“ADOTTA UN DANESE”, L’ANTIDOTO ALL’INDIFFERENZA

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adotta un danese

@SaveDenmark e Adopt a Dane, sono due delle iniziative ironiche che smascherano le (crudeli) politiche danesi, ed europee in genere, sui rifugiati.

In Danimarca, infatti, è da poco stato approvato un disegno di legge che autorizza le autorità a sequestrare i beni ai rifugiati, per recuperare i costi del loro asilo, e aumenta i tempi previsti per i ricongiungimenti familiari. E’ inoltre da più di un anno che il governo pubblica spot in danese, libanese e arabo invitando i migranti a trovare alloggio altrove: “Sono stati tagliati i fondi per il diritto di asilo” e coloro “che si trovino nel nostro territorio verranno cacciati via velocemente, se i documenti non saranno giudicati in regola”. Tradotto: restate dove siete.

La Danimarca ha in effetti accolto un elevato numero di rifugiati, oltre 20.000 nell’ultimo anno, il che la rende uno dei Paesi maggiormente impegnati nelle politiche di asilo e, come diversi altri Stati, è preoccupata per i costi che si trova a pagare.

Anche negli Stati Uniti domina la paura dei migranti, utilizzata nella propaganda di alcuni candidati, ma “un approccio di questo genere non può portare da nessuna parte” – si legge nell’editoriale del New York Times di qualche giorno fa – “l’Occidente dovrebbe gestire il fenomeno in conformità agli obblighi internazionali che lo vincolano, nel rispetto di regole anche morali”.

Il vero schiaffo arriva dall’Africa, che superficialmente in molti associano unicamente ad arretratezza e indigenza. Ecco come recita uno spot provocatorio, prodotto da una finta organizzazione umanitaria con sede nel Paese: “migliaia di danesi stanno scrivendo su Facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa. Dobbiamo trovare un posto per Ole, la sua famiglia non va mai a trovarlo”, dice un ragazzo di colore protagonista della Ong fittizia “Danmarks Indsamling” fingendosi ideatore dello spot, mentre Ole sarebbe un’anziano danese, che nessuno cerca più.

Touché: chi può dire di non essere mai stato almeno testimone di una situazione del genere? “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi – continua Nouwah, altro animatore del video – perché noi possiamo anche avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica, ma sembra che gli anziani danesi se la passino peggio. Lasciate che ci prendiamo cura di loro”. Appello finale: “Africa apri il tuo cuore, adotta un danese”.

Bergoglio parlerebbe di un antidoto alla cultura dello scarto, come ebbe a dire durante l’udienza generale del giugno 2013: “Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”. Insomma, nella diagnosi del Papa contano di più i beni materiali di quelli affettivi, esattamente come mette in evidenza Adopt a Dane.

La Danimarca, qui usata come emblema di un mondo mosso unicamente da interessi economici, viene dipinta da organismi internazionali, statistiche sulla felicità e sondaggi come una terra promessa, eppure nasconde tanti angoli bui: non si parla mai di quanto lo Stato sociale sia poco “previdente”: si va in pensione a 67 anni, ma questa ammonta a circa 450 euro netti al mese, se hai lavorato almeno 40 anni. Che tu sia la Regina o un normale impiegato, lo Stato ti fornisce gli stessi servizi previdenziali; è un approccio peculiare per cui si pagano le tasse in proporzione allo stipendio ma i benefit sono uguali per tutti, ivi compresa la pensione. Ed ecco che “the world’s happiest country”, come recita lo spot di una famosa birra prodotta a Copenaghen, diventa la patria di anziani poveri e soli, scartati dall’ideologia della produttività.

E’ qui che può avvenire uno scambio, non economico, ma di valori, tra le nazioni “sviluppate” e quelle in via di sviluppo, ancora sensibili a temi che nelle nostre terre sono in declino almeno dal dopoguerra, quando ebbe il via un boom economico che, spinto elle sue massime conseguenze, ha portato all’inseguimento della produttività ad ogni costo.

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