Le nuove sfide dell’epoca contemporanea a cui è chiamata la cittadinanza

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Nell’epoca contemporanea la cittadinanza è chiamata ad affrontare nuove sfide. Nella complessità sociale ed economica della società si dipana oggi il tentativo di dare maggiore rappresentatività ai diversi interessi e di rifondare, perciò, il rapporto tra Stato e società. Il ruolo della società civile nella governance pubblica e le spinte al ricorso alla partecipazione dei privati nell’assunzione delle decisioni pubbliche sono elementi fondamentali nel definire un nuovo legame tra lo Stato e la società, una nuova cittadinanza. La valenza democratica della partecipazione e le politiche e le regole partecipative producono un profondo cambiamento. Al centro della riflessione vi sono i concetti di cittadinanza e di democrazia partecipativa, atteso che il rapporto tra cittadini e Amministrazioni rispecchia il grado di democrazia di uno Stato. L’evoluzione del concetto di cittadinanza non può prescindere dalle svariate forme di partecipazione radicate nel territorio, che trovano la loro legittimazione nel principio costituzionale della sussidiarietà. È proprio attraverso la sperimentazione di nuove forme di partecipazione, di cui va misurata la rappresentatività, che si evolve la cittadinanza. Il tema del progressivo affermarsi di una cittadinanza attiva e partecipativa al fianco di una cittadinanza legale è, oggi, sempre più attuale.

I processi di globalizzazione economica e sociale, la crisi dello Stato-nazione, la crisi dello Stato sociale, le conseguenti crisi d’identità e di appartenenza degli individui e i fenomeni migratori sono alcuni dei mutamenti in atto che comportano il ripensamento del rapporto tra lo Stato e la società civile. Le società sono in un contesto globale in profonda trasformazione, e il sociologo tedesco Beck interpreta la realtà che viviamo come un processo di cosmopolitizzazione delle società. Mentre le pratiche della vita quotidiana sono sempre più ispirate e guidate da un approccio transnazionale, nelle classi dirigenti ed intellettuali continua a sopravvivere una vecchia tradizione che individua le radici delle norme giuridiche e delle politiche pubbliche nell’esclusiva dimensione nazionale. Il mutamento delle società globali richiede, viceversa, un mutamento delle nostre abitudini interpretative.

Lo Stato-nazione non può più essere considerato il punto di riferimento obbligato per l’indagine dei fenomeni sociali e politici, né riesce più a dare tutte le risposte per la soluzione dei problemi e per l’accompagnamento dei processi. Le società contemporanee diventano sempre più transnazionali a causa di diversi fattori, come l’universalizzazione dei diritti umani, la crescita del commercio transnazionale di prodotti culturali, l’intensificazione e l’estensione delle vie di comunicazione, la diffusione della mobilità umana e dei flussi migratori. A livello europeo la cittadinanza si modella sulla base delle diverse sensibilità nazionali. La concezione tedesca della cittadinanza è profondamente differente da quella francese. Le stesse persone, che in Germania sono nate in territorio tedesco e non ne avranno mai la nazionalità, in Francia sono francesi e possono anche assumere la carica di Ministro. In Germania prevale una concezione etno-culturale della Nazione, e – diversamente – in Francia esiste piuttosto una percezione civico-repubblicana.

In merito ai diritti di cittadinanza dello straniero, l’elemento interessante è dato dal fatto che il rapporto fra cittadino e migrante obbliga a ripensare al problema della cittadinanza per capire e delineare lo status giuridico dello stesso. In termini di diritti politici, civili e sociali lo straniero è titolare di quei diritti che il potere politico, nazionale, gli riconosce. Spesso lo straniero è definito come colui che non “appartiene”, è in difetto, mancanza, carenza, di cittadinanza; non fa parte del gruppo sociale autoctono, proviene da un altro territorio con cultura e religione diversa. Lo straniero costringe a riconsiderare da cima a fondo la questione dei fondamenti legittimi della cittadinanza e del rapporto fra cittadino, Stato e nazione. Nel definire lo status giuridico del cittadino, si determina un paradosso; affermando la cittadinanza, implicitamente, si definisce chi ne è escluso, cioè colui che sta fuori, estraneo al gruppo sociale che si è costituito attorno ad un potere strutturato: lo straniero.

A questo punto, la cittadinanza necessita di essere ripensata, non limitandosi ad una dichiarazione astratta, formale, di principio. È il concetto di cittadinanza ad essere inadeguato. Risulta indispensabile ricostruire un diritto di cittadinanza dal basso, partendo dal fatto che ogni essere umano ha dei diritti fondamentali che devono essere riconosciuti ovunque. Le politiche sociali che rimandano a come agire la cittadinanza, a come tradurla, sono necessarie ma non sufficienti: il problema della cittadinanza passa attraverso la ricerca di strategie, di risorse che permettano realmente l’integrazione. La cittadinanza risponde a nuovi criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, e l’esercizio attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.

In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dallo Stato-nazione ma direttamente dalla Costituzione, quale fondamento dell’ordinamento, che recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale, come per il diritto alla salute di cui gli immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani, come ribadito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 269/2010. Oggi, il rapporto tra immigrazione e cittadinanza si deve basare su due presupposti essenziali: i diritti degli immigrati e il nesso tra la cittadinanza attiva e la sussidiarietà costituzionale. Tutti i cittadini, pertanto, compresi gli immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque, possono svolgere attività di interesse generale. Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.

La principale missione della Repubblica è l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano, senza alcuna distinzione, in base all’art. 3, co. 2, Cost. E, in virtù del principio costituzionale di sussidiarietà, la Repubblica deve favorire tutti i soggetti che svolgono attività d’interesse generale, esercitando diritti ed assumendo responsabilità. In questo senso, nel rapporto tra l’immigrazione e le cittadinanze, la scelta è tra uno status formale e l’appartenenza sostanziale.

La pratica della cittadinanza attiva, che si dispiega attraverso l’applicazione della sussidiarietà orizzontale, deve poter coinvolgere anche gli immigrati ed i loro figli, che così facendo, anche se privi dello status formale, acquisirebbero nei fatti una nuova cittadinanza sostanziale. Nel momento in cui gli stranieri e i loro figli si prendono cura dei beni comuni del luogo in cui vivono, applicando il principio di sussidiarietà, gli stessi dimostrano di sentirsi parte della comunità di riferimento e, pertanto, acquistano un nuovo diritto di cittadinanza. Ormai non esiste più una formale cittadinanza: si può essere, o non essere, cittadini a prescindere da uno status previsto per legge.

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