PROCESSO YARA, IL PADRE IN LACRIME: “ERA IL SALE DELLA FAMIGLIA”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 3:11

“Yara era il sale e il collante della famiglia”. Lo ha detto il padre della ragazza uccisa che deposto al processo nel quale è imputato Massimo Bossetti. Dopo mesi di indagini, aspre discussioni tra accusa e difesa sulla validità del Dn dell’uomo trovato sul corpo della tredicenne, la figura della vittima ha dominato, nei ricordi del papà Fulvio e di sua madre Maura. Fulvio Gambirasio si è commosso fino alle lacrime ricordando “quel suo sorriso” e il pomeriggio del 26 novembre del 2010, quando sua figlia non fece ritorno a casa per essere trovata uccisa tre mesi dopo. “Ho passato notti insonni a pensare se io, che conosco tanta gente, potessi aver fatto male a qualcuno, ma non mi veniva in mente nulla”, ha detto.

Quando, il 16 giugno dell’anno scorso, ricevette notizia di un fermo nell’ambito dell’indagine, “dissi a mia moglie di dirmi il nome. Quando me lo disse, mi sentii per certi versi rinfrancato”, perché con lui e la sua famiglia Bossetti non aveva nulla a che fare. Del muratore accusato di aver ucciso sua figlia ha qualche labile ricordo quando, anni prima, lo vedeva in giro in sella alla sua bicicletta o motorino a Brembate di Sopra.

La madre, Maura Panarese, su sollecitazione del pm Letizia Ruggeri, ha ricostruito la quotidianità di Yara: la scuola, la passione per la ginnastica ritmica che quel pomeriggio la portò nella palestra, distante 700 metri da casa, per portare uno stereo che doveva servire per la gara della domenica successiva, e dalla quale non fece mai più ritorno. “Prima di uscire mi chiese se avevo un sacchetto per mettere lo stereo, le dissi ‘perche’ tutti guardano te, vero?'”. Yara “era serena in quel periodo”, e quel giorno aveva ricevuto il ‘pagellino’ con dei “bellissimi voti”. Aveva fatto delle ricerche su internet sulla violenza alle donne, perché era rimasta “molto impressionata” dalla tragedia di Sara Scazzi, uccisa in estate ad Avetrana ma non era preoccupata ed era solita essere attenta a non dare confidenza a persone estranee.

Quando, poco dopo le 19, Yara non era ancora tornata, poiché tardava di un quarto d’ora, Maura Panarese telefonò alla figlia: due, tre squilli e poi la segreteria. Telefonò altre volte: solo la segreteria. Poi la decisione di rivolgersi ai carabinieri, in serata. Ci andò Fulvio. Quindi la notte insonne e la denuncia di scomparsa il giorno dopo. Fulvio Gambirasio racconta in aula che la sera del 26 novembre, rincasando, intorno alle 19, vide nei pressi di casa un mezzo, probabilmente un furgone, “perché aveva i fari alti, non so se cassonato, ma certo un furgone”. In quei frangenti certo non immaginava che nella tragedia sarebbe comparso un furgone: il Fiat Iveco Daily di Massimo Bossetti che gli investigatori ritengono si sia trovato vicino a casa Gambirasio proprio nei minuti in cui Yara usciva dalla palestra.

La difesa del muratore ritiene di aver incassato un risultato importante dal momento che la Corte ha disposto siano acquisiti i “dati grezzi” alla base della relazione del Ris in cui si stabili’ che era di Bossetti il Dna sul corpo di Yara. “Per noi era come avere la diagnosi di una radiografia senza avere la radiografia: cosi’ potremo capire se ci sono stati errori”, hanno spiegato gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, i quali hanno anche ottenuto che sia messo a disposizione il diario scolastico della ragazza. Le istruttrici della palestra, che videro Yara quel pomeriggio, l’hanno descritta “tranquillissima”. Una di loro, Silvia Brena, ha spiegato che poteva esserci stato contatto con la ragazza, durante un allenamento oppure in un abbraccio mentre si salutavano. Da qui si spiega il suo Dna trovato sul giubbotto di Yara, quando il 26 febbraio del 2011 il suo corpo fu trovato in un campo di Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da casa.

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