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Anniversario dell’omicidio Dalla Chiesa, Grasso: “Mai più nessuno lasciato da solo”

Trentadue anni fa moriva Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era un venerdì, il 3 settembre 1982, quando la A112 bianca sulla quale viaggiava il Prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini a Palermo, da una BMW dalla quale partirono raffiche di Kalashnikov. “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti” fu la scritta affissa il giorno dopo in prossimità del luogo dell’attentato.

Tra le cerimonie in ricordo del generale due sono state le più seguite. Una si è svolta in piazza Diaz, a Milano, dove il generale nel 1980 fece erigere un monumento dedicato all’Arma. Il sindaco Giuliano Pisapia ha detto: “L’attentato che ha causato la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie e dell’agente Domenico Russo, è figlio del forte isolamento di chi rappresentava le istituzioni e di chi contrastava e combatteva con il proprio impegno la cultura mafiosa. La commemorazione conferma la forza del sentimento ormai diffuso di rifiuto di ogni possibile infiltrazione mafiosa e di reazione della parte sana della società”.

Una seconda celebrazione c’è stata a Palermo a cui hanno partecipato diverse autorità fra cui il Presidente del Senato, ed ex procuratore anti-mafia, Piero Grasso: “Ora nessuno resterebbe da solo come accadde a lui”, ha commentato. Dalla Chiesa rimase in carica come prefetto di Palermo poco più di cento giorni, lamentandosi per altro proprio per la mancanza dei poteri che lo Stato gli aveva promesso, lasciandolo così a combattere una vera e propria guerra con delle armi spuntate. Sul luogo dell’omicidio sono state deposte corone d’alloro e una Messa è stata celebrata nella chiesa San Giacomo dei Militari, all’interno della caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa, sede del comando legione carabinieri Sicilia.

Anche il Presidente della Repubblica ha fatto sentire la sua voce: “Con quel brutale atto criminoso, che resta drammaticamente nel ricordo di tutti, si voleva colpire il tenace impegno di un intransigente ed esemplare servitore dello Stato. Che pur consapevole del rischio personale si spinse fino all’estremo sacrificio per difendere le istituzioni e i cittadini dalla violenza mafiosa”.

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Mirko Polisano

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