Confirmation bias ovvero assenza totale di contraddittorio

Confirmation bias: di cosa si tratta e come può influire sulla nostra vita e su quella di chi ci sta accanto

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:26

La “distorsione della conferma” (“confirmation bias” in inglese) è la tendenza per la quale l’individuo è portato più a cercare prove che supportino la propria ipotesi anziché trovare quelle che la possano confutare. Si tratta di eccessiva fiducia nel personale convincimento che non tiene conto, a prescindere, del parere diverso. Nella complessità dell’epoca contemporanea, in continuo divenire, la scorciatoia più comoda e meno faticosa è quella di adagiarsi sulle proprie convinzioni, senza necessità di doverle sottoporre a dubbio o critica.

Il mondo frenetico presenta molteplici distrazioni in cui la mente cade facilmente e fatica, quindi, a trovare gli spazi giusti per riflettere con attenzione. Tale confusione tende a lasciarsi cullare dalle consuetudini, credenze e pregiudizi acquisiti, senza porli in discussione o in relazione ai cambiamenti e all’evoluzione delle situazioni.

Il poco tempo a disposizione, incentiva la pigrizia nel mettere a confronto le tesi acquisite. È necessario, invece, usufruire di tempo utile per porsi domande, come se si valutasse il proprio pensiero dall’esterno (in questo i sogni e il giusto riposo possono aiutare molto).

L’onnipotenza delle idee in cui un individuo, vittima della distorsione, si viene a trovare, lo pone in una sorta di gabbia della quale non si rende conto. La prigionia delle idee lo conduce a elaborare più in funzione delle proprie convinzioni e paure anziché aprirsi e porsi dinanzi all’ipotesi contraria o diversa.

Avere la percezione di essere nel torto non è una condizione piacevole per l’essere umano, per cui si ritiene più confortevole il mantenimento entro le (presunte) certezze acquisite, in una costante applicazione del mito della caverna di platoniana memoria.

La valutazione del “giusto/sbagliato” si deduce e si orienta anche in base alla formulazione dell’informazione, a seconda che si ponga l’accento sull’aspetto positivo o quello negativo. La prospettiva, infatti, anche numerica, si rende percepibile in angolazioni diverse: si può considerare mezzo vuoto il bicchiere pieno a metà e viceversa.

La problematica del convincere e convincersi si è resa più aspra in seguito alle tribune, infinite, che si sviluppano sui social, in merito ai più svariati argomenti. Un tempo, il tuttologo di turno esibiva la sua competenza nei confronti di qualche collega, amico o passante, ora, invece, ha a disposizione il mondo intero. La platea, quasi infinita, per poter esternare le proprie certezze ha innescato una ridda di continue polemiche. L’effetto è contagioso e, nella discussione accesa, ognuno sfodera le argomentazioni che ritiene vantaggiose, inoppugnabili, pretendendo la resa (il convincimento) dell’altro. Nel momento storico attuale, in cui le divisioni, in materia di vaccini, ddl Zan, eutanasia e legalizzazione della cannabis, sono amplificate, tale atteggiamento di distorsione celebra la sua massima applicazione. In tale ottica va ricordato anche il ruolo e il condizionamento operato dai cosiddetti “influencer”.

I social hanno pure un altro aspetto rilevante: gli algoritmi che li regolano, tendono a offrire, al singolo, informazioni, pubblicità e contenuti in linea con i suoi interessi e le sue opinioni. In tal modo, assecondano le posizioni acquisite, in una situazione stagnante in cui si trova supporto e incoraggiamento alle convinzioni assodate.

La distorsione della conferma può svilupparsi, nelle forme più estreme, in ogni aspetto e interessare, così, tutte le relazioni sociali, da quelle familiari sino a quelle scolastiche, lavorative e affettive. Molte volte si riduce a uno scambio acceso di opinioni, di natura verbale, altre volte può avere delle conseguenze di tipo comportamentale (più pericolose).

Essere tifoso o partigiano di un’idea, condiziona le scelte e l’aspetto culturale/informativo. Si preferisce, quindi, acquistare il quotidiano che abbia i contenuti che si vogliono leggere, anziché sondare l’opinione diversa. Anche a livello televisivo, si prediligono le trasmissioni politiche o i notiziari che tendono maggiormente, come linea editoriale, a supportare le proprie persuasioni.

In questo, può essere d’aiuto il volume “Basta dirlo” (sottotitolo “Le parole da scegliere e le parole da evitare per una vita felice”), di Paolo Borzacchiello, scrittore ed esperto di intelligenza linguistica, edito da Mondadori il 31 agosto scorso. Si tratta di un approfondimento sull’uso del linguaggio in relazioni agli obiettivi e ai desideri personali, con l’accortezza e l’equilibrio nell’utilizzare le tecniche e le forme più funzionali all’accrescimento della personalità e dell’autostima, evitando quelle dannose.

