Messa di Natale, Papa Francesco: “Lasciamoci interpellare dai bambini che soffrono”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23:00

In questa notte santa “lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano, ma armi”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la celebrazione della Messa della Notte di Natale, presieduta dallo stesso Pontefice nella basilica vaticana. In San Pietro, gremita di fedeli provenienti da ogni parte del globo, Bergoglio, citando le parola della lettera di San Paolo apostolo, ricorda il mistero del Natale: “è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi”.

Questa è una notte di gloria, la stessa “proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi. Non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino – prosegue il Papa -, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua”. In questa notte si realizza la profezia di Isaia: “la luce, che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme“.

Quello che scoprono i pastori è il compimento delle parole del profeta: “un bambino è nato per noi”. In quel momento “comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: ‘Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia‘”. Oggi, come allora, è questo “il segno per trovare Gesù – aggiunge Bergoglio – Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio“.

Ma con questo segno, il Vangelo odierno ci mette dinanzi a un “paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo”, eppure Dio “non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla”, al contrario si manifesta “in una piccolezza che sorprende”. Dunque, prosegue Papa Francesco “per incontrarlo bisogna chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli“. Nel Natale, il Bambinello “ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita“.

Nel contemplare il miracolo della Vita, prosegue il Pontefice, non lasciamoci interpellare solo dal Bambino nella mangiatoia, “ma anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallidemangiatoie di dignità‘: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano, ma armi“.

Inoltre, il Papa sottolinea come il Natale, “che è luce e gioia”, allo stesso tempo “interpella e scuote“, perché è contemporaneamente un mistero di speranza e di tristezza”. L’Incarnazione porta tristezza “in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata”. Ciò accadde anche a “Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia”. Il Figlio di Dio nasce “rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato“.

Ma nel Natale la tristezza lascia lo spazio alla speranza, poiché “nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende”. Egli, “innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa ‘casa del pane’ – ricorda Bergoglio -. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce – aggiunge -, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori“.

Quella notte di oltre duemila anni fa lo capirono i pastori, “gli emarginati di allora“. Tuttavia, “nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece ‘andarono, senza indugio'”. Rivolgendosi ai fedeli, poi, aggiunge: “Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto“.

“Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite”. In tal modo potremo assaporare “lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita – conclude -. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli grazie. Grazie, perché hai fatto tutto questo per me“.

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