Asia Bibi è libera: esplode la rabbia dei fondamentalisti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:15

Dopo l'assoluzione è arrivata anche l'attesa liberazione. Asia Bibi ha finito il suo calvario e non è più in carcere, si trova ora in un luogo sicuro e tenuto volutamente segreto dalle autorità del Pakistan. Nel Paese, del resto, il clima è incandescente. Già ieri, appena resa pubblica la sentenza di assoluzione della donna cristiana accusata di blasfemia, sciami di fondamentalisti islamici, sobillati da Khadim Hussain Rizvi, capo del gruppo religioso estremista sunnita Tehreek e Labbaik Pakistan (Tlp), avevano invaso e congestionato le strade di alcune delle principali città del Paese per protestare.

La situazione

Oggi lo scenario è analogo. A Karachi, capoluogo della provincia di Sindh, le strade sono bloccate, mentre le attività commerciali sono ferme. Lo stesso Rizvi è presente tra i manifestanti nella provincia del Punjab, davanti a un'assemblea provinciale. Anche la capitale, Islamabad, è bloccata. Si registrano anche scontri con le forze dell'ordine a Lahore. Le autorità corrono ai ripari: in molte zone del Pakistan sono stati interrotti i segnali dei telefoni cellulari per impedire ai manifestanti di organizzarsi sui social media, dato che i principali media del Paese non forniscono alcuna copertura sulle manifestazioni. Anche gli ospedali sono in allerta per far fronte alla situazione di emergenza.

La vicenda

L'incubo di Asia Bibi è cominciato nel 2009 a causa di un litigio sul lavoro con alcune colleghe di fede mussulmana. A lei, cristiana, hanno rimproverato di aver bevuto dal loro stesso bicchiere. Durante la discussione, secondo le altre braccianti, la donna cristiana avrebbe offeso Maometto. Un'accusa che Asia Bibi ha respinto sin dal primo momento. Le parole delle colleghe, però, sono state sufficienti per condurre al suo arresto il 19 giugno del 2009. In Pakistan la blasfemia è uno dei reati per i quali si rischia la pena capitale. E infatti, l'8 novembre del 2010, la donna è stata condannata a morte per impiccagione. Dopo un lungo processo, si attende ora la sentenza della Corte suprema, che si è riunita l'8 ottobre per decidere il suo destino.

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