Il Draghi pensiero sulla scuola dal 2007 al 2021 e un tecnico al Miur: ecco le premesse per un rinnovamento

Se sarà coerente al suo pensiero, il Governo Draghi con il ministro Bianchi saprà rivedere l’efficienza di tutto il sistema scuola italiano, incluse le paritarie

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Scuola e Governo Draghi

“La priorità dell’Italia sono i giovani: è necessario seriamente porre decisamente i giovani al centro delle nostre politiche; in questi mesi noi ipotecheremo il futuro dei nostri ragazzi”. Così si esprimeva il prof. Draghi lo scorso agosto.  Ancora: “Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano, di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale”.

Allora diventa chiaro che, per far ripartire il Paese, occorre far ripartire la Scuola: il Premier incaricato è di questo avviso e la nomina del prof. Patrizio Bianchi è da interpretare in questo senso.

Già nel 2007, quando era presidente della Banca d’Italia, il prof. Draghi chiarì, con la pragmaticità che si confà a chi desidera risolvere i problemi, i due snodi fondamentali del sistema scuola: 1) la bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali, con la nota evidenza del problema del divario fra il Nord e il Sud, fortemente acuito in questi ultimi anni, 2) l’anomalo reclutamento dei docenti, la loro distribuzione geografica fra le varie scuole, i percorsi di carriera governati da meccanismi che mescolano stadi diversi, di precarietà e inamovibilità.

L’unica cosa sensata che un ministro non bloccato dalla politica avrebbe potuto fare sarebbe stato un censimento dei docenti, della loro collocazione geografica e delle cattedre, per incrociare domanda e offerta. Il dirigente della scuola statale ha infatti bisogno di un organico definito e stabile per vincere la sfida educativa. Ovviamente valutazione e meritocrazia avrebbero dominato la scena.

Invece, lo sappiamo, non è andata così. Perché la scuola italiana va liberata dai poteri forti: politica, sindacati e burocrazia. A fronte di 8.500 euro annui – tanto costa un allievo della scuola statale – non è possibile tollerare le perfomance negative attuali derivanti solo dal fatto che L.59/97 sulla autonomia scolastica è rimasta l’eterna incompiuta, così la scuola statale è rimasta senza autonomia organizzativa, la paritaria senza libertà. Ecco tutto.

È necessario completare il percorso dell’autonomia scolastica, ma anche della libertà della scuola paritaria, parola del prof. Bianchi nel rapporto finale del 13 luglio 2020, “Idee e proposte per una scuola che guarda al futuro”, elaborato come comitato dei 18 esperti di cui lui era il presidente. Qui il testo completo: allegato 1 – Patrizio Bianchi.

Autonomia, inclusione, solidarietà per la ripartenza del Sistema Nazionale d’Istruzione erano i temi chiave del documento, come di tutta la riflessione sulla scuola del neoministro, da sempre.

Si legge nel Documento che un attore del Sistema Nazionale di Istruzione è la scuola paritaria, che essa svolge un ruolo pubblico, che le famiglie sono discriminate, dovendo pagare due volte, le tasse e la retta. Era proprio il Covid che avrebbe imposto una maggiore attenzione a questo comparto e alla necessità di completare il percorso della libertà della scuola paritaria. E il prof. Bianchi aggiunge una nota che chiaramente fa capire come la scuola statale e la scuola paritaria servono entrambe alla Nazione. La riforma epocale è alle porte.

La ricetta è la stessa, gli ingredienti sono solo tre: 1) reale autonomia organizzativa alla scuola statale, 2) reale libertà alla scuola paritaria, pubblica ai sensi di legge, 3) revisione delle linee di finanziamento del sistema scolastico italiano con i costi standard di sostenibilità per allievo.

Con una perfetta continuità di pensiero, il Premier, parlando al Senato e raccogliendo una standing ovation senza precedenti, ha ricordato che i fondi del Next Generation Eu vanno investiti per i giovani. I problemi più gravi del sistema scolastico sono la dispersione, la deprivazione culturale, la disparità fra Nord e Sud, le diseguaglianze intollerabili: “La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo”.

La scuola, per il Premier, deve ripartire. Da europeista serio, il prof. Draghi non avverte il bisogno di specificare scuole statali e paritarie, il Premier parla di scuola, quella del Sistema Nazionale di Istruzione. In Europa, infatti, essendo le scuole pubbliche e gratuite, una declinazione fra scuole statali e paritarie sarebbe un grave errore in punta di diritto e di economia o, quanto meno, un linguaggio astruso. Il vento è cambiato. La preoccupazione per gli studenti è forte: “Non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà. Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza”.

Il prof. Draghi non ha dimenticato i docenti: “Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni”.

Vengono individuate le problematiche e tracciate le priorità: al capitolo scuola il Premier punta sui fondi Next Generation Eu, con una grande attenzione per l’istruzione tecnica: “Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale”.

Le premesse ci sono e ne siamo certi: il percorso verso autonomia, parità e libertà di scelta educativa verrà completato.

 

 

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