La Rai, al link https://www.rainews.it/archivio-rainews/media/Indagine-Demopolis-per-Radio1-Rai-gli-italiani-informazione-la-fiducia-nei-media-le-fake-news-in-era-Covid-38dfed32-695a-4904-ab89-6cea497af327.html#foto-1, riporta i dati dell’indagine (realizzata dall’Istituto Demopolis,che “studia le tendenze della società italiana con competenze mirate nell’analisi dell’opinione pubblica”), pubblicata l’8 ottobre scorso. Si legge “Il sondaggio, condotto dall’Istituto Demopolis per Radio1 RAI, fotografa una peculiare fragilità nel panorama percettivo italiano: esistono indici di una crisi di fiducia che investe – con intensità e motivazioni differenti – i media tradizionali e soprattutto la Rete ed i Social Network. Oggi, meno della metà dei cittadini, il 45%, dichiara di saper distinguere una notizia reale da una fake news; il 42% ammette invece di non saper sempre individuare le notizie false. […] Per oltre 8 intervistati su 10, oggi le fake news nel campo della salute sono molto o abbastanza diffuse. […] Contestualmente, il 38% dei cittadini sostiene di aver maturato dubbi sulla qualità delle informazioni. Il 42% degli italiani, intervistati dall’Istituto Demopolis per Radio1 Rai, afferma di dubitare spesso della credibilità delle notizie sui media tradizionali (tv, radio, quotidiani). Ma la percentuale di chi mette in dubbio l’attendibilità delle informazioni cresce di oltre 30 punti, al 75%, tra i fruitori di Facebook e dei Social Network: una simbolica rivincita, in questo caso, per i media tradizionali, percepiti dai cittadini come più credibili rispetto ai Social. Entrando nel dettaglio della fiducia negli strumenti informativi, radio, tv e quotidiani prevalgono. È la Radio, con il 53%, ad essere percepita dagli italiani come il mezzo più affidabile. Segue l’informazione in tv con il 52%; il dato si riduce leggermente, al 48%, per ciò che concerne i quotidiani. Appena 1 su 4 afferma invece di fidarsi delle news sui Social Network”.

Quando la fiducia in se stessi trabocca, si perde il contatto con la realtà, il percorso di ricerca e di verità inizia a farsi lontano.

È opportuno un cambio di atteggiamento, volto maggiormente all’ascolto piuttosto che a parlare e sentenziare. Nell’ascolto del prossimo si concretizza la sua presenza, se ne riconosce la figura e si riceve il feedback necessario alla propria consapevolezza. Nell’ascolto del prossimo si arriva a comprendere come l’egoismo e l’egocentrismo siano vani: il mondo non gira attorno alla singola persona; si capisce, infine, come l’errore più grande sia nel confondere la soggettività con l’oggettività.

Il paradosso è nella reale autostima del soggetto. Se questa è presente a buoni livelli, la persona non ha paura ed è disposta a cercare le soluzioni che possano confutare le convinzioni. Nel caso contrario, gli individui che mostrano un’autostima elevata solo esteriore, come maschera di fascinazione per il prossimo, coprendone una interiore molto bassa, non si avventurano verso posizioni diverse.

Solo un’elevata autoconsapevolezza, abbinata a una notevole dose di umiltà, con l’aggiunta di una maggior apertura verso le opinioni del prossimo, possono limare e attenuare tale tendenza dell’essere umano. 

Santa Teresa di Calcutta ricordava “Non possiamo parlare finché non ascoltiamo. Quando avremo il cuore colmo, la bocca parlerà, la mente penserà”.

Il bias fa tendere a una vita ristretta, a circondarsi soltanto di chi la pensi nello stesso modo, escludendo quelle compagnie, gruppi sociali o singoli che abbiano una posizione e una condotta diversa. Detestare il fatto di aver torto ed evitare l’ammissione di aver sbagliato, chiedendo scusa: questa è la sintesi che condiziona l’essere e il pensare dell’essere umano tipico.

Il bias non permette una valutazione lucida della realtà, a 360°; consente soltanto un’apertura limitata, poco discostante dall’arco di prospettiva che l’individuo si è imposto, per costruire e cementare, una volta per tutte, le personali certezze (quelle opinioni da rispolverare in qualsiasi confronto/scontro con il prossimo, come un mantra, come un “botta e risposta”, di luoghi comuni, già codificato). Tale presunto contraddittorio dialettico ha, piuttosto, i caratteri del monologo. L’arricchimento spirituale che si riceve è pari a zero. Si inibisce l’ascolto del prossimo, specie quello più debole, con la voce flebile.

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