Rich girl face: la copia perfetta dell’infelicità

Una pericolosa e deprecabile tendenza che colpisce soprattutto i giovanissimi del mondo occidentale

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La “rich girl face” (faccia da ragazza ricca) è la nuovissima, deprecabile tendenza dei giovanissimi e dei giovani, del mondo occidentale (che coinvolge entrambi i sessi), di ricorrere alle cure estetiche, per assomigliare sempre di più ai loro beniamini, ai personaggi famosi, agli influencer dei social. In questa grave spersonalizzazione dell’individuo, in cui i ragazzi tendono a perdere la loro unicità, in linea con la cultura dell’esteriore ampiamente supportata dai social, gli stessi medici chirurghi avanzano perplessità.

Il Vip, a sua volta, è, spesso, frutto di “aggiustamenti” vari e all’ultimo grido: il giovane, quindi, rincorre un mito nel suo plastico (in tutti i sensi) divenire. Un anno fa, la SIME (Società Italiana Medicina Estetica), attraverso il presidente Bartoletti, aveva precisato “Non si può e non si deve andare dal medico estetico con la lista della spesa”.

Il ruolo dei social, considerati, oltretutto, come un fine e non come un mezzo, è controverso e alterna aspetti positivi ad altri negativi che disturbano e condizionano la vita di tutti, a partire dagli adolescenti per interessare anche gli adulti. L’effetto conformista dei social è più livellante di quello che possa sembrare. Gli effetti nefasti si mostrano nel tempo, raramente individuabili da chi è, ormai, immerso in questa droga del web.

L’influencer, santone dei tempi contemporanei, comanda come vestirsi, come truccarsi, dove mangiare, soggiornare e, in generale, come “gestire” la propria vita. L’individuo, spersonalizzato, obbedisce, in modo acritico, al dettato del “guru” di turno.

Il 4 aprile 2017, nel 50° anniversario della pubblicazione della “Populorum progressio” (enciclica di carattere sociale di San Paolo VI), Papa Francesco ha ricordato “Non mancano visioni ideologiche e poteri politici che hanno schiacciato la persona, l’hanno massificata e privata di quella libertà senza la quale l’uomo non si sente più uomo. A tale massificazione sono interessati anche poteri economici che vogliono sfruttare la globalizzazione, invece che favorire una maggiore condivisione tra gli uomini […] Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento, la libertà e non la costrizione”. “Adolescenti con gravi disturbi di personalità” (sottotitolo “La psicoterapia focalizzata sul transfert”), è il titolo del volume realizzato dai professori Lina Normandin, Karin Ensink, Allan Weiner e Otto Friedmann Kernberg, pubblicato da “Raffaello Cortina” il 17 marzo scorso. Il testo affronta, in chiave psicodinamica, i disturbi della personalità frequenti nei giovanissimi, di grande intralcio nella loro crescita.

Nel rapporto BES 2021: il benessere equo e sostenibile in Italia”, pubblicato dall’Istat il 21 aprile scorso, si legge “Le condizioni di benessere psicologico dei ragazzi di 14-19 anni, nel 2021, sono peggiorate. Il punteggio di questa fascia di età (misurato su una scala in centesimi) è sceso a 66,6 per le ragazze (-4,6 punti rispetto al 2020) e 74,1 per i ragazzi (-2,4 punti rispetto al 2020). 6 2021 Negli anni di pandemia sono proprio i giovani tra 14 e 19 anni gli unici ad aver conosciuto un deterioramento significativo della soddisfazione per la vita, con la percentuale di molto soddisfatti che è passata dal 56,9% del 2019 al 52,3% del 2021. Se gli adolescenti insoddisfatti e con un basso punteggio di salute mentale erano nel 2019 il 3,2% del totale, nel 2021 tale percentuale è raddoppiata (6,2%); si tratta di circa 220 mila ragazzi tra i 14 e i 19 anni che si dichiarano insoddisfatti della propria vita e si trovano, allo stesso tempo, in una condizione di scarso benessere psicologico […] In questo stesso gruppo di età, la sedentarietà è passata dal 18,6 al 20,9%, stante l’impossibilità per molti di svolgere in modo continuativo l’attività sportiva. E, tra i ragazzi di 14-17 anni, sono state osservate quote elevate di consumatori di alcol a rischio (23,6%). Tra i giovani, per i quali le relazioni tra pari sono della massima importanza per uno sviluppo armonico, è diminuita in modo tangibile anche la soddisfazione per le relazioni con gli amici. La quota dei ragazzi di 14-19 anni molto soddisfatti ha perso, in due anni, 6,5 punti. Tra il 2019 e il 2021, la percentuale di giovani di 14-24 anni che dichiarano di incontrarsi con gli amici almeno una volta a settimana è crollata dall’89,8% al 73,8%. In questa fascia di età è anche calata la percentuale di chi si dichiara molto soddisfatto delle proprie relazioni familiari (-4 punti)”.

