Conflitto nel Tigrai e cristiani in pericolo. Intervista al direttore Acs, Monteduro

Sos per la regione etiope del Tigrai. Intervista a Interris.it del direttore Acs, Alessandro Monteduro: "L’attenzione internazionale dovrebbe essere tuttavia richiamata anche da un’altra crisi. Questa volta interna all'Eritrea"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05
Etiopia

“Il recente conflitto nella regione etiope settentrionale del Tigrai ha richiamato l’attenzione internazionale anche per il coinvolgimento dell’Eritrea– spiega a Interris.it Alessandro Monteduro. Aggiunge il direttore della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs): “L’Eritrea ha infatti dichiarato il proprio appoggio all’Etiopia. E lo ha realizzato attraverso un affiancamento all’esercito etiope nelle zone di confine. L’attenzione internazionale dovrebbe essere tuttavia richiamata anche da un’altra crisi. Questa volta interna alla stessa Eritrea“. Doppia emergenza, quindi, attorno al caso Tigrai.

Tigrai
La regione autonoma del Tigrè, in Etiopia

Tigrai, la situazione dei cristiani

“Il regime eritreo, almeno sulla carta, riconosce quattro gruppi religiosi ufficialmente registrati. La Chiesa ortodossa eritrea di Tawaheddo. L’Islam sunnita. La Chiesa Cattolica. La Chiesa Evangelica luterana dell’Eritrea. Negli ultimi anni il governo si è assicurato il controllo delle leadership della Chiesa ortodossa e della comunità islamica, Non soltanto pagando i salari delle rispettive gerarchie. E donando loro mezzi di trasporto. Ma anche controllandone attività e risorse economiche. La Chiesa cattolica e quella luterana hanno invece mantenuto l’indipendenza economica”, precisa a Interris.it Alessandro Monteduro, direttore di Acs Italia.

Il premier etiope, Abiy Ahmed Ali

L’impegno di Acs

Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) è una fondazione di diritto pontificio. Ha sede in Vaticano e dipende dalla Santa Sede attraverso la Congregazione per il Clero. Acs-Italia è diretta da Alessandro Monteduro. Laureato in Scienze economico-bancarie, ha vissuto una decennale esperienza dirigenziale al ministero dell’Interno. Ha coordinato e diretto gruppi di lavoro. Si è occupato di temi come la pubblica sicurezza, la prevenzione e il contrasto del racket e dell’usura. È stato anche consigliere di amministrazione di alcune società nel settore dei trasporti. Acs è finanziata esclusivamente dalle donazioni dei suoi benefattori. Il fine dell’organizzazione è quello di sostenere la pastorale della Chiesa.

Sul territorio

La fondazione pontificia Acs ha 23 segretariati nazionali. In Austria, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Filippine, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Messico, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti e Svizzera. La direzione nazionale di Acs-Italia, che si trova a Roma, si occupa della raccolta fondi sul territorio italiano. E diffonde informazioni sulla Chiesa che soffre nel mondo. E’ qui che è nato nel 1999 il primo Rapporto sulla Libertà religiosa nel mondo.

5.600 progetti all’anno

Le attività della fondazione sono coordinate con la collaborazione di altri tre uffici a Bressanone, Milano e Siracusa. Ogni anno l’ufficio internazionale di Königstein, in Germania, riceve circa diecimila domande di aiuto. Provengono da vescovi, sacerdoti, religiosi e laici di tutto il mondo. E ogni anno più dei due terzi delle richieste vengono approvate. In media all’anno vengono realizzati oltre 5.600 progetti. In 145 Paesi in tutto il mondo.TigraiDirettore Monteduro, cosa sta accadendo nel Tigrai?

“Il governo ormai da tempo applica una politica di rigido e crescente controllo delle istituzioni religiose riconosciute. Limitando gravemente le loro attività. Il 28 aprile 2019 i vescovi cattolici della nazione hanno pubblicato una Lettera pastorale. E’ intitolata ‘Pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini’ (Ef. 2,17)”.Di cosa si tratta?

