Ayala: “Il mio ricordo della strage di Capaci”

Nel trentesimo anniversario della strage di Capaci l'intervista di Interris.it al dottor Giuseppe Maria Ayala, collega e amico di Giovanni Falcone

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Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dalla strage di Capaci in cui il 23 maggio 1992 per mano della mafia hanno perso la vita, lungo l’autostrada per Palermo, Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, in un secondo attentato, in via D’Amelio, persero la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. In questo giorno – per tale motivo – si celebra la Giornata della Legalità per ricordare tutte le vittime della mafia. Interris.it  ha intervistato il dottor Giuseppe Maria Ayala – magistrato, collega e amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – che ha scritto alcune delle pagine più importanti e memorabili della lotta alla mafia, tra cui il maxiprocesso di Palermo che ha segnato un momento di fondamentale importanza nell’affermazione della legalità nel contrasto al fenomeno mafioso. È stato senatore e membro della Commissione Giustizia nonché Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia dal 1996 al 2000.

L’intervista

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della strage di Capaci, cosa ricorda di quei momenti terribili?

“Ero a Roma, mi ha chiamato mio figlio da Palermo dicendomi di accendere il televisore perché c’era una notizia che riguardava Giovanni. Una volta acceso il televisore ho appreso quello che era successo e sono andato subito all’aeroporto di Roma dove c’era il volo pieno e non potevo partire. Però, un passeggero che non ho mai saputo chi fosse, a cui però va la mia gratitudine, mi ha ceduto il posto e quindi sono potuto arrivare a Palermo nel tardo pomeriggio, soltanto per andare alla camera mortuaria dell’ospedale civico e passare gli ultimi momenti con Giovanni che purtroppo era già morto, gli ho preso le mani tra le mie e poi me ne sono andato. È un ricordo che mi porto dietro perché il rapporto che mi legava a quest’uomo è difficile da spiegare. Recentemente, un ragazzo della scorta, mi ha detto che una sera ha sentito Giovanni che parlava con sua moglie e le ha detto ‘Giuseppe per me è come un fratello’. Questo la dice lunga sul rapporto che ci legava, a prescindere dal lavoro. Sono passati trent’anni ed è molto frequente che mi dica ‘se ci fosse Giovanni, se ne potessi parlare con Giovanni’. Me lo porto sempre dietro, nel mio animo e nel mio cuore”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (© Tony Gentile)

Il 23 maggio del 1992, con la sua grande efferatezza e crudeltà, ha rappresentato uno spartiacque nella lotta alla mafia, come ha cambiato l’approccio ed il contrasto alla criminalità organizzata?

“Non c’è dubbio che le due stragi del ’92, quella del 23 maggio e poi quella del 19 luglio di Paolo Borsellino, hanno scosso fortemente l’opinione pubblica italiana e non solo. Credo – senza voler peccare di eccessiva fiducia nel futuro e ottimismo – che in molte coscienze qualcosa è cambiato in riguardo alla sensibilità della gravità di questo terribile fenomeno che si chiama Cosa Nostra. Soprattutto poi, la mia fiducia nel futuro e la mia speranza, è legata a quello che avviene in moltissime scuole e università italiane – la principale attività della Fondazione Falcone di cui faccio parte – ossia il parlare con i giovani e sensibilizzarli nel momento della loro formazione sui valori della legalità nonché sull’importanza che ha per la crescita civile di questo Paese il rispetto delle regole da parte di tutti. Non soltanto il contrasto di un fenomeno tremendo come quello mafioso ma il perseguimento della legalità che è un patrimonio di civiltà. Seminando tra i giovani ho fiducia che queste piante cresceranno. Non cedo all’ottimismo però sono abbastanza fiducioso in merito al futuro di questo Paese”.

In questo giorno si celebra la Giornata Nazionale della Legalità, qual è l’importanza del perseguimento della legalità nel contrasto al fenomeno mafioso?

