“Così la mafia decise di uccidere Falcone”

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Una colonna rosso sangue sulla Palermo-Mazzara del Vallo, all'altezza di Capaci, ricorda quel 23 maggio 1992 in cui la guerra dichiarata da Cosa Nostra allo Stato raggiunse la sua fase più drammatica. Un attentato – quello nel quale rimasero uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e 3 uomini della scorta – su cui ancora oggi le nebbie non si sono del tutto diradate. Ma che storicamente – assieme alla successiva strage di via D'Amelio in cui morì Paolo Borsellino e alle bombe del '93 – rappresentò un punto di non ritorno. Ne abbiamo parlato con il prof. Enzo Ciconte, scrittore, docente ed ex deputato di Pci e Pds, tra i massimi esperti di storia della mafia. Da 15 anni tiene il corso di “Storia della criminalità organizzata” nella facoltà di giurisprudenza di Roma Tre e nel Collegio Santa Caterina dell'Università di Pavia

Far saltare un pezzo di autostrada per Cosa Nostra rappresentava l'unico modo per colpire un “nemico” altrimenti irraggiungibile o le modalità nascondevano un messaggio allo Stato?
“Il metodo corrispondeva a una scelta precisa. Le ragioni furono pratiche: la Cupola aveva deciso di uccidere Falcone, che considerava il suo nemico principale. Abbiamo scoperto che, in un primo momento, l'attentato doveva essere eseguito a Roma, all'interno di un ristorante, da un commando appositamente partito da Palermo e guidato da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina”. 

Perché i piani cambiarono?
“I sicari sbagliarono locale, andarono al ristorante 'Carbonara' invece che alla 'Amatriciana', l'omicidio non fu commesso e arrivò il contrordine di Riina che fece tornare indietro il commando. Quindi, ripeto, far saltare l'autostrada fu una scelta precisa, perché se avessero voluto avrebbero potuto tranquillamente colpire a Roma, gli sarebbe bastato impiegare un po' del loro tempo per seguire la tracce di Falcone, che nella Capitale abbassava la guardia”.  

Si sentiva meno minacciato lontano dalla Sicilia?
“Sì. Come Collegio Santa Caterina abbiamo da poco pubblicato un libro in cui sono raccolte testimonianze che lo dimostrano. Come quella del generale dei Carabineri Pellegrini che racconta un episodio emblematico: una sera, dopo essere rientrati in albergo e aver mandato via la scorta, Falcone chiamò l'ufficiale e gli chiese di vedersi nella hall, da lì andarono a farsi una passeggiata per la città, come due ragazzini. Una cosa impensabile a Palermo. Per questo dico che se avessero voluto avrebbero potuto ucciderlo a Roma”. 

L'attacco allo Stato, iniziato già prima delle stragi di Capaci e via D'Amelio, fu una scelta condivisa nella Cupola o c'era chi si oppose temendo possibili ripercussioni? 
“All'inizio furono tutti d'accordo. Non dobbiamo pensare alla Commissione di Cosa Nostra come a un organismo democratico: non è la giunta di un Comune o di una regione, chi dissente rischia di pagarla cara. L'unitarietà iniziò a incrinarsi verso la fine della fase stragista, quando Provenzano capì che si stava tirando troppo la corda, col rischio di far saltare affari importanti per la mafia. Non a caso esiste la teoria, a mio modo di vedere verosimile, che fu Provenzano stesso, tramite Vito Ciancimino, a far sapere agli inquirenti dove potevano catturare Riina, assicurandosi un allentamento della pressione dello Stato”. 

E veniamo quindi alla cosiddetta trattativa Stato-Mafia… Cosa si aspetta dai processi?
“Nient'altro che eventuali condanne giudiziarie. Per fare luce su quegli anni non basta un processo, serve una ricerca approfondita fatta da un pool di studiosi che si prenda la briga di analizzare migliaia e migliaia di carte riguardanti anche storie precedenti a quelle confluite nei giudizi”.   

Quali domande, oggi, sono senza risposta?
Due in particolare: per quale motivo Riina decise di uccidere Falcone in quel modo? Perché si affrettò a colpire anche Borsellino visto che non c'era l'urgente necessità di farlo? Un processo, lo ribadisco, non è sufficiente per rispondere a questi quesiti, perché i giudizi si basano sulle carte addotte dalle parti e finiscono per occuparsi di alcuni segmenti di un insieme più ampio”. 

Una nuova fase stragista è possibile?
“No, perché le mafie oggi non hanno alcun motivo o interesse per ripetere quella esperienza. Contro chi dovrebbero farle? Chi combatte oggi la mafia? Ogni tanto si prende qualche narcotrafficante, talvolta s'interrompe qualche rapporto col mondo della politica, ma quello della finanza va avanti tranquillamente”.

E i rapporti con le mafie d'importazione come sono, c'è il rischio di conflittualità fra criminalità di origine straniera e autoctona?
“Non vedo perché dovrebbero scontrarsi; la droga arriva a tutti, il mercato è vasto, quindi esiste la possibilità di mettersi d'accordo. Chi arriva dopo non invade gli spazi di chi già c'è, gli italiani vendono agli stranieri e viceversa. Non c'è motivo di conflittualità. Vorrei fare una precisazione…”

Faccia pure…
“L'immigrazione clandestina qui non c'entra niente, la droga non arriva con i barconi per intenderci. Questi criminali si trovano in Italia da anni”.  

Parliamo dei boss latitanti. Molti sono costretti a vivere in bunker sotterranei, quasi in una condizione di barbonismo domestico, impossibilitati a godersi patrimoni immensi… Chi glielo fa fare?
“Il potere, che non si esercita solo sedendo su un trono ma anche dando ordini dall'interno di un bunker. Per loro la cosa importante è comandare, a prescindere da dove si trovano. Nonostante 40 anni di latitanza, ad esempio, Provenzano ha continuato a esercitare il suo ruolo di boss. Idem Riina. C'è poi un altro aspetto…”

Quale?
“Sentono di fare un sacrificio che consentirà ai figli e ai familiari di vivere meglio, di godersi i loro soldi. Per questo è importante colpire i patrimoni: deve passare il messaggio che non conviene fare i mafiosi perché lo Stato prima o poi arriva e confisca. Va, però, detto che non tutti i latitanti vivono nei bunker; quelli che si trovano all'estero, ad esempio, vivono dentro ville o alberghi”. 

Come si raccontano dinamiche complesse come quelle mafiose ai futuri giuristi?
“Cercando di parlare del fenomeno nel modo più semplice e chiaro possibile. Per comprenderlo e imparare a contrastarlo. I giovani universitari che frequentano il nostro corso sono molto interessati all'argomento. Trovano interessante l'accoppiata fra storia del crimine organizzato e della legislazione in materia”.

Negli ultimi anni il crimine organizzato è diventato materia da fiction televisiva, c'è chi teme che questa sovraesposizione, insieme alla necessità di romanzare alcuni personaggi per esigenze televisive, comporti un rischio di mitizzazione nei giovani…
“Il rischio esiste, parliamoci chiaro. E' un dibattito antico, anche ai tempi de 'La Piovra' ci furono aspre critiche e qualche esponente di governo pensò addirittura di far chiudere la produzione. Il male, purtroppo, attrae più del bene. Una fiction sulla vita di un santo non avrebbe lo stesso share di 'Gomorra'. Sta, quindi, alle famiglie e alla scuola indicare ai giovani quali sono i giusti moduli di comportamento. Cancellando queste serie tv non verrebbero meno né la mafia, né il bullismo, né la baby gang”. 

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