Messa stadio di Nicosia, Papa: “Rinnovare la fraternità: non proselitismo ma testimonianza”

L'omelia del Papa nella Messa allo GSP Stadium di Nicosia, a Cipro: "La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:25

“Annunciare il Vangelo con gioia”. È un altro “segno distintivo del cristiano”, che “libera dal rischio di una fede intimista, seriosa e lamentosa, e immette nel dinamismo della testimonianza”. Lo ha detto il Papa, nell’omelia della Messa allo GSP Stadium di Nicosia, in cui ha reso omaggio alla piccola comunità cattolica: “È bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo. Vi ringrazio per questo” ha detto Francesco riportato dal Sir.

Anche presidente Anastasiades a messa allo stadio

Anche il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Anastasiades, è presente tra il pubblico in tribuna alla messa che papa Francesco celebra al Gsp Stadium di Nicosia. In un tweet il presidente cipriota ha scritto: Partecipo volentieri, insieme a migliaia di credenti, alla grande Divina Liturgia che si sta svolgendo attualmente al GSP. È un momento speciale per Cipro e per tutti noi”.

Non proselitismo ma testimonianza

Non si tratta di proselitismo, ma di testimonianza; non di moralismo che giudica, ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto”, ha precisato Francesco, incoraggiando i fedeli cattolici ad “andare avanti su questa strada”: “Come i due ciechi del Vangelo, rinnoviamo l’incontro con Gesù e usciamo da noi stessi senza paura per testimoniarlo a quanti incontriamo! Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda!”.

“C’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli”, la tesi di Francesco: “che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà”.

Il Signore Gesù passa anche per le strade di Cipro, ascolta il grido delle nostre cecità, vuole toccare i nostri occhi e il nostro cuore, farci venire alla luce, rinascere, rialzarci dentro”, ha concluso il Papa: “Rinnoviamo la nostra fiducia in Lui! Diciamogli: Gesù, crediamo che la tua luce è più grande di ogni nostra tenebra; crediamo che puoi guarirci, che puoi rinnovare la nostra fraternità, che puoi moltiplicare la nostra gioia”.

Papa: “Rinnovare la fraternità”

“Dinanzi a ogni oscurità personale e alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità”, ha detto papa Francesco nella messa celebrata al Gsp Stadium di Nicosia per la comunità cattolica di Cipro.

La guarigione – ha affermato – viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo. È la grazia di vivere in comunità, di capire il valore di essere comunità”.

“Lo chiedo per voi – ha proseguito riportato da Ansa -: possiate stare sempre insieme, essere sempre uniti; andare avanti così e con gioia: fratelli cristiani, figli dell’unico Padre. E lo chiedo anche per me”. “E’ bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo – ha detto Francesco -. Vi ringrazio per questo. Non si tratta di proselitismo, ma di testimonianza; non di moralismo che giudica, ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada”.

Il Papa ai cattolici ciprioti: “Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto”

Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto – ha esortato -, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! C’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà”. Secondo il Pontefice, “ciascuno di noi è in qualche modo cieco a causa del peccato, che ci impedisce di ‘vedere’ Dio come Padre e gli altri come fratelli”.

Questo fa il peccato, distorce la realtà – ha spiegato -: ci fa vedere Dio come padrone e gli altri come problemi. È l’opera del tentatore, che falsifica le cose e tende a mostrarcele sotto una luce negativa per gettarci nello sconforto e nell’amarezza”. “E la brutta tristezza, che è pericolosa e non viene da Dio, si annida bene nella solitudine – ha aggiunto Francesco -. Dunque, non si può affrontare il buio da soli. Se portiamo da soli le nostre cecità interiori, veniamo sopraffatti. Abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada”.

Il ringraziamento di Mons. Selim Jean Sfeir, Arcivescovo di Cipro dei Maroniti

“Santità, la ringraziamo di tutto cuore per essere qui in mezzo a noi, e desideriamo che il nostro “grazie” arrivi fino a Dio, perché nelle parole che Lei ci ha rivolto abbiamo riconosciuto la voce del Buon Pastore”. Così Mons. Selim Jean Sfeir, Arcivescovo di Cipro dei Maroniti, nel ringraziare il Papa per la visita a Cipro, 35° viaggio apostolico del Pontefice.

