Limitare l’uso del contante: quei vantaggi poco visibili ma interessanti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:29

In questo tempo di aspra polemica relativa ai provvedimenti legati all’emergenza sanitaria ci sono degli argomenti che passano in secondo piano, anche se, in effetti, di grande importanza per l’impatto che potrebbero avere sulla vita dei cittadini. Uno di questi è, senza dubbio, quello della digitalizzazione dei pagamenti.

Negli anni passati la fissazione dei limiti al pagamento in contanti aveva suscitato un ampio dibattito, fin da quando questo fu introdotto ben 31 anni fa dall’allora governo Andreotti e fissato a 20’000’000 di lire per contrastare il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale.

Da quel tempo il limite è stato ritoccato più e più volte, nel 2002 portandolo a 12’500 euro (quindi elevandolo dalla cifra fissata una decina di anni prima, nel 2008 riducendolo a 5’000 euro, per poi tornare ai 12’500 dopo soli due mesi, nel 2010 riportandolo a 5’000 euro, l’anno successivo, nel 2011 ad agosto, ridotto ulteriormente a 2’500 euro per diventare 1’000 euro nel dicembre dello stesso anno e venire rialzato a 3’000 euro nel 2016.

Poi venne l’innamoramento per i pagamenti digitali ad opera del governo Conte che, come corollario alle trovate pubblicitarie del cashback e della lotteria degli scontrini, previde la riduzione della cifra massima per i pagamenti in contante a 2’000 euro dal 1 luglio 2020 per scendere a 1’000 euro dal 1 gennaio 2022.

Come si vede da questa breve cronistoria in meno di un terzo di secolo la soglia massima per i pagamenti con moneta fisica è stata toccata ben 10 volte ed è evidente a chiunque che la motivazione della lotta all’evasione fiscale difficilmente potrebbe stare in piedi di fronte a una così disinvolta variazione dei limiti che, tempo per tempo, si è susseguita nel Paese.

La differenza esistente nella normativa tra i vari Stati membri dell’UE, poi, contribuisce ad alzare i dubbi sulla ratio di questi provvedimenti nonostante la base legale attuale si trovi nel d.lgs. 231/ 2007 che è attuativo della Direttiva 2005/60/CE che è alla base di tutta la normativa antiriciclaggio in Europa visto che molti stati europei non applicano alcuna limitazione alle transazioni in contanti.

Ciononostante è proprio la retorica sull’evasione fiscale, probabilmente a sproposito, la molla che spinge la politica a intervenire così spesso sull’argomento anche se motivazioni potrebbero essere ben altre e legate più a una questione di risparmio di sistema e di indirizzo della spesa ma ci torneremo dopo.

Si parla di “retorica” perché di certo, a livello di evasione fiscale, non esistono cifre reali ma solo stimatori che si possono definire senza paura di essere smentiti “spannometrici” con una varianza anno per anno utile per giustificare l’immobilismo dal lato fiscale secondo il vecchio e stantio motto “pagare tutti per pagare di meno” che le recenti vicissitudini legate al c.d. canone RAI, dove l’A.D. dell’emittente di stato ha chiesto un aumento del balzello nonostante la riscossione legata alle bollette elettriche (e la relativa diminuzione dell’importo) abbia portato gli incassi erariali a una quota ben superiore al preventivato, hanno dimostrato essere prospetticamente falso.

In un articolo di un paio di anni fa, proprio su queste pagine, parlando di evasione fiscale indicavo che “se si guardassero le statistiche ufficiali OCSE il tasso di evasione italiano non sarebbe esattamente così sproporzionato rispetto a quello di altri stati considerati più virtuosi; prendendo solo il caso della Germania, ad esempio, risulterebbe che una quota pari al 13% del PIL, con l’Italia si ferma “solo” a circa un 8% del PIL, sia depositato in quei paesi indicati come rifugi fiscali. L’evasione fiscale tedesca, poi, si attesta a circa 336 miliardi di euro che rappresenta il 9,9% del PIL (fonte IAW – Forbes/Statista su dati 2017) mentre nello stesso periodo in Italia il dato si ferma a 192 miliardi di euro (fonte ISTAT), cioè circa il 10,9% del PIL che è un dato normalizzato non così distante, ma lassù nessuno si sogna, ancor oggi, a prevedere un tetto o una penalizzazione all’uso dei contanti.”; queste cifre ridimensionano in maniera radicale la visione propagandata della questione relativa al “nero” e mostrano che le misure prese a contrasto in questi anni non siano basate su dati reali ma su stime “politicamente indirizzate”.

