Omicidio Vannini, 14 anni ad Antonio Ciontoli

Lo hanno stabilito i giudici della Corte d'Assise d'appello di Roma. Nove anni e 4 mesi per la moglie e i due figli. La mamma di Marco: "La giustizia esiste"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:29

Quattordici anni ad Antonio Ciontoli, 9 anni e 4 mesi alla moglie e ai suoi due figli, questi ultimi con l’accusa di concorso anomalo in omicidio volontario. Queste le sentenze stabilite dai giudici della seconda sezione della Corte d’Assise di Appello di Roma in merito alla morte di Marco Vannini, avvenuta nel 2015 a Ladispoli. Un verdetto accolto fra le lacrime dalla mamma del ventunenne di Cerveteri. “E’ una grande emozione, finalmente dopo più di 5 anni abbiamo dimostrato quello che era palese dall’inizio. Se Marco fosse stato soccorso subito non saremmo oggi qui, ancora una volta davanti alle telecamere. Ma è la dimostrazione che la giustizia esiste. Non dovete demordere mai”.

In aula, Ciontoli aveva mostrato pentimento per quanto accaduto nella sua casa, dicendosi consapevole “di non essere la vittima ma il solo responsabile di questa tragedia”. Antonio Ciontoli, ha detto Marina Vannini, “non deve chiedere perdono a noi, ma a sé stesso. Non so quale era la strategia dietro quelle parole. Questa è una sede di giustizia e non di vendetta, i giovani devono crescere con principi morali sani”.

Le parole di Ciontoli

“Sulla mia pelle – ha detto ancora Ciontoli – sento quanto possa essere insopportabile, perché innaturale, dover sopportare la morte di un ragazzo di vent’anni, bello come il sole e buono come il pane. Quando si spegneranno le luci su questa vicenda, rimarrà il dolore lacerante a cui ho condannato chi ha amato Marco. Resterà il rimorso di quanto Marco è stato bello e di quanto avrebbe potuto esserlo ancora e che a causa del mio errore non sarà. Marco è stato il mio irrecuperabile errore“.

La morte di Marco Vannini

“Nessuna vendetta, non sappiamo che farcene del denaro”. Così il legale della famiglia Vannini, Franco Coppi, durante il suo intervento in aula. La mamma e il papà di Marco, ormai a cinque anni di distanza dalla drammatica morte del loro giovane figlio, hanno sempre dichiarato di non cercare altro che la giustizia. Giustizia per quanto accaduto a Marco, ferito da un colpo di pistola mentre si trovava nella vasca da bagno in casa dei genitori della sua fidanzata.

Una pallottola sola, esplosa dall’arma in quel momento – come emerso già nei precedenti processi – in mano ad Antonio. Fatale perché, secondo i pm, nessuno della famiglia Ciontoli avrebbe fatto nulla per aiutare Marco. Impedendo, quindi, che il giovane potesse beneficiare dei soccorsi che avrebbero potuto salvarlo. “Un secondo dopo lo sparo – ha detto in aula il procuratore generale Vincenzo Saveriano – è scattata la condotta illecita. Tutti i soggetti sono rimasti inerti, non hanno alzato un dito per aiutare Marco. Un pieno concorso, una piena consapevolezza di quello che voleva fare Antonio Ciontoli e cioè di non fare sapere nulla dello sparo. Tra la vita di Marco e il posto di lavoro del capofamiglia, hanno scelto la seconda cosa”.

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