Diritto all’istruzione e scuole paritarie: no ai privilegi ed accessibilità per tutti

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Gli Istituti pubblici paritari si confermano ai primi posti nella classifica delle migliori Scuole Secondarie di 2° grado delle principali città. C’è da crederci, visto che la fonte è Eduscopio (ed.2020/21), il portale della Fondazione Agnelli, non certo vicina al mondo della scuola paritaria. Quest’ultima, evidentemente, continua ad essere realtà culturale di altissimo livello e, in quanto tale, viene scelta per formare la classe dirigente di domani. Sono tutti d’accordo, compresi politici e giornalisti che, da anni, la scelgono per i propri figli. Proviamo a fare un sondaggio fra i conduttori televisivi, fra i politici, gli imprenditori: scopriremo che la scuola paritaria è un passaporto per un futuro di successo.

Tutto questo impone necessariamente alla scuola paritaria una riflessione a partire da una domanda molto semplice: è accettabile una situazione così? Cioè: può costituire un vanto per la scuola paritaria, sopravvissuta ad anni di pandemia ideologica e poi al Covid, essere un’eccellenza che vanta addirittura la lista d’attesa, ma, di contro, ha dovuto cedere a rette superiori ai 5.500 euro. Infatti le scuole che si conquistano i primi posti nella classifica sono licei dalle rette che vanno dai 5 agli 8 mila euro. E oltre.

Nel 2020 l’Istat prevede una “caduta” per i consumi delle famiglie (-8,7%), quindi chi può permettersi questa scuola? Non certamente il figlio dell’extracomunitario che abbiamo accolto, dell’operaio o dell’impiegato che ha 3 figli. Per loro dobbiamo sperare in una buona scuola pubblica statale, anche se, lo sappiamo, essa quest’anno non è ripartita per tutti, i disabili sono rimasti a casa. La scuola paritaria, sopravvissuta alle due pandemie, quella ideologica e quella causata dal Covid, deve accettare di tagliare in due la società. Risultato? Quello descritto dai dati OCSE PISA: un sistema scolastico iniquo, elitario e generatore di disparità tra i territori e nella società.

Allora nascono una serie di domande: può una situazione del genere essere moralmente accettata da una scuola paritaria che rimanga fedele ai suoi principi di Fondazione? Possiamo credere, in via definitiva, che l’ultima parola sia: la buona scuola statale per tutti; eventualmente, per chi può pagare, esiste anche la paritaria? La discriminante tra le due? I soldi.  Ancora: può la scuola paritaria consolarsi al pensiero che sta formando la classe dirigenziale dei prossimi vent’anni, avendo formato anche quella di questi ultimi vent’ anni, la stessa che non si è curata di garantire alla famiglia italiana, come avviene in Europa, il diritto alla libertà di scelta educativa?

Non possiamo cedere a chi tenta di far scontrare le due anime del Servizio Nazionale dell’Istruzione – la scuola statale e la scuola paritaria – solo per distogliere l’attenzione dal cuore della questione: il diritto all’istruzione che non può divenire un privilegio. Il monopolio educativo e la scuola d’elitè sono altamente pericolose.

Alla doverosa e sana soddisfazione per gli importanti risultati culturali raggiunti, deve unirsi (come in realtà avviene da numerose parti e ormai da tempo) un’altrettanto doverosa e sana denuncia, una denuncia che nasce semplicemente mettendosi nei panni di quei genitori che percepiscono chiaramente l’impotenza nel vedersi precluso l’accesso a quelle scuole.

Perché questi genitori si vedono esclusi i figli? Semplice: perché non possono pagare la retta. Perché la scuola statale non raggiunge gli stessi risultati delle scuole paritarie più prestigiose? Semplice: perché non sono autonome. Alla scuola paritaria serve libertà economica, alla scuola statale serve autonomia.

La soddisfazione per i risultati raggiunti dalla scuola paritaria ha senso solo se si desidera che tutti gli studenti possano accedervi, e non solo i più ricchi o quelli che abitano in Lombardia, Veneto e Piemonte. Tanto per intenderci: in Lombardia le scuole di 2° grado paritarie sono 360 (frequentate da 31.446 studenti) e 653 quelle statali frequentate da 386.862 allievi; in Calabria le scuole di 2° grado paritarie sono meno di 38 (1439 gli alunni che le frequentano), quelle statali 288 frequentate da 97.093 allievi.

Evidentemente un pluralismo sempre più compromesso che giustifica i pessimi risultati Ocse-Pisa: ai primi posti si collocano la Lombardia, il Veneto e la Liguria –  proprio le regioni che hanno attivato strategie per garantire il pluralismo; agli ultimi posti   si collocano la Campania, la Sicilia, la Calabria. Un divario fra Nord e Sud certificato e scientemente perseguito.

