I dubbi sulla “nuova” Europa

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chiocchi

Saranno molti nei giorni e nelle settimane a venire, a parlare delle celebrazioni tenutesi a Roma in occasione del 60′ anniversario dell’Unione Europea. C’è chi lo farà con ritrovato entusiasmo, e chi continuerà a pensare che non servono manifestazioni celebrative per rincuorare e incoraggiare i più disillusi dalle conseguenze di scelte, in primis finanziarie, che poco pensano ai bisognosi di questo continente un po’ alla deriva. Credo che l’argomento Europa starà al centro delle massime preoccupazioni di tutti e per molto tempo, almeno che non si trovino al più presto illuminate e decisive soluzioni.

L’Europa, il vecchio continente o vecchio mondo, come veniva scritto in qualche antica cartina risalente agli anni successivi alla scoperta dell’America, nel bene e nel male ha alle spalle una storia di grandi colonizzazioni, in Paesi fino ad all’ora sconosciuti. Una storia di navigatori, che per salpare in nuovi mondi, avevano sfidato le Colonne d’Ercole, il mare tra la Spagna e l’Africa, attualmente conosciuto come stretto di Gibilterra, così spaventoso dai tempi di Omero al Medioevo, per l’immensa vastità di acqua, oltre la quale, non s’immaginava vi fosse altro.

L’Europa è sempre stata una nobile signora, intrisa di cultura, retaggio di antichi e moderni splendori, dalla Grecia all’Impero Romano, attraversando il Rinascimento e l’illuminismo fino ad oggi. Dalla Grecia al Manifesto di Ventotene, che sancì l’ideale di Europa, di storia ne e’ passata, e dai padri fondatori dell’idea, quanti concetti originari sono stati stravolti, a vantaggio di una speculazione su più fronti. I commenti sull’Unione Europea siffatta, negli ultimi anni, si sono sprecati, ed ognuno ha cercato di capire se si tratti ancora di una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, o di una fortezza finanziaria dalle solide fondamenta.

Per esprime pareri, si sono scomodati economisti di fama mondiale, premi Nobel, tra cui Krugman, Friedman o Stiglitz, che ci hanno fornito teorie contrastanti sull’Europa e l’Euro.
Prima di affrontare il presente, sarebbe cosa buona e intelligente tornare ad analizzare il Manifesto di Ventotene, la cui stesura iniziò nel 1941, per opera di grandi antifascisti italiani, come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, esiliati nell’isola pontina, dove posero le basi di quella che sarebbe dovuta essere l’Europa dei giorni nostri.

Il pensiero originario si apriva ad un’Europa unita, dove ciascuna persona avrebbe dovuto vivere libera da qualsiasi soggezione mentale ed economica, senza sfruttati né sfruttatori. Col tempo, invece, le alleanze finanziarie internazionali, hanno tradito, in parte, l’etica fondatrice, per lasciare spazio alla costruzione di una società più precaria, che sta rendendo tutti noi più deboli, rassegnati e consenzienti, a decisioni di molti politici parvenu, brillanti più nel presenzialismo che nell’operatività.

Spinelli, Rossi e Colorno, in quella piccola isola del mar Tirreno, ebbero molto tempo per pensare al progetto ambizioso di Europa unita, ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti, e l’establishment europeo, si è mosso, troppo spesso, nella direzione opposta al Manifesto.

In questi ultimi anni, più che il continente dei cittadini, è divenuto delle banche, delle multinazionali, e dei ricatti ai governi, in nome di un’austerità che dovrebbe pareggiare i bilanci. L’Europa è diventata globale, rischiando di appiattire le differenze di ogni singola nazione che, per loro cultura, ne hanno determinato anche la vera forza del dopoguerra. Uniti si, non nell’omologazione, ma nella diversità.

