Quell’umanità che prova a non arrendersi

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Per il circo mediatico e l’opinione pubblica, l’Afghanistan probabilmente è solo un brutto ricordo dell’estate 2021; mentre sostanzialmente depennate o indifferenti risultano le vite di bambini, donne e uomini da mesi ammassati e inchiodati su frontiere geografiche o in balia di flutti marini ed esistenziali. Sono migranti infreddoliti nei recinti della rotta balcanica o fra campi minati, accerchiati da miliziani che picchiano al confine tra Bielorussia, Polonia e Lituania; sono nei campi dell’isola di Lesbo o in Libano, nei centri di detenzione in Libia o in mano a trafficanti; sono bersaglio dei fucili spianati a Ceuta e Melilla (a sud della Spagna) o nascosti nelle ‘giungle’ di Calais (a nord della Francia, a ridosso dello stretto della Manica) e fra gli scogli di Ventimiglia. Uno scenario inquietante che, forse, non conviene riproporre per non aggravare altre preoccupazioni, incertezze e contraddizioni sociali che attraversano la nostra epoca.

Per non arrendersi

È vero: c’è un’umanità che prova a non arrendersi. Sono oltre 5 mila le persone finora evacuate dall’Afghanistan e gestite dall’iniziativa dei corridoi umanitari organizzati da ministeri dell’Interno, Esteri, Cei, Sant’Egidio, Fcei e Arci. Esistono e sono attive reti internazionali di soccorso che coordinano anche aiuti specifici per sostenere interventi lungo le rotte europee e di mare. Fanno azioni necessarie ma chiaramente insufficienti. E molte volte sono tali perché è materialmente impossibile portare soccorsi immediati nelle prime linee dove i contatti sono impediti o ad intermittenza, anche per le reti solidali locali.

Una Giornata

Intrecci che rappresentano un bivio che non può lasciare indifferenti a lungo. Sempre di più i migranti e le migrazioni sono l’icona della complessità della nostra epoca. Per questo o si assiste impotenti ad una disfatta umana, che oggi trascina i migranti e gradualmente finirà per coinvolgere tutto il resto, o si comincia a fare qualcosa.

È proprio per cominciare ‘a fare qualcosa’, come si fa con un patrimonio che è di tutti e che sta a cuore a tutti, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 15/93, nel 2000 ha proclamato il 18 dicembre Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti. Le cronache sopra riportate, anche se taciute mediaticamente o depennate dall’immaginario collettivo, non impattano le nostre vite solo con le emergenze quotidiane. Lo ribadiamo: gli intrecci che hanno come filo conduttore la mobilità umana, sono ormai struttura portante della convivenza umana, odierna e per i prossimi decenni, a tal punto che anche la sfera dei diritti umani passa di là: essa è talmente mescolata alle nostre vite che è stata assunta anche a simbolo della violazione dei diritti umani.

Perché non sia solo un atto di astrazione per formulare dichiarazioni universali e di principio, la Giornata prevede azioni contro il razzismo e contro lo sfruttamento dei migranti. Senz’altro è l’occasione per far sentire una spinta solidale che ‘dal basso’ confermi quanto affermato in sede ONU, attraverso la condivisione di gesti semplici ed eloquenti: denunciare quanto sta accadendo, testimoniare che le identità vanno custodite e amate e le barriere abbattute e, per chi crede, oltre a prendere posizione, è l’occasione per ribadire che una fede non si rivendica né si esibisce ma si dimostra vivendola.

I segni

Lo possiamo fare con dei segni. Sono un segno le opere destinate all’accoglienza, i progetti volti all’integrazione, le iniziative per la diffusione della cultura della convivenza e del rispetto; lo è, più di tutti, il Natale: un Segno che genera significati straordinari. Imprevisto e imprevedibile, un Uomo si è presentato fra gli uomini e si è lasciato inchiodare Lui, perché nessun altro uomo lo fosse più. Un diritto riscattato di persona.

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