Il diritto all’istruzione è divenuto, quindi, un privilegio, un sistema scolastico che può essere definito classista, discriminatorio e regionalista. Se ci pensiamo, siamo tornati nell’Ottocento, prima ancora della legge Casati: l’istituto prestigioso per i ricchi, la scuoletta per il povero. Ecco il bel risultato dell’ideologia. Ed ecco servito il trionfo della divisione e della contrapposizione.

In mezzo a tutto questo, alcune certezze: la famiglia sappia che la buona scuola paritaria, quella che nasce per i poveri, che arriva ai primi posti anche di Eduscopio soffre e con loro soffre quando chiude la scuola di frontiera, di periferia, quella che rappresenta l’unica alternativa se ci si vuole riscattare.

Ancora: la famiglia sappia che la scuola paritaria tutta (cattolica, di ispirazione cristiana, laica, ebraica) lotta per restare quale alternativa al monopolio educativo, soffrendo per le rette che è costretta a chiedere e che cerca di contenere con le pensioni delle suore e dei preti, con la carità, con gli aiuti da parte della Chiesa (come le borse di studio della CEI erogate alle famiglie che frequentano tutte le scuole paritarie anche non cattoliche. Perché il diritto è in capo alla famiglia, allo studente non alla scuola): tutto pur di non cedere al compromesso.

Eppure la possibilità di interrompere questo circolo vizioso, di far sì che il diritto all’istruzione sia accessibile a tutti e non rimanga un privilegio c’è, eccome!

Appare stucchevole continuare a ripeterlo da anni e ogni volta dover ripartire sempre da capo. Ormai siamo ad un punto di non ritorno: non possiamo concederci più il lusso della dissertazione, del prendere tempo, del mediare fra i centinaia di politici e centinaia di federazioni, associazioni, movimenti.

Proiettiamoci a settembre 2021: quale situazione troveremo? Eccola: la scuola statale stremata dalla mancanza di autonomia, quella paritaria ugualmente stremata dall’ideologia e dal Covid, al bivio fra il chiudere e privare così il Paese di quel che rimane del pluralismo o restare ma facendolo con rette di sostenibilità che non possono essere assolutamente inferiori ai 5.500 euro.

Eduscopio continuerà a dire che le scuole paritarie sono eccellenti, la scuola statale mancando di autonomia apparirà la cenerentola e le famiglie che si vedono escluse si abitueranno che c’è una scuola per tutti i poveri compresi che è gratuita la statale (che costi 8.500 euro lo abbiamo cosi tante volte ripetuto che è divenuto un ritornello rotto) e la scuola paritaria privata per chi se la può permettere. Ecco come la profezia si realizza.

Eppure con quel poco di fiato che ci resta ripetiamo che è possibile interrompere questo processo ma partendo dalla legge di Bilancio, dopo ormai sarà davvero tardi:

  1. in Parlamento, a camere unificate, si avvii una collaborazione reale fra scuole statali e paritarie e, con la quota capitaria di 5.500 euro si garantisca il diritto di apprendere per tutti gli studenti (proposta la cui efficacia è dimostrata da vari studi seri e documentati); la collaborazione fra mezzi di trasporto pubblici e privati.
  2. a questo meccanismo sono legati un nuovo finanziamento del sistema scolastico italiano e il censimento dei docenti per far incontrare la domanda e l’offerta.

  comporta rendere autonoma la scuola statale e libera la paritaria, aumentando quindi la concorrenza, tramite la chiamata diretta dei docenti da albi appositi (sempre sperando che si consenta ai docenti di ottenere l’abilitazione). Certo, una situazione del genere scuoterà definitivamente una serie di interessi: i docenti intesi come bacino elettorale, il ruolo del sindacato, l’assunzione dei docenti sulla base di criteri corretti ma arbitrari.  E’ chiaro che autonomia, parità e libertà di scelta educativa sono i fondamenti del pluralismo, di un sistema scolastico di qualità, che non discrimina poveri e disabili, dando a tutti le medesime opportunità, che assume docenti con criteri oggettivi e li forma alla propria mission.

In alternativa, lo scenario dal 2021 sarà esattamente lo stesso del 2020: la scuola ripartirà solo per alcuni privilegiati, che avranno in mano le sorti della nazione. Quindi il diritto all’istruzione sarà inteso come un lusso, una cosa da ricchi, come è stato per secoli, ma con una piccola variante: il figlio “di chi può” a scuola, presso collegi prestigiosi, e poi sulle ali della grande finanza; il figlio del povero nelle grinfie della criminalità organizzata o distrutto dalla droga.

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