La “Babele” del Pd

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Forse la storia ha bisogno di certe curve, di tornanti difficili senza prospettiva. Ma non è detto che queste curve, questi tornanti siano sempre necessari. Soprattutto quando l’orografia del territorio sul quale questi eventi si vanno a collocare non sono pianeggianti ma irti di colline e dossi. E questa, fuor di metafora, è l’Italia di oggi mentre le curve pericolose e i tornanti ciechi sembrano essere i travagli interni al Pd. Davvero il dibattito sul congresso e sulla sempre più probabile scissione della cosiddetta minoranza sono elementi centrali nel dibattito politico italiano oppure sono una deviazione dal bene comune e, quindi, dall’impegno del governo rispetto ai bisogni dei Paese? Insomma siamo di fronte a fatti scollegati fra loro oppure esiste un minimo comune denominatore capace di rendere scissione e congresso, crisi economia e governo del Paese un lungo filo rosso da seguire?

A prima vista questo elemento di congiunzione non c’è, non esiste. L’ex premier, Matteo Renzi, dopo i due anni di governo vissuti pericolosamente vuole riprendersi il centro della scena, a qualunque costo, e il partito non è il fine ma il mezzo. Il taxi, per dirla con una definizione cara all’epoca craxiana. Michele Emiliano e coloro che hanno deciso di stare con lui, non considerano il partito un mezzo di trasporto, ma uno strumento necessario della democrazia. Molto spesso, in questi giorni, nei loro interventi è riecheggiata la parola comunità come se questa fosse un mantra salvifico e non un concetto caro alla prima Repubblica. Ecco, unendo questi due punti, il quadro che ne viene fuori è quello di un ritorno ad passato che non è mai passato.

Ad logica proporzionalista che sta rimontando in sella. Renzi, in fondo, rappresenta la periferia che parte alla conquista del centro, con tutti i limiti della provincia venuti fuori dopo l’uscita da Palazzo Chigi. Emiliano, invece, è il Masaniello di questo millennio, popolare e populista, capace di parlare alla pancia ma ragionando con la testa. Due opposti molto distanti fra loro ma comuni nel fine. Per questa evidente ragione da oggi sarà importante, se non addirittura fondamentale, capire cosa intendono fare entrambi per il governo. Perché sarebbe bello vedere declinato in salsa italiana il famoso spot americano coniato da Kennedy in uno dei suoi celebri discorsi: non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te ma chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese. Questa si che sarebbe una bella curva della storia.

Invece la sensazione è quella di assistere ad un altro film, dove l’ex premier sembra asserragliato in una tenda rossa dentro ad una camera dove è stato tolto il letto, mentre Emiliano cavalca nella prateria alla ricerca del suo fort Alamo. Difficile dire che vincerà. Nel frattempo i due si sono dati un limite ultimo. Ancora 48 ore per appurare se Matteo è disposto a fare “una mossa politica vera” per scongiurare la scissione. Se così non sarà, si tireranno fuori dal percorso congressuale. E quello sarà il segnale: via all’uscita dai gruppi parlamentari e alla costituente di un nuovo partito della sinistra. Ormai, osservano i bersaniani, è solo una formalità: in assemblea non è arrivato da Renzi nessun segnale, neanche uno spiraglio di apertura.

E pure Emiliano – il più restio a lasciare, il più disposto a fare un passo indietro per un accordo – in serata è apparso pessimista e in una nota congiunta con Speranza e Rossi punta il dito contro il segretario: la scissione la vuole lui. I tre hanno provato, forse proveranno ancora, a stare uniti .Ma saranno le prossime ore a dire quale direzione prenderà la storia. Ieri pomeriggio Pier Luigi Bersani, uscendo dall’assemblea Pd, dopo aver rilasciato un’intervista tv ha provato a smussare gli angoli: “Non usciamo dalla sala con le bandiere rosse in mano, non sono scelte che si affrontano a cuor leggero”, si rammarica. “Il segretario ha alzato un muro, vuol fare un congresso cotto e mangiato in tre mesi dove non sarà possibile discutere. Ma aspettiamo la sua replica.

La replica non è mai arrivata: “Renzi si dimesso da segretario, perché dovrebbe?” spiegano dal Nazareno). E neanche l’apertura chiesta c’è stata. Insomma, i destini incrociati sono il vero nodo da sciogliere in questa fase. “E’ partito lo sberleffo”, racconta un deputato di minoranza, “e allora anche per un elemento di dignità non ci resta che la scissione. Se ci fosse un fatto politico nuovo, potremmo anche ripensarci, ma la vedo sempre più complicata: Renzi procede come un carrarmato, la scissione la sceglie lui”. Se scissione sarà, la minoranza spera di convincere in extremis anche Gianni Cuperlo, che però sembra più propenso a restare nel Pd. Di sicuro non lo lasceranno Cesare Damiano e Andrea Orlando.

Verso un nuovo soggetto della sinistra si incamminerebbero da subito Bersani e Massimo D’Alema, oltre a una decina di senatori e una ventina di deputati (ma potrebbero essere di più) già pronti a fare gruppi parlamentari autonomi. Il percorso immaginato dai bersaniani è una costituente di stampo ulivista in cui coinvolgere anche Giuliano Pisapia e gli ex di Sel, oltre che alla Sinistra italiana di Fratoianni e Vendola. Speranza oggi vedrà Pisapia a Venezia, ma l’ex Sel Scotto già apre: “Adesso serve un nuovo inizio. Una sinistra popolare e di governo”. Forse la storia non ha bisogno di curve e tornanti, ma di sicuro ha bisogno di chiarezza. E il coraggio di esserlo. Sino in fondo.

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