Dopo Asia Bibi, Huma: nuovo scandalo in Pakistan

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:45

Rapite, stuprate, costrette a convertirsi all’Islam e a sposare il proprio aguzzino. E’ la sorte a cui ogni anno, in Pakistan, vanno incontro circa mille ragazze, adolescenti o perfino bambine, cristiane o di religione indù. Per contrastare questo drammatico fenomeno, la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) ha deciso di tenere i riflettori accesi su uno degli ultimi casi, quello che vede come vittima Huma Younus, 14enne cristiana di Karachi in Pakistan, rapita il 10 ottobre scorso e in seguito violentata e costretta a convertirsi all’Islam e a sposare il proprio sequestratore, il musulmano Abdul Jabbar.

La lettera di Aiuto alla Chiesa che soffre

“Come ci ha insegnato la vicenda di Asia Bibi, l’eco mediatica e la pressione internazionale hanno il potere di salvare delle vite umane” ha spiegato il direttore di Acs Italia, Alessandro Monteduro. Per questo motivo, la Fondazione pontificia ha scritto una lettera aperta ad 11 donne influenti italiane, chiedendo il loro sostegno in virtù della loro “capacità di incidere sull’opinione pubblica italiana e per le Vostre battaglie a difesa della dignità della donna”. Le destinatarie della lettera sono: Chiara Amirante, Lucia Annibali, Lucia Annunziata, Elena Bonetti, Giulia Bongiorno, Mara Carfagna, Marta Cartabia, Michelle Hunziker, Giorgia Meloni, Barbara Palombelli e Livia Pomodoro. Al momento hanno già risposto all’appello Giorgia Meloni e Giulia Buongiorno che nelle prossime ore dovrebbero esprimersi pubblicamente sulla vicenda. Vicinanza e prese di posizione sono attese da molte altre personalità.

Non solo denuncia, ma intervento concreto

Intanto Aiuto alla Chiesa che Soffre ha sin da subito abbinato la denuncia all’intervento concreto. La Fondazione ha infatti deciso di farsi interamente carico delle spese legali sostenute dai genitori della ragazza, i quali, si legge nella lettera, “pur conoscendo nome e cognome del sequestratore, si sono tuttavia trovati di fronte ad un muro di gomma, esattamente come la quasi totalità dei genitori cristiani e indù le cui figlie affrontano lo stesso calvario di Huma”. E come spesso accade in questi casi, il rapitore Jabbar ha minacciato sia i genitori che l’avvocatessa cattolica, Tabassum Yousaf, di accusarli di blasfemia, un’imputazione che in Pakistan può anche comportare la pena capitale e che spesso è stata applicata con grande leggerezza senza nemmeno le opportune verifiche dell’autorità competenti.

La controversa legge sulla blasfemia

Vale la pena ricordare che sono moltissime le persone che a causa della legge sulla blasfemia sono ancora in prigione o hanno subito violenze. Di fatto la normativa viene applicata in modo arbitrario e pretestuoso. Non a caso la Corte Suprema ha ricordato che dal 1990 sessantadue persone sono state uccise a seguito di accuse di blasfemia anche prima del processo. L’ultimo caso riguarda l'omicidio di Mashal Khan, uno studente dell'Università di Mardan, che nell'aprile 2017 è stato ucciso nei locali dell’ateneo da una folla inferocita, per il fatto di aver pubblicato contenuti blasfemi online.

Necessario il massimo sostegno dalla comunità internazionale

“Sostenere Huma – spiega ad In Terris la portavoce di Acs Italia, Marta Petrosillo – significa aiutare centinaia di adolescenti e perfino bambine che ogni anno sono vittime del medesimo crimine. Significa creare un prezioso precedente giuridico che permetta a centinaia di famiglie di ottenere giustizia e di riportare le proprie figlie a casa”. “La maggioranza dei genitori non hanno soldi o sono analfabeti – prosegue Petrosillo -, sono quindi privi degli strumenti per poter ottenere giustizia, per questo è fondamentale che dalla comunità internazionale arrivi il massimo del sostegno, come è successo per il caso Asia Bibi”.

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