MERCOLEDÌ 13 NOVEMBRE 2019, 11:26, IN TERRIS

UDIENZA GENERALE

Papa: “Le coppie cristiane trasformino le loro case in chiese domestiche”

Francesco dedica la catechesi del mercoledì al matrimonio e, a braccio, lancia un monito contro il riaffiorante antisemitismo

GIACOMO GALEAZZI
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Papa Francesco
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ell’udienza generale del Papa Francesco esorta tutti gli sposi ad essere "coppie al servizio del Vangelo" e prende spunto per la sua appassionata e intensa catechesi dal racconto del viaggio dell'apostolo Paolo a Corinto accolto con amore dai coniugi Aquila e Priscilla. Di fronte al riaffiorare dell'antisemitismo, emerso anche in Italia con gli attacchi alla senatrice a vita Liliana Segre, papa Francesco condanna  il ritorno della "persecuzione" degli ebrei. Parlando dei personaggi degli Atti degli Apostoli  Aquila e Priscilla, costretti a trasferirsi da Roma a Corinto dopo che l’imperatore Claudio aveva ordinato l’espulsione dei giudei, il Pontefice ha aggiunto a braccio: "Io vorrei fare una parentesi. Il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati. Capito?".


Vivere la comunione

Il Pontefice invita le coppie cristiane, sull’esempio di Aquila e Priscilla, ad “aprire le porte dei loro cuori a Cristo e ai fratelli” per  “trasformare le loro case in chiese domestiche dove vivere la comunione e offrire il culto della vita vissuta con fede, speranza e carità”. Incontrando in piazza San Pietro  gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo (dopo aver salutato i malati riuniti nell’Aula Paolo VI a causa del maltempo) il Papa il ciclo di riflessioni sugli Atti degli Apostoli e ha incentrato  la sua meditazione sul tema: “Priscilla e Aquila lo presero con sé”. Poi il Papa ha rivolto un appello per la situazione in Burkina Faso esprimendo vicinanza per le vittime del recente attentato.


Frutti di conversione

“Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo, da evangelizzatore infaticabile quale è, dopo il soggiorno ad Atene, caratterizzato da ostilità ma anche da frutti come la conversione di Dionigi e Damaris, porta avanti la corsa del Vangelo nel mondo - afferma Francesco -. Nuova tappa del suo viaggio missionario è Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia, città commerciale e cosmopolita, grazie alla presenza di due porti importanti. Come leggiamo nel capitolo 18 degli Atti, Paolo trova ospitalità presso una coppia di sposi, Aquila e Priscilla (o Prisca), costretti a trasferirsi da Roma a Corinto dopo che l’imperatore Claudio aveva ordinato l’espulsione dei giudei”. Questi coniugi dimostrano di avere “un cuore pieno di fede in Dio e generoso verso gli altri, capace di fare spazio a chi, come loro, sperimenta la condizione di forestiero”. Questa loro sensibilità, sottolinea il Pontefice, “li porta a decentrarsi da sé per praticare l’arte cristiana dell’ospitalità e aprire le porte della loro casa per accogliere l’apostolo Paolo”. Così essi accolgono non solo l’evangelizzatore, ma anche l’annuncio che egli porta con sé: il Vangelo di Cristo che è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede»”. E da quel momento la loro casa s’impregna del profumo della Parola “viva”  che vivifica i cuori.


Il senso della condivisione

Aquila e Priscilla, sottolinea Jorge Mario Bergoglio, condividono con Paolo anche l’attività professionale, cioè la costruzione di tende. “Paolo stimava molto il lavoro manuale e lo riteneva uno spazio privilegiato di testimonianza cristiana, oltre che un giusto modo per mantenersi senza essere di peso agli altri”, spiega il Pontefice. Origene dirà che Paolo passa “dal costruire tende terrestri al costruire tende celesti, insegnando a ciascuno la via della salvezza”. Avviene così che nella casa ospitale di Aquila e Priscilla, dove si fabbricano tende, l’Apostolo inizia a progettare e piantare la “tenda” di Dio in mezzo ai Corinzi, cioè la Chiesa di Corinto. La casa di Aquila e Priscilla a Corinto “apre le porte non solo all’Apostolo ma anche ai fratelli e alle sorelle in Cristo”. Paolo infatti può parlare della “comunità che si raduna nella loro casa”, la quale diventa una “domus ecclesiae”, un luogo di ascolto della Parola di Dio e di celebrazione dell’Eucaristia. Dopo un anno e mezzo di permanenza a Corinto, Paolo lascia quella città insieme ad Aquila e Priscilla, che si fermano ad Efeso. Anche lì la loro casa diventa luogo di catechesi. Infine, i due sposi rientreranno a Roma e saranno destinatari di uno splendido elogio che l’Apostolo inserisce nella lettera ai Romani: “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano”.


Modelli di vita coniugale

Francesco osserva come tra i numerosi collaboratori di Paolo, Aquila e Priscilla emergano come modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana: “Ci ricordano che, grazie alla fede e all’impegno nell’evangelizzazione di tanti laici come loro, il cristianesimo è giunto fino a noi”. Infatti “per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede”, puntualizza Francesco richiamando la catechesi del 7 febbraio 2007 di Benedetto XVI. Il Pontefice chiede “al Padre, che ha scelto di fare degli sposi la sua vera scultura vivente, di effondere il suo Spirito su tutte le coppie cristiane perché, sull’esempio di Aquila e Priscilla, sappiano aprire le porte dei loro cuori a Cristo e ai fratelli e trasformino le loro case in chiese domestiche dove vivere la comunione e offrire il culto della vita vissuta con fede, speranza e carità”. Infine, a conclusione dell’udienza generale, il canto del Padre nostro e la benedizioni dei gruppi di fedeli e pellegrini.


