RIFORMA DELLA COSTITUZIONE: SI MOBILITA IL “COMITATO PER IL NO” Primi passi verso il referendum di Ottobre. Rodotà: "Renzi si dimette se il testo viene bocciato? Tratti autoritari"

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Il Comitato per il no alla riforma costituzionale ha annunciato la mobilitazione referendaria. “La giornata di oggi (ieri ndr)- esordisce il giurista Domenico Gallo – ci annuncia una cattiva novella, il 2016 consacrerà la fine della Repubblica e il consolidamento del principato”. Una novella che – spiega – potrebbe diventare buona “perché è stato istituito il comitato per il no che oggi inizia il suo cammino pedagogico. Ma noi non siamo qui per piangere la fine della Repubblica ma per dire che quella fine non è per niente scontata”. Per oltre tre ore i promotori del comitato contro le riforme e l’Italicum, si sono alternati per perorare la causa. In platea, oltre ai parlamentari di Sinistra Italiana, anche Pippo Civati.

Non c’è un’adesione formale al comitato da parte del M5s che però, con una lettera inviata dal capogruppo alla Camera Crippa, conferma l’impegno a sostenere l’iniziativa. Per questo, il co-presidente Alfiero Grandi, annuncia che ci sono già le 126 firme di parlamentari necessarie a chiedere il referendum. Ma sarà promossa anche la raccolta delle firme tra i cittadini anche per “ribaltare” – spiegano a più riprese gli interlocutori – quel senso di referendum “plebiscitario” a cui Renzi sta mirando. In platea si scorgono molti ex parlamentari, alcuni anche della prima Repubblica, come Cirino Pomicino o Giovanni Maria Flick.

C’è il leader della Fiom, Maurizio Landini e ancora Antonio Ingroia, Antonio Di Pietro o ex parlamentari come Cesare Salvi, Antonello Falomi e l’ex girotondino Pancho Pardi. “E’ truffaldino – dice il presidente del Comitato, Alessandro Paci – che il governo si faccia promotore di un referendum che è oppositivo per trasformarlo in un plebiscito su Renzi”, il premier “ha ammesso che la paternità della riforma è stata del governo e non del Parlamento, come invece dovrebbe essere sempre”.

Molto critico anche l’intervento dell’avvocato Besostri, che già aveva promosso e discusso i ricorsi contro il Porcellum. “Avessi saputo che il risultato di quella battaglia sarebbe stato l’Italicum – scherza – c’era da pentirsi”. Ma l’intervento più duro è quello di Stefano Rodotà, che si scaglia tout court contro l’operato del presidente del Consiglio: contro il “controllo dell’informazione”, il jobs act, la riforma della scuola (per i quali, annuncia, si stanno predisponendo dei referendum). “Quest’anno appena cominciato – afferma – rischia di essere il più difficile della storia della Repubblica, l’anno del congedo dalla Costituzione, proprio mentre con ipocrisia si apprestano a celebrare i 60 anni dell’assemblea costituente.
Siamo nell’ottica della democrazia d’investitura, il passo che si sta facendo è verso la deriva plebiscitaria, è nata la democrazia di appropriazione”. A giudizio di Rodotà, “dicendo che se non passa il referendum si dimette, Renzi, non dico che ricatta, ma rafforza il tratto autoritario. Dice ‘dopo di me il diluvio’, frase che apparteneva a un sovrano assoluto, ma il diluvio non ci sarà”.

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