PARALIMPIADI, UNA MEDAGLIA D’ORO PRIMA DI GAREGGIARE

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Superare paure e limiti, spingersi sempre più avanti. Si potrebbero riassumere così le Paralimpiadi. Un evento che evoca nella mente stadi all’avanguardia, impianti attrezzati per ogni disciplina, centri sportivi e alloggi ricchi di comfort per gli atleti. In Brasile, dove la manifestazione a cinque cerchi si svolgerà il prossimo agosto, è tutto pronto: la pista d’atletica, le piscine per il nuoto e i tuffi… e anche le parrocchie. Si, perché per la prima volta sarà una chiesa a ospitare Casa Italia durante i Giochi Paralimpici.

Ne è rimasto piacevolmente stupito anche il presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), Thomas Bach, quando il Cardinal Ravasi gliene ha parlato. Nessuno ci aveva mai pensato prima. Le sale parrocchiali saranno allestite per l’occasione, ma senza stravolgere la vita pastorale. Una parte dei fondi che di norma sono impiegati per le strutture alberghiere sarà invece destinata alla realizzazione di progetti sullo sport paralimpico in alcune zone molte povere di Rio de Janeiro, strutture che poi rimangano alla città.

L’idea è stata di Luca Pancalli, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico: “Siamo portatori sani di valori positivi. Immaginavo una Casa Italia più attenta alla sostanza che alla forma”. Ne parlò al Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, che ha coinvolto l’Arcivescovo di Rio, Orani Joao Tempesta, accettò la proposta: “Lo sport, come la musica, è un linguaggio universale: il tentativo di superare il finito e cercare l’infinito. Una tensione verso l’oltre che è più emblematica, potente ed evocativa nelle Paralimpiadi”. Al cardinale brasiliano hanno fatto eco le parole dello stesso Ravasi: “L’uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti. Questi atleti possono diventare un emblema, un vessillo dell’uomo e della donna che tentano di andare oltre, verso il trascendente, verso il divino, o verso tutto ciò che è al di là del nostro orizzonte, che ci precede e ci supera”.

Dopo la scelta della parrocchia, vi è stata quella dei progetti, fra i quali un campo da calcio per ragazzi ciechi, per i quali saranno destinati oltre 50 mila dollari. “Lasceremo un segno – spiega Pancalli -. Abbiamo campioni straordinari e sappiamo di avere una responsabilità in più nel mondo”. Campioni come Juliet Kaine, nata a Freetown, capitale della Sierra Leone, nel 1983. È giunta in Italia nel 1997. Accolta dall’associazione Papa Giovanni XXIII per curarsi da una tubercolosi ossea che l’ha resa paraplegica, ha dedicato la sua vita allo sport.

4Con le sue vittorie Juliet è divenuta in pochissimo tempo un’atleta di punta della canoa, tanto che la Fick (la Federazione italiana canoa kayak) l’ha subito convocata ai raduni della Nazionale chiedendo per lei la “quota Coni”, una deroga assegnata agli atleti non italiani, ma di forte interesse federale. Senza la cittadinanza, però, non avrebbe potuto partecipare alle competizioni internazionali. La sua passione per il canottaggio è nata per caso. “ Caterina De Carolis e Patrizia Bacco, che sono la presidente e un tecnico della Mutina (l’ads presso cui gareggia ndr) – dice l’atleta -, mi hanno notata nel parco vicino alla piscina dove loro tengono alcuni allenamenti. Io mi muovo con una handbike: ci vogliono delle belle braccia per spingerla e loro hanno pensato che potessi avere delle potenzialità, così mi hanno proposto di provare”.

“A livello personale la canoa mi ha dato il coraggio per superare nuovi ostacoli. Ma nei miei successi sportivi, insieme alla mia cocciutaggine sono sicura che c’è anche il sostegno di Dio. Credo che nella nostra vita tutto abbia un senso, un progetto. Anche la malattia, in fondo, è stata una tappa di questo mio cammino”. In caso di vittoria ai Giochi ha due sogni nel cassetto: “Prendere la patente e avere un’auto speciale. Poi, non so se sarà possibile, vorrei tanto portare qui mia mamma”. La vita di Juliet è cambiata grazie allo sport. Ma lo sport ha preteso che cambiassero le sue abitudini di vita: “Mi alleno ogni giorno, dal lunedì al sabato. In tanti mi chiedono cosa mi spinga a scendere in acqua col freddo pungente ma se vuoi essere un vero atleta devi farlo. Anche a livello di cibo ho dovuto cambiare: la mia dieta, adesso, impone spesso pasta col pomodoro e carne bianca”.

Per un atleta la dieta è importante, e Casa Italia, che sarà inaugurata il 6 settembre, il giorno prima della Cerimonia di Apertura, alla parrocchia dell’Imaculada Conception, ai fornelli ci sarà un cuoco d’eccezione: Chef Rubio. “Il mio impegno sarà mostrare la cucina per quello che è: amicizia e condivisione – ha osservato l’ex rugbista -. Avremo i tavoli dell’amicizia, dove stare tutti insieme, in cui cercherò di raccontare tramite la cucina sia il nostro Paese sia il territorio che ci ospita”. In fondo, lo sport è condivisione. E questi atleti lo stanno dimostrando con grande umiltà: anche se “sfortunati” nella vita, hanno pensato agli ultimi, a chi e come loro, rinunciando ai comfort degli alberghi di lusso per far rinascere le periferie di Rio de Janeiro. Gli atleti paralimpici azzurri hanno già vinto la loro medaglia d’oro, quella della solidarietà.

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