Francesco: “umiltà, povertà e fiducia nel Signore” sono le tre caratteristiche del cristiano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:02

Dio salva “un cuore pentito”, mentre chi non confida in Lui attira su di sé la “condanna”. E’ quanto affermato  da Papa Francesco nell’omelia della Messa mattutina a Santa Marta. La riflessione parte dal brano di Sofonia nella prima lettura e dal Vangelo che oggi la liturgia propone, permettendo al Pontefice di fare un discorso parallelo sui due brani incentrati sul “giudizio” dal quale dipendono la salvezza o la condanna dell’uomo. Bergoglio sottolinea come l’umiltà sia l’atteggiamento del cuore che salva l’uomo agli occhi di Dio, a differenza della superbia che lo perde. La chiave della salvezza è innanzitutto nel cuore, quello umile è capace di pentirsi, di mostrarsi apertamente davanti al Signore con i suoi errori, accettando le correzioni, quello superbo invece è un cuore chiuso, arrogante, sordo alla voce di Dio e a qualunque suo intervento.

Nel libro di Sofonia viene descritta una città ribelle, nella quale tuttavia un piccolo gruppo si pente dei propri peccati: “Questo- sottolinea il Papa – è il popolo di Dio” che ha in sé le “tre caratteristiche” di “umiltà, povertà, fiducia nel Signore”. I restanti, sono coloro che “non hanno accettato la correzione , che non hanno confidato nel Signore”. Di loro Francesco dice: “Questi non possono ricevere la Salvezza. Sono chiusi loro alla Salvezza. ‘Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore’, per tutta la vita. E questo fino a oggi, no? Quando vediamo il santo popolo di Dio che è umile, che ha le sue ricchezze nella fede nel Signore, nella fiducia nel Signore – il popolo umile, povero che confida nel Signore: e questi sono i salvati e questa è la strada della Chiesa, no? Deve andare per questa strada, non per l’altra strada che non ascolta la voce, che non accetta la correzione e non confida nel Signore”.

Partendo dalla scena presentata nel Vangelo, in cui sono presentati due figli inviati dal padre a lavorare nella vigna: il primo rifiuta ma poi si pente e va, il secondo che dice si al padre in realtà non si presenterà. La parabola è raccontata da Gesù ai capi del popolo, spiegando che sono loro a non aver ascoltato la voce di Dio attraverso le parole di Giovanni e che per questo nel regno dei cieli saranno superati dai pubblicani e dalle prostitute, che con cuore umile hanno creduto all’annuncio del Battista. Papa Francesco afferma che questa dinamica avviene ancora oggi, è lo scandalo di quei cristiani che si sentono “puri” solo perché vanno a Messa, “ma Dio – dice – ha bisogno di altro: se il tuo cuore non è un cuore pentito, se tu non ascolti il Signore, non accetti la correzione e non confidi in Lui, tu hai un cuore non pentito. Ma questi ipocriti che si scandalizzano di questo che dice Gesù sui pubblicani e le prostitute, ma poi di nascosto andavano da loro o per sfogare le loro passioni o per fare affari – ma tutto di nascosto – erano puri! E questi il Signore non li vuole”.

Bergoglio a conclusione spiega che questa parabola viene a darci speranza, perché oggi abbiamo ancora la possibilità di pentirci e che al Signore è gradita la “lista dei nostri peccati”, per questo porta l’esempio di San Girolamo, il santo che credeva di aver donato tutto al Signore ma non sapeva che Dio desiderava ben altro: “Ascoltava il Signore, andava sempre secondo la sua volontà, dava al Signore e il Signore: ‘Ma tu non mi hai dato una cosa, ancora’. E il povero che era tanto buono e dice: ‘Ma, Signore, cosa non ti ho dato? Ti ho dato la mia vita, lavoro per i poveri, lavoro per la catechesi, lavoro qui, lavoro là…’. ‘Ma qualcosa tu non mi hai dato ancora’ – ‘Che, Signor?’ e Dio replica: ‘I tuoi peccati’. Quando noi saremo in grado di dire al Signore: ‘Signore, questi sono i miei peccati – non sono di quello, di quello, sono i miei… Sono i miei. Prendili tu e così io sarò salvo’ – quando noi saremo capaci di fare questo noi saremo quel bel popolo, ‘popolo umile e povero’, che confida nel nome del Signore. Il Signore ci conceda questa grazia”.

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