La continuità tra i pontificati

“Giovanni Paolo II ci ha lasciato un desiderio di santità impareggiabile: guardando alla sua personale santità e pensando a cosa ci abbia voluto dire promuovendo alla gloria degli altari più persone che in tutta la storia della Chiesa precedente - osserva il teologo don Simone Caleffi -. Egli è davvero l’uomo della Lumen Gentium. Cristo, luce del mondo, illumina la Chiesa, chiamata ad essere faro di verità e di carità, attraverso la testimonianza dei suoi santi. Ogni credente è chiamato, in forza del Battesimo, a diventare santo. Tale consapevolezza, sempre esistita nella storia della Chiesa, ribadita con nuovo vigore dal Concilio, è stato il fil rouge del pontificato di Giovanni Paolo II”. Benedetto XVI è l’uomo della Gaudium et Spes. “Con la grandiosa enciclica sulla speranza cristiana ha ridato centralità alla virtù bambina, così spesso dimenticata per le nostre scarse capacità che ci fanno pensare quasi solo alla fede e alla carità - puntualizza don Caleffi -. Ci ha dato un insegnamento semplice e profondo, ha dialogato con tutti, anche con quelli che potevano sembrare o effettivamente sono i più lontani. Ha promosso un dialogo intellettuale autentico, espressione di un amore vero che non pretende di unire posizioni inconciliabili, ma stringe leali e sinceri rapporti di stima e collaborazione. Ci ha lasciato un desiderio sempre più grande di ricercare, conoscere, amare e vivere la verità”. Nella predicazione di Francesco, aggiunge il teologo, è “molto presente il tema della speranza che ci raccorda sia al pontificato antecedente che al Concilio”. Egli ama ripetere tante volte e in diversi contesti: “Non lasciatevi rubare la speranza!”. Essa è il motore della vita morale, risposta alla chiamata che Dio ci fa. La sua rassicurazione: “Dio non si stanca mai di perdonarci”, sembra essere un invito alla continua conversione, alla confessione dei nostri peccati, ad una vita fatta di opere di carità e misericordia per la vita del mondo. “La Chiesa in uscita significa il desiderio di ciascun cristiano, a partire dai membri della gerarchia, di andare incontro a ciascun uomo e a ciascuna donna per beneficarli e sanarli con la stessa forza di Gesù, buon samaritano dell’umanità - afferma don Caleffi -. Solo il balsamo della misericordia può guarire le ferite degli uomini e delle donne di oggi, colpiti dall’indifferenza dei contemporanei dimentichi del Vangelo”.


Sulla scia di Papa Roncalli

San Giovanni XXIII ha rinnovato la Chiesa con il desiderio di fare passi concreti di riavvicinamento con i cristiani che non appartengono alla Chiesa Cattolica. “La sua lunga permanenza in Oriente e le circostanze nelle quali si è trovato a vivere hanno favorito in lui il compiere gesti di unità, a partire da una carità molto concreta, come aiutare le popolazioni colpite dal terremoto in Bulgaria, o il curare le relazioni in Grecia e Turchia, data la sua presenza a Istanbul, allora capitale e dunque sede della nunziatura apostolica, del Fanar, il patriarcato ecumenico- sostiene il teologo emiliano, già incaricato del corso “Etica e carità” nel Percorso per Operatore della Carità dell’Istituto "Ecclesia Mater" collegato accademicamente con la Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense e collaboratore dell’Assistente Diocesano della Gioventù Ardente Mariana-. Francesco si è recato, come i suoi predecessori, in Turchia, ha curato i rapporti con gli orientali ma, soprattutto attraverso contatti e motivazioni personali, con il mondo della Riforma protestante. Credo che i due momenti più significativi, infatti, siano stati la visita a Caserta e alla chiesa luterana di Roma”.


Comunicare la Salvezza

La Chiesa povera per i poveri non è un’invenzione di papa Francesco, ma, chiarisce don Caleffi, ”la sua via per l’attuazione del Concilio”. La costituzione dogmatica sulla Chiesa, al penultimo paragrafo del numero 8, afferma: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. La Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e la abnegazione. La Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo”.  Anche in altri tratti, ma soprattutto in questo brano, il teologo ravvisa le radici conciliari della Chiesa povera per i poveri, secondo l’ormai famosa espressione di papa Francesco. La misericordia tanto predicata da papa Francesco è l’attuazione del Concilio Vaticano II, in quanto attuazione del Vangelo stesso. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”. Queste parole sono state l’incipit della seconda enciclica di san Giovanni Paolo II, il papa che, convinto dell’autenticità della santità di suor Faustina Kowalska, ha voluto istituire la festa della Divina Misericordia. Tale enciclica è citata in Misericordiae Vultus, la bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, che ricorda le parole che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: “Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore. La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da 231 Conclusione misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. La nuova evangelizzazione lanciata da Francesco “affonda le sue radici nel cuore antico della mistica cristiana”. Nell’era dei social network che accorciano le distanze geografiche, ma corrono il rischio di allungare quelle personali, secondo don Caleffi, risulta più che mai attuale ciò che scrisse negli anni sessanta del secolo scorso Karl Rahner, con una certa dose di intuizione: “Bisognerà dire che il cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè, una persona che ha sperimentato qualcosa, o non sarà cristiano”.

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