Morto Angelo Licheri, si calò nel pozzo di Vermicino per salvare Alfredino

Licheri: "Vorrei che questa tragedia restasse nel cuore di tutti. Per me è impossibile scordarla, penso ad Alfredino in ogni momento"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:55

Angelo Licheri è morto stanotte nella casa di riposo San Giuseppe di Nettuno. Ribattezzato come ‘l’uomo ragno’ è stato colui che quarant’anni fa si è calato nel pozzo di Vermicino nel tentativo di salvare Alfredino Rampi.

La tragedia di Vermicino

La tragedia di Vermicino avvenne il 10 giugno 1981. Causò la morte di un bambino, Alfredo Rampi detto Alfredino (Roma, 24 giugno 1975 – Frascati, 13 giugno 1981), caduto in un pozzo artesiano in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord.

Dopo quasi tre giorni di inutili tentativi di salvataggio, il bambino morì dentro il pozzo a una profondità di circa 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sulla stampa e nell’opinione pubblica italiana, con la diretta televisiva della Rai durante le ultime 18 ore del caso. La mancanza di organizzazione e coordinamento dei soccorsi, ai limiti dell’improvvisazione, fecero capire l’esigenza di una nuova struttura organizzativa per poter gestire le situazioni di emergenza e negli anni successivi portò alla nascita della Dipartimento della protezione civile, all’epoca ancora solo sulla carta.

La discesa “negli inferi” di Licheri

Dopo il tentativo di tre speleologi nel lungo e stretto tunnel, si offrirono dei volontari. Il secondo fu il tipografo d’origine sarda Angelo Licheri. Piccolo di statura e molto magro, volutamente rimase con indosso solo la canottiera e le mutande in modo da non riscontrare troppo attrito nello stretto tunnel e cominciò la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno; al fine di superare i vari ostacoli durante la discesa, attraverso i quali egli stesso temeva di rimanere incastrato a sua volta, più volte chiese di farsi tirare su per almeno un paio di metri in modo che chi teneva l’altro capo della fune la mollasse di colpo, cosicché Licheri poté sfondare i punti di ostruzione e riportando sul corpo delle notevoli ferite da taglio.

In questo modo riuscì ad avvicinarsi ed a dialogare con Alfredino, il quale però non riusciva più a parlare ed aveva iniziato ad emanare dei rantoli, segno di una respirazione che stava peggiorando. Prima di tutto, Licheri rimosse con le dita il fango dagli occhi e dalla bocca di Alfredino, dopodiché riuscì a liberargli le mani e le braccia che si erano spostate dietro le anche; non riuscì però a disincastrarlo completamente, in quanto il bambino si presentava rannicchiato con le ginocchia che gli schiacciavano il petto. A questo punto, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura s’aprì; tentò allora di prenderlo di forza prima sotto le ascelle e poi per le braccia, ma il bambino continuava a scivolare per via del fango che lo ricopriva. Per di più, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione.

Resosi conto dell’impossibilità di liberare il bambino in quella posizione innaturale, anche Licheri s’arrese e ritornò in superficie senza Alfredino, non prima di avergli mandato un bacio. Uscito dal pozzo, Licheri, ricoperto di fango e con delle evidenti e profonde ferite, venne coperto con una coperta e trasportato d’urgenza in ospedale, impossibilitato a reggersi in piedi; riuscì a riprendersi alcune settimane dopo.

La morte di Alfredino

Dopo che la signora Franca chiamò per molte volte invano il figlio, verso le 9:00 del 13 giugno venne calato nel pozzo uno stetoscopio, al fine di percepire il battito cardiaco del bambino. Non registrando nulla, verso le ore 16:00 venne calata nella buca una piccola telecamera fornita da alcuni tecnici della Rai, che a circa 55 metri individuò la sagoma immobile di Alfredino, che non si muoveva più né tantomeno respirava. Fatta la dichiarazione di morte presunta, per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante (azoto liquido a −30 °C). Il cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino.

Vorrei che questa tragedia restasse nel cuore di tutti. Per me è impossibile scordarla, penso ad Alfredino in ogni momento”, raccontò in un’intervista Angelo Licheri, lo scorso giugno. “Impossibile dimenticare, penso a lui in ogni momento”, ripeteva. Oggi è in cielo, a 40 anni dalla tragedia che gli segnò la vita.

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