L'untore dell'Hiv condannato a 24 anni di prigione

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:47

Ventiquattro anni di reclusione. E' questa la condanna inflitta dai giudici della Corte d’Assise a Valentino Talluto, soprannominato l'untore. L'accusa per il trentaduenne di Acilia (in provincia di Roma) è di avev trasmesso il virus dell’Hiv a trenta donne con le quali aveva avuto rapporti sessuali non protetti pur sapendo di essere sieropositivo. Contagiati indirettamente anche un uomo e un bambino, rispettivamente marito e figlio di due sue vittime, una delle quali aveva avuto rapporti non protetti con lui mentre era in stato di gravidanza.

L’imputato, per il quale il sostituto procuratore Elena Neri aveva chiesto la pena dell’ergastolo, è stato assolto dall’accusa (ben più grave) di epidemia dolosa e condannato per il reato di lesioni gravissime. Secondo il magistrato, il giovane “ha provato in tutti i modi” a contagiare decine di persone, riuscendo nel suo intento in 32 casi e fallendo, per “cause indipendenti dalla sua volontà”, con altre 20 persone.

Una morte precoce

L'uomo ha operato nell'arco di tempo che va dal 2006 al 2010. La madre è morta di Aids quando lui aveva sei anni, ma ha saputo di essere sieropositivo solo nel 2006. Ha convissuto per anni con la sua malattia rifiutando i farmaci retrovirali nonostante l’insistenza del suo medico curante, la dottoressa Adriana Ammassari, responsabile del Day Hospital dello Spallanzani,

Un copione collaudato

Sempre uguale il copione seguito dall'imputato per adescare le vittime. Il primo contatto avveniva sempre in una chat di incontri per single. Poi, il primo appuntamento durante il quale Valentino si presentava all'inconsapevole vittima come un giovane gentile e premuroso. Nata la relazione, l”untore” pretendeva rapporti sessuali non protetti senza parlare della sua malattia. In alcuni casi, si era spinto anche a presentare un falso certificato medico di sieronegatività pur di raggiungere il proprio scopo.

Indagine complessa

L’inchiesta, avviata e seguita dal pm Francesco Scavo, era stata innescata dalla denuncia di una delle ex fidanzate di Valentino, ma si è rivelata subito complessa, sia per l'elevato numero delle persone coinvolte (in totale 57), sia per l'atteggiamento poco collaborativo dell'accusato, che ha spesso reso false dichiarazioni agli inquirenti.

Nel corso della requisitoria, la Procura ha ricordato come “tante delle persone che sono state contattate nel corso delle indagini sono state segnalate dall'ospedale Spallanzani perché contagiate dal sottotipo di virus dal quale è infetto Talluto”. “Le abbiamo contattate una per una – ha spiegato il pm Neri – e puntualmente abbiamo scoperto che avevano avuto rapporti con Talluto dopo il 2006”.

Molte delle ragazze che hanno frequentato l'imputato, arrestato il 23 novembre del 2015 anche per l'accusa di lesioni gravissime, erano al loro primo rapporto sessuale (alcune addirittura minorenni) e “molte di loro – ha ricordato il pm – si sono innamorate perché si fidavano, ai loro occhi appariva rassicurante e pieno di attenzioni, cercando di presentarsi a casa come il classico bravo ragazzo”.

Le vittime: “Giustizia è fatta”

L'uomo, alla lettura della sentenza, è rimasto impassibile; grande gioia invece tra le “vittime” presenti nell'aula bunker di Rebibbia, che si sono abbracciate piangendo. “Giustizia è fatta, è la nostra grande vittoria, siamo unite dalla gioia e siamo pronte ad andare avanti”, ha commentato una di loro.

Lui si difende: “Ho un cuore”

Talluto, dal canto suo, ha sempre respinto l'accusa di essere un untore. “Ho dei sentimenti e ho l’Hiv – ha dichiarato – ma non per questo sono diverso dalle altre persone presenti qui. Sono state dette cose non vere. Io non mi sono mai nascosto e tutte le ragazze mi conoscono con il mio nome e conoscono anche i miei amici. Si è detto che avrei voluto contagiare più persone possibili ma se così fosse avrei cercato rapporti occasionali nei locali, tentando di mantenere l’anonimato”.

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