“L’agromafia fattura 24 miliardi e non tollera chi fa nomi e cognomi”

Intervista di Interris.it a Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agi, sulla sentenza che ha riconosciuto l’aggravante mafiosa al boss che lo ha minacciato. “Business global che unisce Vittoria, Fondi, Milano e il nord Europa”

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Le sue inchieste giornalistiche hanno portato allo scioglimento di amministrazioni pubbliche infiltrate dalla criminalità organizzata terremotando l’establishment politico e finanziario che fa affari con i boss. Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agenzia Giornalistica Italia (Agi) è stato aggredito da uomini incappucciati, minacciato e costretto a vivere sotto scorta. Ad appena 37 anni il suo nome è sinonimo in Europa di “civic journalism” e la testimonianza che informare con coraggio, talento e onestà contribuisce in maniera determinante alla crescita democratica del terzo millennio globalizzato. Ora un tribunale ha messo nero su bianco che non è vittima di atteggiamenti minacciosi tout court, ma di condotte di stampo mafioso. E’ una sentenza fondamentale per la libertà d’informazione quella che conferma la gravità delle aggressioni nei confronti di un cronista di razza, messo nel mirino per aver illuminato le zone oscure del malaffare e dell’illegalità. Una nuova importante vittoria in tribunale per il giornalista siciliano più volte minacciato per via del suo lavoro di denuncia di mafia e malaffare. Una sentenza che rimarrà impressa negli annali perché costituisce una pietra miliare per la libera stampa e per l’espressione del pensiero nell’esercizio della professione di giornalista. Ma anche perché fissa un principio decisivo: chi minaccia la libertà di stampa viola il sacrosanto diritto dei cittadini di essere correttamente informati.

Confermando la condanna inflitta in primo grado a Giovan Battista Ventura per le minacce che le ha rivolto, la Corte d’Appello di Catania ha riconosciuto  l’aggravante del metodo mafioso. C’è anche un risarcimento?
“Sì, alle parti civili e cioè il comune di Vittoria, la Federazione della stampa, l’Ordine nazionale e regionale dei giornalisti. La sentenza non è ancora pubblica ma da ciò che ne emerge le minacce sono state commesse con l’aggravante mafiosa per agevolare il clan mafioso sul quale stavo scrivendo. Ma c’è poi un dato particolarmente rilevante”.

Quale?
“Con il risarcimento alle parti civili è stato riconosciuto che, come reazione alle inchieste giornalistiche, il clan non minacciava soltanto me, ma la libertà d’informazione e il diritto dei cittadini di venire a conoscenza delle dinamiche criminali che scopro e racconto nel mio lavoro giornalistico”.

Lei ha svelano le dinamiche criminali che infestano la Sicilia sud orientale, denunciando gli affari loschi dei clan che operano in quel territorio e proiettano i loro affari su vasta scala. E’ una mafia sempre più global?
“Il triangolo del business ortofrutticolo è costituito da Vittoria, Fondi e Milano. Da lì i prodotti ortofrutticoli arrivano sulle tavole degli italiani e degli europei Le minacce e le intimidazioni mi sono arrivate per aver documentato la morsa asfissiante dei clan su un business che secondo l’ultimo rapporto Eurispes sulle agromafie sfiora i 24 miliardi di euro all’anno. Da Milano il giro d’affari raggiunge il resto d’Europa”.

In che modo si può denunciare questo traffico miliardario?
“E’ sbagliato dire che tutto è mafia. Proprio per non cadere nelle generalizzazioni fuorvianti ho sempre raccontato con nomi e cognomi i responsabili dei business criminali ed è questo ciò che le cosche non tollerano”.

Le tappe della vicenda

La prima sezione penale della Corte d’Appello di Catania ha condannato per minacce di morte, tentata violenza privata, aggravata dal metodo mafioso, il boss di Vittoria, Giovan  Battista “Titta” Ventura nei confronti del vicedirettore dell’Agi. E’ l’ultimo sviluppo di una  vicenda lunga e complessa. Il 26 maggio 2016 il gip presso il tribunale di Catania, Francesca Cercone, dispone il rinvio a giudizio per Ventura fissando la data al 12 luglio del 2016 davanti al tribunale collegiale di Ragusa. Il boss risponde di episodi reiterati di violenza privata con l’aggravante del metodo mafioso e di averli posti in essere per agevolare il clan della stidda Dominante Carbonaro del quale, secondo gli inquirenti, Ventura sarebbe reggente. Nella stessa data si costituiscono parti civili oltre a Paolo Borrometi, anche la Federazione nazionale della stampa, l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, il comune di Vittoria e l’Ordine nazionale dei Giornalisti. Il giudice delle indagini preliminari, rinvia Ventura a giudizio “per avere costretto con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso e in tempi diversi, mediante minaccia, il giornalista Paolo Borrometi a non pubblicare più articoli di stampa che riguardavano la gestione di attività illecite, quali il mercato della droga ed infiltrazioni da parte della criminalità organizzata di stampo mafioso, nella specie del clan Carbonaro Dominante in alcune attività economiche” e cita le agenzie di onoranze funebri. Il tenore dei messaggi di Ventura apparve agli inquirenti inequivocabile: “ti scippu a testa; d’ora in avanti sarò il tuo peggiore incubo e poi ci incontreremo nell’aldilà; se vuoi ci incontriamo anche negli uffici della Polizia, tanto la testa te la scippu u stissu; tu ci morirai con il gas; ti daremo in bocca ciò che meriti; durerai poco cesso di merda, tutti avete figli, mai dire di questa acqua non ne bevo; vi auguro sempre il meglio; pezzo di verme troppo bordello stai facendo, vai a cacare che Dio di fulmini, avete finito di rompere i coglioni. Ti verremo a prendere ovunque”. Minacce che erano iniziate il 31 luglio 2015.

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