“Sì, Signore, grazie per la Tua presenza in mezzo a noi. Grazie per il Tuo amore incondizionato per ciascuno di noi. Grazie perché ci concedi di essere responsabili gli uni degli altri; di rappresentare la Tua presenza vivificante gli uni per gli altri. Con le nostre grida di gioia, Signore, Ti acclamiamo; con le nostre ovazioni, Ti acclamiamo; con i nostri applausi, ancora e senza sosta, Ti acclamiamo. Ti rendiamo grazie, Trinità Santa, con tutte le Tue figlie ed i Tuoi figli che sono a Cipro, per la Tua opera di salvezza nella Tua Chiesa, e per il dono di puro amore col quale hai gratificato la nostra isola con la visita del Successore di Pietro. A nome di tutti i popoli, le lingue e le civiltà che si ritrovano in questa nostra terra, noi Ti rendiamo grazie, Unico Dio, Trinità Santa, con la forza dei nostri applausi. Sia resa lode a Te, Padre che, attraverso papa Francesco, sei venuto personalmente a chinarti sui più poveri, gli immigrati e tutti quelli che si sentono esclusi dalla società, per ravvivare in loro la Tua presenza”.

Grazie, Padre, per il nostro Padre Francesco e per l’incarico che hai posto sulle Sue spalle. Per Lui, innalziamo la nostra preghiera attraverso i nostri applausi. Sia resa lode a Gesù, che ha unito le Sue mani alle mani di tutti coloro che hanno lavorato nell’ombra per organizzare e preparare questa visita, tanto negli aspetti pratici che in quelli spirituali. Per tutti loro, Gesù, con Te e con il Santo Padre, noi applaudiamo. Sia resa lode allo Spirito, che ci chiama tutti alla santità, che consolida le nostre vite in quella di Gesù Cristo, e che ci restituisce gli uni agli altri, come dono del Padre, del quale siamo responsabili”.

“Con il Santo Padre, che è stato il Tuo angelo in questa occasione, Ti ringraziamo e Ti diciamo, con i nostri applausi, che siamo i Tuoi servitori in questo mondo. Maria, Madre di Dio e Madre nostra, Madre della Visitazione e di tutte le visite, è con Te che noi vogliamo andare gli uni verso gli altri. Ed è con Te, Maria, che vogliamo camminare verso Tuo Figlio Gesù, che è lo stesso ieri, oggi e per sempre, e far risuonare un applauso di gioia gli uni per gli altri, e specialmente per la presenza del Tuo Figlio Francesco fra noi. Sì, lo Spirito e la Sposa dicono: ‘Vieni!’. Colui che intende dica: ‘Vieni!’. Colui che ha sete, venga; colui che vuole, attinga l’acqua della vita, gratuitamente, poiché, sì, il Signore viene presto. A Lui tutti i nostri applausi, adesso e per sempre”, ha concluso.

Il testo integrale dell’omelia del Santo Padre

Due ciechi, mentre Gesù passa, gli gridano la loro miseria e la loro speranza: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». “Figlio di Davide” era un titolo attribuito al Messia, che le profezie annunciavano della stirpe di Davide. I due protagonisti del Vangelo odierno, dunque, sono ciechi, eppure vedono ciò che più conta: riconoscono Gesù come Messia venuto nel mondo. Soffermiamoci su tre passaggi di questo incontro. Possono aiutarci, in questo cammino d’Avvento, ad accogliere a nostra volta il Signore che viene.

Il primo passaggio: andare da Gesù per guarire. Il testo dice che i due ciechi gridavano al Signore mentre lo seguivano. Non lo vedono ma ascoltano la sua voce e seguono i suoi passi. Cercano nel Cristo quello che avevano preannunciato i profeti, cioè i segni di guarigione e di compassione di Dio in mezzo al suo popolo. A questo proposito aveva scritto Isaia: «Si apriranno gli occhi dei ciechi». E un’altra profezia, contenuta nella prima Lettura di oggi: «Liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno». I due del Vangelo si fidano di Gesù e lo seguono in cerca di luce per i loro occhi.

E perché, fratelli e sorelle, queste due persone si fidano di Gesù? Perché percepiscono che, nel buio della storia, Egli è la luce che illumina le notti del cuore e del mondo, che sconfigge le tenebre e vince ogni cecità. Anche noi, lo sappiamo, portiamo nel cuore delle cecità. Anche noi, come i due ciechi, siamo viandanti spesso immersi nelle oscurità della vita. La prima cosa da fare è andare da Gesù, come Lui stesso chiede: «Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Chi di noi non è in qualche modo stanco e oppresso? Però facciamo resistenza a incamminarci verso Gesù; tante volte preferiamo rimanere chiusi in noi stessi, stare soli con le nostre oscurità, piangerci un po’ addosso, accettando la cattiva compagnia della tristezza. Gesù è il medico: solo Lui, la luce vera che illumina ogni uomo, ci dona abbondanza di luce, di calore, di amore. Solo Lui libera il cuore dal male. Possiamo domandarci: mi rinchiudo nel buio della malinconia, che dissecca le sorgenti della gioia, oppure vado da Gesù e gli porto la mia vita? Seguo Gesù, lo “inseguo”, gli grido i miei bisogni, gli consegno le mie amarezze? Facciamolo, diamo a Gesù la possibilità di guarirci il cuore. Questo è il primo passaggio; la guarigione interiore ne richiede altri due.