“E’ un appello per la pace e la riconciliazione nazionale. Nel loro messaggio i presuli hanno sottolineato l’urgenza di un adeguato processo di pace e riconciliazione. E la necessità di una celere ricostruzione della nazione attraverso opportune riforme. ‘Dopo neanche due mesi dalla diffusione della lettera pastorale, la Chiesa sta affrontando quella che può essere definita persecuzione. Sfortunatamente, in questa guerra contro la Chiesa i più colpiti sono i cittadini poveri’, ha commentato l’Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa”.tigraiCosa si intende concretamente per “persecuzione” in Eritrea?

“Nell’estate del 2019 il regime di Isaias Afwerki ha inasprito ulteriormente il controllo sui cristiani. Ciò a seguito di una confisca di massa di oltre 20 centri medici a gestione cattolica. Tra cui ospedali, centri sanitari e ambulatori. Nel settembre del 2019, infatti, sette scuole, quattro delle quali gestite dalla Chiesa cattolica, sono state sequestrate dal governo. I vescovi eritrei hanno dichiarato che l’atto è stato motivato da ‘odio contro la fede’. Inoltre, sono seguiti arresti di gruppi di cristiani che hanno partecipato a funzioni religiose domestiche, registrati nell’aprile e nel giugno 2020. Portando in carcere circa 45 persone”.Quali sono state le reazioni internazionali?

“Daniela Kravetz, relatore speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, a fine giugno 2019 ha denunciato l’attacco governativo alla Chiesa. ‘Esorto l’Eritrea ad essere all’altezza dei suoi impegni internazionali quale membro del Consiglio dei Diritti Umani. E a consentire alle istituzioni religiose di operare liberamente. E a tutti gli eritrei di esercitare il diritto alla libertà religiosa nel Paese’. Purtroppo tale doverosa esortazione è caduta nel vuoto. Il regime infatti, pur di mettere a tacere la voce della Chiesa, autorevole ma scomoda, si è mostrato disposto a vessare il proprio popolo. Senza curarsi degli effetti di tali politiche. C’è, poi,un altro drammatico capitolo di questa politica di repressione”.A cosa si riferisce?

“Al capitolo delle ingiuste detenzioni di cristiani. I riflettori internazionali sulle violazioni dei diritti umani nel Paese si sono accesi a seguito dei resoconti della cristiana evangelica Helen Berhane. In merito alla propria detenzione durata 32 mesi. La donna ha raccontato del suo arresto, disposto a causa della sua fede cristiana. E delle torture subite. Detenuta nel campo militare di Mai Serwa, a nord della capitale Asmara, è stata costretta a sopportare il confinamento in un container metallico per spedizioni. In un caldo soffocante. Senza ventilazione, luce e servizi igienici”. Ci sono riscontri?

“La testimonianza di Helen, liberata nel 2006, è stata successivamente confermata da altre dichiarazioni di Ong. Di associazioni caritative che si battono contro la persecuzione religiosa. E di organizzazioni per i diritti umani. Tutte evidenziano le disumane condizioni carcerarie in cui si trovano i cosiddetti prigionieri di coscienza, comprese le persone di fede”.EtiopiaPuò farci un esempio?

“I 13 anni di detenzione del patriarca ortodosso eritreo Abune Antonios e l’arresto di altri ecclesiastici dimostrano un dato di realtà. I leader e i fedeli appartenenti ad organizzazioni religiose riconosciute dallo Stato non sono affatto esenti dalla detenzione arbitraria. Spesso senza accuse specifiche. Sono circa 350 i capi religiosi e più di 1.000 i fedeli cristiani laici detenuti. Con la diffusione della pandemia da Covid-19 sono inoltre cresciute le preoccupazioni sulla salute dei carcerati. Soprattutto perché molti sono detenuti in centri sovraffollati”.Tigrai ed Eritea. Quanto  incidono le compomenti religiose?

“In eritrea perfino le quattro fedi registrate subiscono pressioni. I gruppi religiosi non autorizzati soffrono a causa di continui controlli e interferenze da parte del governo. Detenzioni prive di accuse formali. Lavori forzati. Torture. Ed esecuzioni illegali. La libertà religiosa non ha alcun diritto di cittadinanza in terra eritrea. Né sembra che la situazione possa in qualche modo migliorare nell’immediato futuro. Responsabili politici e osservatori internazionali continuino a monitorare la crisi del Tigrai. Ma non dimentichino il conflitto generato dal regime di uno degli attori coinvolti in questa crisi. Conflitto di cui pagano pesanti conseguenze le componenti religiose della stessa Eritrea”.

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