al cento per cento da vari rifiuti, tra cui reti da pesca dismesse che va a prendere direttamente dai grandi allevamenti ittici, prima che vengano gettate via. Questo filo è richiestissimo da brand del lusso come Gucci e Longchamp.

Dai giovani un segnale confortante

Secondo un report di Lyst, la piattaforma che raggruppa le proposte globali di moda on line, le ricerche di shopping  intorno alla sostenibilità sono aumentate di 1/3 negli ultimi mesi. Dato  dovuto ai consumatori più giovani che scelgono marchi in sintonia con i loro valori. Uno di questi è quello dell’Adidas, che dal 2015, collabora con l’Associazione Parley for The Oceans impegnata a raccogliere e rigenerare i rifiuti trasportati dalle correnti sulle spiagge. Un grande successo hanno avuto le collezioni sia di abbigliamento che di sneakers  che hanno prodotto insieme. Il loro obiettivo è di giungere  a realizzare, nel 2024, collezioni con il 100% di poliestere riciclato.

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