Il secondo è portare insieme le ferite. In questo racconto evangelico non c’è la guarigione di un solo cieco, come ad esempio nei casi di Bartimeo o del cieco nato. Qui i ciechi sono due. Si trovano insieme sulla strada. Insieme condividono il dolore per la loro condizione, insieme desiderano una luce che possa accendere un bagliore nel cuore delle loro notti. Il testo che abbiamo ascoltato è sempre al plurale, perché i due fanno tutto insieme: entrambi seguono Gesù, entrambi gridano verso di Lui e chiedono la guarigione; non ciascuno per sé stesso, ma insieme. È significativo che dicano a Cristo: abbi pietà di noi. Usano il “noi”, non dicono “io”. Non pensano ciascuno alla propria cecità, ma chiedono aiuto insieme. Ecco il segno eloquente della vita cristiana, ecco il tratto distintivo dello spirito ecclesiale: pensare, parlare, agire come un “noi”, uscendo dall’individualismo e dalla pretesa di autosufficienza che fanno ammalare il cuore. I due ciechi, con la condivisione delle loro sofferenze e con la loro fraterna amicizia, ci insegnano tanto. Ciascuno di noi è in qualche modo cieco a causa del peccato, che ci impedisce di “vedere” Dio come Padre e gli altri come fratelli. Questo fa il peccato, distorce la realtà: ci fa vedere Dio come padrone e gli altri come problemi. È l’opera del tentatore, che falsifica le cose e tende a mostrarcele sotto una luce negativa per gettarci nello sconforto e nell’amarezza. E la brutta tristezza, che è pericolosa e non viene da Dio, si annida bene nella solitudine. Dunque, non si può affrontare il buio da soli. Se portiamo da soli le nostre cecità interiori, veniamo sopraffatti. Abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada.

Cari fratelli e sorelle, dinanzi a ogni oscurità personale e alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità. La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo. È la grazia di vivere in comunità, di capire il valore di essere comunità. Lo chiedo per voi: possiate stare sempre insieme, essere sempre uniti; andare avanti così e con gioia: fratelli cristiani, figli dell’unico Padre. E lo chiedo anche per me.

Ed ecco il terzo passaggio: annunciare il Vangelo con gioia. Dopo essere stati guariti insieme da Gesù, i due protagonisti anonimi del Vangelo, nei quali possiamo rispecchiarci, iniziano a diffondere la notizia in tutta la regione. C’è un po’ di ironia in questo fatto: Gesù aveva raccomandato loro di non dire niente a nessuno, ma essi fanno l’esatto contrario. Dal racconto si capisce, però, che non è loro intenzione disobbedire al Signore; semplicemente non riescono a contenere l’entusiasmo per essere stati risanati, la gioia per quanto hanno vissuto nell’incontro con Lui. E qui c’è un altro segno distintivo del cristiano: la gioia del Vangelo, che è incontenibile, «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù», libera dal rischio di una fede intimista, seriosa e lamentosa, e immette nel dinamismo della testimonianza.

Carissimi, è bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo. Vi ringrazio per questo. Non si tratta di proselitismo, ma di testimonianza; non di moralismo che giudica, ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada: come i due ciechi del Vangelo, rinnoviamo l’incontro con Gesù e usciamo da noi stessi senza paura per testimoniarlo a quanti incontriamo! Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! C’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà.

Fratelli, sorelle, il Signore Gesù passa anche per le strade di Cipro, ascolta il grido delle nostre cecità, vuole toccare i nostri occhi e il nostro cuore, farci venire alla luce, rinascere, rialzarci dentro. E rivolge anche a noi la domanda che fece ai quei ciechi: «Credete che io possa fare questo?». Crediamo che Gesù possa fare questo? Rinnoviamo la nostra fiducia in Lui! Diciamogli: Gesù, crediamo che la tua luce è più grande di ogni nostra tenebra; crediamo che puoi guarirci, che puoi rinnovare la nostra fraternità, che puoi moltiplicare la nostra gioia; e con tutta la Chiesa Ti invochiamo: Vieni, Signore Gesù!

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.