Turni, postazioni, orari: le mani dei clan sull’accattonaggio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:43

Un esercito di schiavi costretti all’accattonaggio. Così la mafia nigeriana controlla il racket dell'elemosina in strada. Turni, postazioni e orari. ll radicamento in Italia della criminalità nigeriana, secondo quanto riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia nella relazione sulle attività investigative, è emerso nel corso di diverse inchieste che ne hanno evidenziato la natura mafiosa.

Struttura ramificata

“Una nuova mafia che è riuscita in poco tempo e in maniera aggressiva a creare legami di successo con i gruppi criminali italiani, da cui ha appreso e adottato strutture e metodi operativi, l'intimidazione, il taglieggiamento di imprese legali e illegali – osserva Panorama -. In poco tempo la mafia nigeriana si è dotata di una struttura attiva, con ramificazioni all'estero e una strategia criminale ben pianificata”. Un processo di imitazione e adattamento che ha portato alla competizione con altri gruppi criminali “etnici”, ottenendo la supremazia in molti settori “tradizionali”, come la prostituzione femminile, il traffico degli stupefacenti e di immigrati clandestini, e imponendosi in altri, come le truffe online. Ma il business della criminalità nigeriana, attesta Panorama, si è allargato a un ulteriore nuovo settore, non violento, almeno non nella forma esteriore, ma sempre più radicato ed esteso, sia in termini di indotto, sia in termini di numeri di individui coinvolti: è il business dell'accattonaggio”.

Moderne forme di schiavitù

Lo aveva capito per primo don Oreste Benzi, oggi incamminato verso l’onore degli altari come infaticabile apostolo della carità. “Negli anni 90 c’era un prete dalla tonaca lisa, con l’amore contagioso e la carità inesauribile- racconta don Aldo Buonaiuto, sacerdote della comunità Papa Giovanni XXIII che con don Benzi ha condiviso per molti annui l’opera di soccorso e di assistenza agli ultimi-. Egli aveva deciso di intraprendere un cammino particolare: recarsi sui marciapiedi della prostituzione per dare voce a migliaia di giovani donne ridotte in stato di schiavitù e per denunciare il fenomeno della tratta degli esseri umani. Era don Oreste Benzi. La malavita lo minacciava, molti lo deridevano, altri lo ritenevano ingenuo quando affermava che tutte quelle donne fossero davvero schiavizzate e non avessero scelto liberamente la prostituzione”. E aggiunge don Buonaiuto: “Neanch’io l’avrei capito fino in fondo se non l’avessi accompagnato sulle vie delle donne vendute e mercificate, dei bambini costretti all’accattonaggio, dei giovani sfruttati dai caporali, degli immigrati torturati e venduti: un inesauribile gorgo di aberrazioni umane se si considerano le molteplici connivenze a vari livelli e i guadagni incalcolabili che se ne ricavavano”.

Il dramma dimenticato

Il Giornale ha ricostruito i meccanismi del racket dell’elemosina. Lui è “la persona a cui devo dare i soldi”. È un boss? “Sì, ho un boss, lui mi controlla”. Dietro la quotidianità di un cappellino da baseball stretto in una mano tesa fuori da un supermercato di viale Umbria a Milano, c'è il dramma che non ti aspetti. “O almeno non da una denuncia così spontanea, celata da una richiesta di aiuto: uno sfruttamento che parte dall'Africa e arriva in Italia sui barconi – racconta il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti – Isaiah, il nome è di fantasia per tutelarne l'anonimato, 23 anni, nigeriano, racconta a Quarta Repubblica quello che da tempo è oggetto di un'indagine della sezione anti tratta della Procura di Torino guidata dal commissario Fabrizio Lotito”. L'ipotesi che ci dietro l'accattonaggio che nelle grandi città si nutre di centinaia di migranti, quasi tutti provenienti dalla Nigeria, ci sia un sistema gestito dalla mafia nigeriana, al pari di prostituzione e spaccio. E che questi ragazzi non siano che schiavi costretti a ripagare un debito: il loro viaggio dalla Libia. Paura di ritorsioni e omertà ostacolano il lavoro degli investigatori sul fenomeno, spiega Lotito al Giornale: “Al pari delle ragazze nigeriane che devono ripagare il debito alle loro madame, non si può escludere che dietro a questi ragazzi che chiedono l'elemosina con il cappellino ci sia un'organizzazione criminale. Ma le indagini sono in corso e ci vuole cautela”.

Rigida organizzazione

Sono duecento quelli mappati solo a Torino, città che per prima ha certificato sul piano giudiziario la presenza dei clan neri. Il numero aumenta in grandi centri come Milano, Firenze, Bologna. Turni, postazioni e orari sono assegnati con un sistema collaudato. Si inizia alle sette e trenta del mattino, si finisce alle sette e trenta di sera. Il cambio tra uno e l'altro arriva alle 13.  Non tutti sono in strada per ripagare un debito, c'è anche chi ci si ritrova perché fuoriuscito dai centri perché ha terminato il progetto di accoglienza. Ma anche qui c'è l'ombra della criminalità: “Abbiamo fatto un'indagine durante il 2018 – dichiara al Giornale Valerio Pedroni, della Fondazione Somaschi – da marzo a novembre abbiamo avvicinato oltre 300 persone ed effettuato 40 colloqui: ne è emerso che questi ragazzi devono ripagare un debito, a volte gonfiato fino a 35mila euro. Non solo, è emerso anche il tema della piazzola: cioè si è costretti a pagare per stare in un posto piuttosto che in un altro”.

Per scoprire il il fenomeno della prostituzione schiavizzata acquista qui il libro di don Aldo Buonaiuto: “Donne crocifisse. La vergogna della tratta raccontata dalla strada” (ed. Rubbettino) con la prefazione scritta da Papa Francesco.

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