Aggiungendo, poi, che sempre dal 1 gennaio di quest’anno il limite per i pagamenti in contante per gli stranieri, in Italia, passa dai 12’500 euro precedenti a 15’000 euro è evidente una disparità di trattamento legata meramente al luogo di residenza dei soggetti che, volendo vedere, cozza con il principio di uguaglianza sancito inizialmente dall’art. 2 TUE e esplicato nell’art. 20 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e, ancor di più, con il seguente art. 21, principio di non discriminazione, laddove al paragrafo 2 prevede “Nell’ambito d’applicazione dei trattati e fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità.” Visto che di “disposizioni specifiche”, riguardo ai sistemi di pagamento, a memoria non sembra ce ne siano.

Detto questo, veramente qualcuno pensa che limitare l’uso del contante a 1’000 euro possa bloccare il fenomeno dell’evasione?

Non sono sicuramente i 100 euro dati in “nero” all’idraulico che farebbero la differenza e solo un ingenuo può pensare ancora alle valigette piene di mazzette di banconote per fenomeni di corruzione o di evasione fiscale, oggi i sistemi sono molto più elaborati e, talvolta, tecnologici.

Limitare l’uso del contante non ha sicuramente un effetto reale, se non marginale, nella riemersione del sommerso ma ha dei vantaggi meno visibili ma assai interessanti.

Sia per la sicurezza nelle transazioni e per il rischio minore di crimini violenti come scippi o rapine, senza titoli al portatore non ha senso rischiare per “rubare un POS”, sia per il risparmio complessivo per il sistema.

In molti, nel corso degli anni, si sono scagliati contro il costo delle transazioni elettroniche, che in effetti in certi casi è fin troppo elevato, senza pensare che solo lo stato italiano spenda quasi 10 miliardi di euro all’anno per la gestione del contante a cui vanno aggiunte le spese sostenute dal comparto bancario che, per esempio, spende circa 50 euro a consegna/ritiro valori per filiale senza contare i costi dei sistemi di sicurezza e delle assicurazioni che occorre stipulare per le attività.

Nel primo caso il costo è sostenuto per via fiscale (per dare un ordine di grandezza è pari a poco più della metà del gettito IMU) e nel secondo caso attraverso il regime commissionale da parte degli istituti di credito (quindi costo dei CC e costi per servizi accessori).

Altro vantaggio, già accennato qualche paragrafo fa, è quello dell’indirizzo della spesa privata verso determinate categorie merceologiche o nel controllo nell’erogazione di determinati servizi, potendo legare un vantaggio fiscale alla tracciabilità del pagamento e alla sua corrispondenza con un documento fiscale, ricevuta o fattura che sia, permettendo e un immediato controllo fiscale (qui sì per evitare fenomeni di evasione) e la possibilità di spingere l’uso di determinati canali di vendita a discapito di altri, come si vide con il cashback da cui erano esclusi gli acquisti online, ovvero determinati merci rispetto ad altre.

Nonostante questo il denaro contante resta un importante e, attualmente, insostituibile sistema di backup in caso di malfunzionamento dei sistemi elettronici di pagamento ed è per questo che difficilmente si vedrà mai una società priva di denaro fisico sebbene l’uso possa diventare sempre più marginale.

La questione dei sistemi di pagamento è molto particolare e si sposa non solo con le abitudini delle persone ma anche con le necessità del momento e, per questo, non è sicuramente opportuno scatenare alcun tipo di “guerra ideologica” a favore di uno o a svantaggio dell’altro, il passaggio da un sistema ad un altro è una questione legata alla cultura e all’utilità personale e generale, così come lo fu il passaggio dal baratto ai pagamenti in denaro e, poi, l’introduzione delle banconote a sostituzione delle monete metalliche di materiale pregiato o la nascita dei sistemi elettronici come le carte di credito ed è solo il tempo che dirà quale sarà il sistema che diventerà dominante.

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