IL VERO MERCATO DELLE ARMI

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Esiste un mercato che non conosce crisi, anzi cresce in modo esponenziale: quello delle armi. Non servono sofisticate formule di matematica finanziaria per comprendere il fenomeno, basta affidarsi alla logica: più guerre ci sono maggiore è la domanda, con conseguente impennata dell’indotto. Insomma la morte paga, e anche bene. A spartirsi la torta da miliardi di dollari non sono solo organizzazioni clandestine che operano nella penombra, ma soprattutto le superpotenze, occidentali e orientali. Le stesse, per capirsi, che poi all’Onu discutono di pace, prosperità e diritti umani. Le stesse deputate a far parte di organismi chiamati a condannare gli eccidi messi atto con gli arsenali da loro prodotti e venduti.

Chi ci guadagna

Lo dimostra il rapporto per il quinquennio 2012-2016 dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che racconta di un paniere mai così florido dai tempi della Guerra Fredda. Buone notizie per produttori, un po’ meno per le popolazioni delle regioni funestate da conflitti sanguinari. Ma come si dice “business is business” anche se uccide. In cima alla classifica dei maggiori esportatori ci sono ancora una volta gli Stati Uniti, che da soli coprono il 33,2% del mercato e riforniscono almeno un centinaio di Paesi (l’import di armamenti dagli Usa negli ultimi 5 anni è cresciuto del 21%). Al secondo posto la Russia (23% del comparto) che tratta soprattutto con quattro nazioni –  Cina, Vietnam, India e Algeria – le quali coprono il 70% del totale delle esportazioni. Seguono, molto staccate, Cina (6,2%), Francia (6%) e Germania (5,6%). Ma se l’export bellico di Parigi è destinato a crescere – grazie ad alcuni contratti stipulati negli ultimi anni – quello di Berlino, già in calo dal 2012 a oggi, dovrebbe avere un’ulteriore flessione.

Medio Oriente al top

Passiamo ai clienti. Con un aumento dell’86% nelle importazioni di armi tra il 2007-11 e il 2012-16, il Medio Oriente visto nella sua interezza detiene il (triste) primato di maggior importatore. Un trend che non è stato scalfito neanche dal calo consistente del prezzo del petrolio. Nonostante questo, infatti, i Paesi della regione sono impegnati in una corsa alle armi che non conosce fine né confini, alimentata dalle drammatiche crisi che interessano la regione, dalla guerra siriana al conflitto yemenita. “Nel 2016 hanno continuato a ordinare più armi, percepite come strumenti cruciali per gestire i conflitti e le tensioni regionali”, ha sottolineato Siemon Wezeman, ricercatore del Sipri. Tra i più assidui acquirenti ci sono Arabia Saudita e Qatar, che hanno registrato un aumento rispettivamente del 212% e del 245% nelle importazioni rispetto al quinquennio precedente. E i vicini regionali non sono da meno, anche se non a questi (altissimi) livelli. Unica eccezione è l’Iran, sottoposto a embargo, verso il quale si sono indirizzati solo l’1,2% dei trasferimenti di armi (escluso l’accordo con Mosca sulla vendita del sistema missilistico di difesa aerea S-300, il primo importante acquisto nel settore fatto da Teheran dal 2007).

La crescita dell’India

Il continente asiatico resta una delle destinazioni principali per gli armamenti con l’India che fa la parte del leone. Nuova Delhi ha registrato un incremento del 43% dal quinquennio 2007-11 a quello 2012-16, arrivando a rappresentare il 13% del mercato mondiale, con una quota ben più alta dei suoi vicini: Cina e Pakistan. Questo le consente di laurearsi come maggiore importatore a livello globale, superando Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (rispettivamente seconda e terzi in classifica). Questo, ha spiegato Wezeman, in parte perché “rispetto a Pechino, sempre più capace di sostituire le importazioni di armi con prodotti locali, l’India rimane dipendente da molti volenterosi fornitori, dalla Russia agli Stati Uniti, dai Paesi europei a Israele e Corea del Sud”. Tra i Paesi del sud-est asiatico (+6,2%), spicca invece il Vietnam, passato dalla 29esima posizione nel 2007-11 alla decima nel 2012-16, con un incremento di importazioni di armi che ha toccato il 202%.

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