Premetto di essere un’europeista convinta, che crede nell’unione e nella cooperazione tra popoli e culture. Ma ciò non può impedire a nessuno di rilevare e criticare quello che di sbagliato ed ingiusto l’Europa racchiude in sé. I rappresentanti dei 27 Paesi componenti l’Unione, sabato 25 marzo, si sono riuniti nell’Urbe, per presentare il nuovo Trattato di Roma. 66 Righe di larghe intese, perché l’Europa né si arrenda né si disgreghi.

66 Righe siglate nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio; stesso luogo in cui i veri giganti della politica dei 6 Paesi fondatori, nel 1957, firmarono perché il caro vecchio continente, potesse costruirsi un futuro solido e prospero, partendo da quel capolavoro di ideale d’Europa, che era il Manifesto di Ventotene.

La firma non è stata indolore. E’ arrivata dopo qualche ostacolo e difficoltà da parte di Stati quali Grecia e Polonia, che fino all’ultimo hanno minacciato di non dare il loro ok, manifestando riserve su parti del testo e sull’Europa a due velocità. Una chiara dimostrazione, questa, che qualcuno tra i leader, comincia a manifestare dubbi e preoccupazioni.

Nessuna irriverenza nell’osservare, con spirito critico, alcuni aspetti di questo anniversario.
Occorre premettere che l’Europa non deve essere messa in discussione nel suo concetto di unione, di crescita, di scambi, di circolazione, democrazia e libertà, ma va cambiata nel suo modo di procedere, insistendo sulla necessità di ridimensionare sopratutto la rigidità fiscale, migliorando il welfare, e investendo sul lavoro.

I discorsi di apertura in Campidoglio, dei principali rappresentanti istituzionali europei, sono scorsi un po’ nella retorica e nella nostalgia, senza trasmettere una significativa scossa agli uditori. Forse ci aspettavamo più accenni a soluzioni concrete.
Ciò che rende unica e meravigliosa l’Europa, è la sua unità continentale nella diversità di ogni singolo Stato.

Le lingue, la storia, le tradizioni differenti dei 27 membri, sono potenziali che il resto del mondo ci invidia, ma noi europei non siamo riusciti a farli diventare valori irremovibile anche dinanzi alla più radicata globalizzazione. Sono ormai molti a ritenere che le nostre differenze potranno essere la nostra forza, se solo perderemo i nostri nazionalismi e le nostre presunzioni.

Grazie all’Unione, da decenni siamo riusciti a mantenere pace, democrazia e libertà, come mai l’Europa ha vissuto nei secoli. Ma non basta, occorre molto di più. Ogni nazione non può sempre sentirsi continuamente sotto esame dai primi della classe, ha necessità di volare senza freni e paure, e di tutele per le economie nazionali. L’euro non può essere la spada di Damocle, la condicio sine qua non in molte situazioni.
Con la firma di sabato, l’autoconvincimento europeo resiste almeno, ancora sulla carta, ma il vecchio continente non ne esce assolutamente rafforzato. “L’Europa del dopo Brexit deve ancora trovare una sua strada” ha ammonito Muscat, il premier maltese e presidente di turno dell’Ue.

Chiudo con un pensiero espresso da Spinelli durante un intervento al Parlamento Europeo che deve far da monito.

“La capacità di fallire deve essere sempre accettata all’inizio di un percorso.
Bisogna sempre sentire il valore di un’idea, prima ancora del suo successo finale.
Cio e’ dimostrato anche dalla capacità di risorgere anche dal proprio fallimento.
Chiunque inizi un’impresa, lo fa per dare qualcosa di sé ai suoi contemporanei, a se stesso o a nessuno. All’inizio non possiamo sapere realmente se lavoreremo per noi stessi, per i nostri figli, o per una generazione futura.
Quello che conta è crederci”

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1 COMMENT

  1. sono sempre più convinto che questa rivista sia filoeuropeista convinta ed io invece sono sempre più certo che questa Europa ci crei più problemi che benefici non solo sul piamo economico finanziario, ma anche e soprattutto sul piano dei valori

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