Intolleranza e abuso: la deviazione del percorso della convivenza

La quarantena forzata obbliga l'uomo del 2020 a delle riflessioni. Su sé stesso ma anche sulle relazioni con gli altri

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:54

Sono i tempi della riflessione e dell’approfondimento, costretti non solo fisicamente all’interno delle mura domestiche ma anche a rivedere molti dei parametri cui abbiamo fatto riferimento finora, in un momento epocale per la rinascita della civiltà dopo la sua decadenza, inevitabile ed auspicata. Siamo stati scossi dalla reazione della Natura che ci ha presentato il prezzo per le azioni compiute, si sente dire da più parti, come se la natura avesse un’etica punitiva ed educativa o piuttosto non sia l’Uomo a rendersi conto, o, più correttamente, a dover prendere atto, di aver abusato dei propri poteri e dei mezzi di utilizzo, nei confronti di un sistema regolato da leggi diverse da quelle che l’uomo si è dato.

La natura è amorale, nel senso che è priva di quelle regole di convivenza che l’uomo si è imposto nel tempo con l’elaborazione dei concetti di bene e male, che sono conseguenti alla visione allargata dell’orizzonte per effetto della sviluppata capacità razionale e della sensibilità spirituale di cui è dotato; anche questi concetti possono sembrare fondati sulla convenienza, calcolata a più lunga scadenza.

Tolleranza e intolleranza

Ha così sviluppato il sentimento della tolleranza, sia apprezzando l’utilità della parte positiva in ciò che comunque può essere ostile sia valorizzando, attraverso la tolleranza dell’altro, un sentimento di reciprocità, riconosciuto dal lato attivo ed auspicato dal lato passivo: accetto chi mi limita perché penso possa essermi utile per altro e penso che se accetto lui, lui accetta me o comunque mi riconosco quando volevo essere accettato. Insomma, la tolleranza pare essere frutto della convenienza a più lunga scadenza mentre l’interesse immediato e diretto è volto a produrre l’intolleranza. Da qui l’esasperazione dei due concetti da parte di chi vuole immediatamente il riconoscimento delle proprie ragioni e pretese e da parte di chi auspica una realizzazione futura e prossima dei propri interessi.

È fin troppo evidente che così non va. Intolleranza e tolleranza sono così due funzioni analoghe, distinte dal momento della tutela dell’interesse, immediato o prossimo.

Se, invece analizziamo l’atteggiamento di chi accetta la diversità, non solo e non tanto come un valore, perché in tal modo ricade, comunque ed in una certa maniera, nella tolleranza, ma perché non ne percepisce l’ostacolo a sé o comunque pospone i concetti di utilità e di interesse al rispetto dell’altro, allora entriamo in quello che è il nucleo fondamentale del nostro rapporto con l’altro: il rispetto, figlio legittimo della rivelazione della persona. E qui è fuorviante parlare di tolleranza poiché il rispetto non costa e non deve costare: esso esiste perché è il limite di qualunque azione, limite che è e deve essere innato in ciascun individuo prima ancora della consapevolezza, derivante non solo dalla trasmissione del patrimonio genetico evoluto ma anche dall’osservazione sia della natura sia delle proprie relazioni, non solo affettive e sentimentali.

Questi concetti sembrano banali ed effettivamente lo sono, tanto che non possono neanche essere messi in discussione; sia sufficiente il noto paradosso di Popper sull’intolleranza: la tolleranza nei confronti degli intolleranti consente a questi di prevalere e determina l’estinzione della tolleranza, per cui la tolleranza deve essere intollerante!

Le forme di abuso

Il problema allora si sposta verso la sostanziale indifferenza da parte non già del singolo individuo, che si muove nel proprio ambito di riferimento in cui le violazioni individuali ricevono immediata reprimenda a qualunque livello, ma dal cosiddetto potere costituito che, pur facendo ipocrita professione di fede, se ne distoglie – consapevolmente o colposamente – in nome di un’apparente ed insussistente ragione di stato, ma di fatto, per una propria immediata, diretta e riscontrabile, utilità derivante dal proprio agire: e si determina così l’abuso.

È proprio l’abuso, del potere, della propria posizione dominante, della propria condizione di favore, della propria funzione, privata o, peggio ancora, pubblica, che rappresenta la deviazione dal percorso non solo virtuoso dell’individuo ma necessario per proseguire la convivenza. È lo sviamento dell’azione dallo scopo per cui è viene ammessa che la rende di conseguenza riprovevole.

L’abuso è l’altra faccia della corruzione: oggi quest’ultima è finalmente assurta agli allori della pubblica riprovazione ed il sistema ha finalmente creato validi strumenti per individuarla, prevenirla ed impedirla e la pubblica opinione è stata resa sensibile ed attenta alla sua condanna.

Va fatto altrettanto con l’abuso del potere, operazione apparentemente più difficile poiché dovrebbe provenire da chi ne è il titolare: ma il sentimento diffuso, i mezzi di comunicazione oramai polverizzati, l’esistenza di una enorme parte sana dell’amministrazione del potere possono consentire di espungere questo mostro dal vivere sociale ed aprire la strada alla ripresa, non solo economica, dell’Umanità, dopo la pausa obbligata di riflessione.

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