L’esigenza di identificarsi in un mito, in un attore o un cantante, è un fenomeno antico. Dal secondo dopoguerra, molti giovani nutrivano il vezzo di assomigliare ai propri beniamini e perseguivano l’obiettivo attraverso il taglio dei capelli, l’abbigliamento e un po’ di trucco. Ora, l’identificazione, fisica e spirituale, esige copie perfette e definitive, approfittando della tecnologia e della chirurgia.

L’idea del “tale e quale” impera e, latente, giustifica e amplifica la spersonalizzazione dei nostri tempi. Negli anni, anche l’arte dell’imitazione è cambiata: da umoristica e cabarettistica si è “innalzata” a forme sempre più rassomiglianti, nella persona più che nella voce. Con i social, il web e la tv, la massificazione, iniziata due secoli or sono con le folle a margine della rivoluzione industriale, conosce oggi il suo livello più pervasivo e acritico. Il gregge che si uniforma al pastore di turno, è acefalo e mostra una dipendenza assoluta. Non bastavano i ritocchi fotografici, in cui si mostravano immagini proprie al limite della perfezione e del desiderio, in barba alle tanto decantate formule dell’“accettati come sei”; ora è necessario giungere alla totale identificazione, corporea e spirituale, con il mito.

Nella generazione e nell’epoca del selfie si è arrivati al ritocco da selfie: quello che permette di ostentare, a costo di interventi chirurgici sul viso (e non solo), la perfezione, a disposizione del fruitore. Per un “like” o un “mi piace” in più si è disposti a tutto. Dopo due anni in cui il viso è stato coperto al prossimo, ora che le restrizioni, gradualmente, vengono meno, per molti/e è l’occasione del riscatto, il momento buono per sfoggiare il sorriso perfetto, la bocca carnosa a cuoricino e gli zigomi rialzati. Per questo motivo si assiste, adesso, a un maggior ricorso al ritocco.

La simbologia del cuore, onnipresente, ormai una sorta di idolatria, come se il bene e l’amore ne fossero, così, certificati, richiede un’assimilazione corporea: le labbra a forma di cuore sono, quindi, tra le richieste più gettonate del momento. Salute e benessere equivalgono e si raggiungono solo attraverso la bellezza: questo è l’assioma distorto che accompagna le nuove generazioni. La concezione di chirurgia del benessere, che arreca felicità e fiducia alle ragazze che vi ricorrono, è l’aspetto più inquietante del fenomeno. Il “ritocchino” diviene una sorta di regalo e di premio per i risultati scolastici o per invogliare a ottenerli. Le contraddizioni sono evidenti e stridono clamorosamente: le influencer e i Vip raccomandano alle loro fan di essere se stesse, di perseguire la loro personalità nell’accettazione dei difetti (a esempio il “body positivity”) ma, al tempo stesso, propongono sogni, corpi perfetti, stili di vita e “raccomandazioni” etico/esistenziali che uniformano e omologano.

Il contrasto fra queste due aspetti è palese e disorienta ancor di più i giovanissimi che, nell’imitare acriticamente i loro beniamini, credono di affermare, teoricamente, la propria personalità nel momento in cui, purtroppo, la negano nei fatti. I social abbondano di fotografie, aforismi e pensieri inneggianti all’autoaffermazione, all’emancipazione tout court e alla difesa dell’individualità, veicolati, spesso, dagli stessi influencer. Questi, al tempo stesso, propugnano uno stile di vita e un “diritto di scelta” improntato ai loro canoni imposti, nel modello da seguire e nella moda a cui uniformarsi.

Il tentativo di essere un clone del proprio mito è giustificato, dagli stessi ragazzi, paradossalmente, come l’affermazione del proprio “io”, dell’essere se stessi attraverso un miglior benessere derivante da un ideale di bellezza desiderato e accettabile. L’inclusione dei pari, tuttavia, non deriva dall’uniformarsi ai modelli. Vivere di vita riflessa e non essere costruttori della propria personalità, è un fenomeno diffuso e preoccupante, che inizia in età molto precoce e può trascinarsi per sempre. La vita si svuota di situazioni ed emozioni, si riduce a un simulacro di identità in cui si sogna, cullati da abili pifferai, di esistere davvero.

Nel momento in cui il soggetto prende consapevolezza di questa sua alienazione, la reazione potrebbe degenerare in gravi crisi esistenziali, poiché coglierebbe, improvvisamente, il vuoto di un’esistenza da mimesi, da automa e non da persona. I social incentivano il ricorso a pratiche di modifica facciale, con tutorial, video, spiegazioni e, addirittura, esegesi di questo fenomeno. La condotta, l’etica, le idee politiche e religiose si “formano” lavorando abilmente su queste anime innocenti, esordienti nelle comunità e prive di veri riferimenti e di sani esempi. Non esiste più l’“io” (ormai consegnato alle macchine dei social) né l’“altro” (anche questo fagocitato da miti). Le personalità si annullano, indiscernibili, l’unico altruismo che si comprende e si realizza è quello nell’incitare l’altro a divenire se stesso e a esprimere la propria personalità. Come? Riuscendo a vivere il più possibile secondo gli insegnamenti dell’influencer che sta “aiutando” i poveri ragazzi a uscire dall’anonimato…

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