“È essenziale. La dimensione della civiltà di un Paese – secondo me – si misura dal tasso di illegalità che esiste. Un Paese che sia legato soltanto alla legalità non esiste, un margine di illegalità purtroppo riguarda qualunque Paese, ma tanto più basso è questo tasso – quindi anche di mancato rispetto delle regole – più alto è il grado di civiltà di quel Paese. Per non dire un aspetto che molti non mettono in evidenza – ho inventato uno slogan quando spesso mi capita di parlare con i ragazzi nelle scuole e nelle università – ossia la legalità conviene per dire che, se tutti rispettassimo le regole, questo sarebbe un Paese molto più sano. Se si pensa che istituiti specializzati calcolano che ogni anno in Italia – tanto per parlare dei reati più gravi – per corruzione, evasione fiscale e fatturato della criminalità organizzata – vi sono centinaia di miliardi all’anno. Quindi, se un Paese come l’Italia, dovesse ridurre in maniera significativa il tasso di illegalità, non solo sarebbe più civile ma anche più ricco. Ognuno di noi nel nostro piccolo può fare qualcosa, spero che i giovani questo se lo portino dentro quando cresceranno e diventeranno classe dirigente del Paese. Così l’Italia crescerà dal punto di vista della civiltà e della ricchezza, ossia del miglioramento della qualità della vita”.

In questi anni che sono stati fortemente segnati dalla pandemia e dalla crisi economica i rischi di infiltrazione della mafia nel tessuto economico sono in aumento. In che modo si possono contrastare in maniera più efficace?

“Ci vogliono dei controlli molto severi, non ci si può affidare solamente alla magistratura tanto per essere molto chiaro. Per una semplice ragione che è comprensibile da tutti, la magistratura interviene a danno avvenuto, cioè persegue reati. Se non c’è il reato consumato non entra in campo perché non è quello il suo mestiere. Allora, ciò che è fondamentale in questo Paese – e lo dico purtroppo da molti anni – è un potenziamento dei controlli preventivi, soprattutto della Pubblica Amministrazione, per evitare che si consumino illeciti, i quali poi – purtroppo – se consumati – coinvolgeranno la magistratura. Qui bisogna lavorare moltissimo su una maggiore efficienza e capillarità dei controlli preventivi. Questo è il più grande aiuto che si può dare alla società italiana per difenderla – anche e non soltanto – dal condizionamento della criminalità organizzata”.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha posto anche un problema di legalità internazionale, in che modo questo può influire sulla criminalità organizzata internazionale?

“Indubbiamente quando si creano situazioni di questo genere e con degli effetti economici difficilmente quantificabili ma sicuramente significativi, è chiaro che la criminalità organizzata tenta di infilarsi in tutti questi affari, i quali sono anche fortemente condizionati dagli effetti economici. La guerra purtroppo non ha solo gli aspetti drammatici dei morti, bambini e donne uccise, ma ha anche degli effetti di natura economica. Dove c’è denaro c’è il tentativo della criminalità organizzata – non solo quella italiana – di infiltrarsi e questo è un fenomeno difficilmente controllabile”.

Quale appello desidera rivolgere alle giovani generazioni? Qual è il suo auspicio per il futuro in merito al contrasto alla mafia?

“Il mio auspicio è che – più tempo passa e più me ne convinco – il ruolo della scuola e dell’università si prenda carico anche di una educazione alla legalità. Una società cresce in qualità ma anche in ricchezza tanto più sono rispettate le regole. Faccio l’esempio più banale perché ogni cittadino può fare la sua parte: quando si va a prendere un caffè, si paga e non viene rilasciato lo scontrino fiscale, bisogna pretenderlo. Così si dà un contributo alla diffusione del rispetto delle regole. Speriamo che i giovani introitino questo messaggio e se lo portino dietro anche quando saranno adulti e molti di loro diventeranno classe dirigente del Paese. Ciò rappresenterebbe veramente un passo avanti”.

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